
L'enigma del vero
Percorsi del realismo in Italia 1870 - 1980
a cura di Laura Gavioli
Galleria Civica di Palazzo Loffredo
14 novembre 2008 – 15 febbraio 2009
La mostra, che si compone di 104 opere tra dipinti, sculture e disegni di artisti italiani, è impostata sul piano della ricerca e intende valutare, attraverso tematiche sviluppate nelle sezioni preposte, come l'idea del vero, e soprattutto il rapporto dell'artista con il problema della rappresentazione della realtà, abbia rappresentato uno dei temi fondamentali dell'arte dagli ultimi decenni dell'800, attraverso il '900, fino alle espressioni sviluppate dagli artisti contemporanei.
L'Enigma del Vero, Percorsi del realismo in Italia, 1870 - 1980 è divisa in cinque sezioni che saranno illustrate nel corso della conferenza stampa dai curatori della mostra ed ampiamente descritte nel catalogo, edito da Marsilio, di cui sarà fornita copia in cartella stampa. Alla conferenza stampa saranno presenti il Presidente Nazionale Anci Leonardo Domenici, il Segretario Generale Anci Angelo Rughetti, il Sindaco di Potenza, Vito Santarsiero, la curatrice della mostra Laura Gavioli.
Dal 14 novembre 2008 al 15 Febbraio 2009
Galleria Civica di Palazzo Loffredo, Potenza
Ufficio Stampa
Loredana Costanza
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Mostra documentaria "Volti di donne e ritratti di Paesi nel terzo millennio"
di Silvestro Lazzari
19 dicembre 2008 - 13 gennaio 2009
La mostra è un omaggio che la Commissione Regionale per le Pari Opportunità tra Uomo e Donna ha voluto riservare alle donne, testimoniando realtà e culture diverse ed utilizzando alcuni suggestivi scatti fotografici di Silvestro Lazzari.
Le testimonianze fotografiche, realizzate dall'autore, rappresentano una sintesi di momenti di incontro, di riconoscimento degli altri e di interpretazione di realtà molto distanti dalla nostra
Bruno è un tranquillo ragazzo di otto anni figlio di un ufficiale nazista, la cui promozione porta la famiglia a trasferirsi dalla loro comoda casa di Berlino in un’area desolata in cui questo ragazzino solitario non trova nulla da fare e nessuno con cui giocare. Decisamente annoiato e spinto dalla curiosità, Bruno ignora le continue indicazioni della madre, che gli proibisce di esplorare il giardino posteriore e si dirige verso la ‘fattoria’ che ha visto nelle vicinanze. Lì, incontra Shmuel, un ragazzo della sua età che vive un’esistenza parallela e differente dall’altra parte del filo spinato. L’incontro di Bruno col ragazzo dal pigiama a strisce lo porta dall’innocenza a una consapevolezza maggiore del mondo degli adulti che li circonda, mentre gli incontri con Shmuel si trasformano in un’amicizia dalle conseguenze terribili.
Un critico americano scrive che i film sull’Olocausto sono come gli esami clinici: sappiamo che ci faranno bene, ma preferiremmo evitarli. La similitudine è un po’ forte, ma efficace, perché, se non si è Steven Spielberg o Roman Polanski, raccontare per immagini tematiche così difficili e spesso abusate, può rivelarsi insidioso. Il bambino con il pigiama a righe, che porta la firma di un regista impegnato come Mark Hermann, riesce però a evitare tutta una serie di trappole in cui sono precipitate tante produzioni che affrontavano lo stesso scomodo argomento.
Prima di tutto non un film è ricattatorio, non è moralista e non produce nello spettatore uno struggimento che pian piano si trasforma in un senso di fastidio. Non è nemmeno consolatorio, perché in questa storia d’amicizia fra Schmuel, un bambino chiuso in un campo di concentramento, e Bruno, il figlio piccolo di un ufficiale nazista, non c’è assolutamente spazio per la redenzione. I cattivi, che sono gli adulti, restano cattivi, e nei loro sguardi non si coglie mai il rimorso o il pentimento. Il padre di Bruno, interpretato da un grande David Thewlis, riesce ad essere ottuso e sgradevole fino all’ultimo fotogramma, ed è una scelta giusta e coraggiosa, tanto più se si pensa che il film, targato Disney, nasce come prodotto destinato a un pubblico di bambini. Anche l’idea di base è originale (un bambino che crede che il campo di prigionia sia una fattoria in cui lavora gente in pigiama), anche se non possiamo non pensare a La vita è bella di Roberto Benigni.
Ad averla non è stato Mark Herman, ma lo scrittore irlandese John Boyne, che per far presa sui giovani lettori è ricorso alla favola. Proprio questa sua intenzione, rispettata da Herman, spiega la semplicità di un film che ha il suo più grande difetto nella mancanza di uno stile efficace di regia, o di uno stile di regia tout court. Fastidiosamente patinato, Il bambino con il pigiama a righe quasi annoia nelle prime sequenze, fino a quando non appare chiaro che il film non vuole celebrare nessuno né presentarci degli eroi. Piuttosto ci racconta la malvagità umana, per poi lasciarci sconcertati con un finale a dir poco tremendo che ci fa capire perché ci troviamo di fronte a un opera coraggiosa. Interessanti sono poi i personaggi di Schmuel, che si porta dietro una dolorosa consapevolezza, e di Bruno, che smettendo di adorare il padre diventa adulto a soli 8 anni. Debole invece, e stereotipata, la mamma di Bruno (Vera Farmiga), divisa fra l’amore per il marito e l’orrore di fronte al massacro degli ebrei. Convincenti, infine, le performance degli attori, in particolare dei piccoli Asa Butterfield e Jack Scanlon. Sicuramente sentiremo ancora parlare di loro.
A Roma, dal 16 dicembre, va in scena la più celebre commedia di Eduardo Scarpetta nella rilettura di due popolari comici: Francesco Paolantoni e Nando Paone. La Napoli stracciona di Felice Sciosciammocca, amara e grottesca

Scarpetta, una commedia allegra, divertente, che raggiunse la sua completa notorietà grazie al film di Mario Monicelli nel 1954, che vide la straordinaria partecipazione di Totò. I temi trattati nel testo, fanno di quest’ opera, una elegante riflessione su due contrapposti ceti sociali, l’amara miseria e la grottesca nobiltà. E’ stato detto che il primo atto è degno della firma di Molière, e addirittura Benedetto Croce dedicò un saggio alla commedia. Riproporre un testo della comicità ottocentesca significa anche scontrarsi con la irriproducibilità del background presupposto alla creazione dell’autore, il cui tempo è naturalmente irripetibile nell’attualità. Ciò implica, più che mai soprattutto nel comico, la necessità perenne di riadattare un testo per renderlo fruibile al gusto del pubblico del tempo in cui la rappresentazione viene svolta. La renovatio risponde, inoltre, al fatto che il regista, riformulando il materiale di altro autore, diventa autore a sua volta e quindi modifica la stessa materia artistica per derivarne nuove forme del tutto autonome rispetto all’originaria. Questo compito è affidato ad Armando Pugliese, un regista tra i più adatti alla riduzione in forma attuale di un testo della tradizione napoletana..
La vicenda narra la storia di Felice Sciosciammocca, un povero popolano di Napoli, che condivide la sua casa con la famiglia dell’amico Pasquale, anch’essi poveri ma d’improvviso si ritrovano tutti ad interpretare degli improbabili nobili alquanto buffi… Una meravigliosa commedia ricca di gag e tanta comicità.
George Khan, o meglio Gengis come lo chiamano i suoi ragazzi, è fiero di essere pakistano e di essere proprietario di una piccola friggitoria. È molto duro con i suoi sette figli e vorrebbe fare di loro dei bravi pakistani. Ma la sua famiglia abita a Salford, nel nord dell'Inghilterra e siamo nel 1971. Proprio mentre i flussi contestatari stanno per arrivare anche lì fin dentro le mura di una famiglia composta per lo più da giovani che non hanno intenzione di seguire le tradizioni di famiglia.
La prima sorpresa dell'opera prima dell'inglese Damien O'Donnell (presentata alla "Quinzane" di Cannes nel 1999) è che fa ridere: le disavventure di Khan sono narrate come avrebbero fatto Frears o Kureishi all'inizio degli anni Ottanta. La seconda sorpresa è l'attore Om Puri, che giganteggia come un Volontè grottesco, come un Gassman "sorpassato", come un re davanti ai suoi sudditi.
«Ti ho dato sette figli e non starò a guardare che li distruggi a uno a uno solo perché sei un lurido porco»: lo sfogo della moglie del fiero pakistano George Khan - detto “Gengis” - è di quelli da presa di coscienza femminista. Siamo a Salford, nel nord dell’Inghilterra. E siamo, ancora, nel 1971. Nella comunità musulmana del posto, Gengis è famoso per il suo integralismo e per il suo “pugno di ferro”. Ma i flussi contestatari stanno per arrivare anche lì e dentro le mura di una famiglia composta per lo più da giovani che non hanno nessuna intenzione di seguire le tradizioni di un capofamiglia despota e maschilista. La prima sorpresa dell’opera d’esordio dell’inglese Damien O’Donnell (presentata alla “Quinzaine” di Cannes ’99) è che fa ridere: le disavventure dei Khan sono infatti narrate come avrebbe fatto Frears all’inizio degli anni ’80 o come le avrebbe narrate Kureishi in uno dei suoi celebri bestseller di nicchia. La seconda sorpresa - che in realtà sorpresa non è, per chi ha avuto la fortuna di seguirlo nei festival internazionali - è l’attore Om Puri, che giganteggia come un Volontè grottesco, come un Gassman “sorpassato”, come un re davanti ai suoi sudditi. C’è molto di già visto, ma il divertimento (intelligente) è assicurato.
La mostra, organizzata su iniziativa della Regione Lazio - Assessorato alla Cultura Spettacolo e Sport con la diretta partecipazione del Ministero per i Beni e le
Attività Culturali - Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Etruria Meridionale, racconta e descrive l'eccellenza della civiltà etrusca del Lazio attraverso lo straordinario sviluppo dei suoi principali centri urbani: Veio, Cerveteri, Vulci, Tarquinia, città che a partire dai più antichi e comuni caratteri, si andarono via via differenziando, non solo rispetto alla produzione artistica, ma anche, più in generale, rispetto agli orientamenti culturali e di culto, agli stili di vita, alle prassi commerciali.
Vulci è rappresentata dalla scultura monumentale in pietra locale e dalle opere del vicino centro di Ischia di Castro che, spesso raffiguranti animali mitici, erano collocate all'ingresso delle tombe. Caere (Cerveteri) e Vulci, a partire dalla fine dell'VIII secolo a.C., erano le mete principali dei grandi flussi commerciali provenienti dal mondo greco, mercati attraverso i quali le pregiate ceramiche figurate di produzione corinzia, greco-orientale, e poi attica raggiungevano diversi centri dell'Etruria. Sono presentati in mostra alcuni grandi vasi, capolavori della pittura greca, che ebbero una profonda influenza sulla cultura figurativa etrusca.
sono esposti alcuni dei reperti più significativi di questa straordinaria produzione pittorica, ancora in parte sconosciuta al grande pubblico. Il rinvenimento agli inizi degli anni Settanta dell'area sacra di Gravisca, porto di Tarquinia, ha costituito una tappa fondamentale per lo studio delle dinamiche economiche che hanno animato i rapporti commerciali nel Tirreno, testimoniando per la prima volta l'apertura in suolo etrusco di un emporio utilizzato principalmente da mercanti greci. Il santuario di Gravisca viene rievocato non solo grazie all'esposizione dei molti ex-voto dedicati dai frequentatori, ma anche attraverso la ricostruzione a scala reale del sacello di Adone, dove si celebravano le feste che scandivano annualmente il ciclo di morte e rinascita del giovane eroe.21 ottobre 2008 - 6 gennaio 2009 A cura di Kira Perov
Pioniere della video arte, internazionalmente riconosciuto come uno dei massimi artisti contemporanei, Bill Viola ha svolto un ruolo fondamentale per la consacrazione di questo genere come forma massimamente vitale all’interno del panorama della creazione contemporanea e ha contribuito in maniera determinante al suo sviluppo in termini di tecnologia adottata e contenuti. Da oltre 35 anni, Bill Viola crea videotapes, video installazioni, ambienti sonori e performances di video e musica elettronica, realizzati utilizzando tecnologie sofisticate e innovative. Le sue opere -concepite per immergere totalmente il visitatore nell’immagine e nel suono -coniugano una straordinaria sofisticazione tecnica ad un’assoluta essenzialità formale. In un’epoca in cui l’importanza di un artista deriva spesso dal suo riconoscimento da parte di un gruppo ristretto di esperti, i video e le installazioni di Bill Viola sono invece capaci di coinvolgere un ampio pubblico. Profondamente spirituale, la sua arte esplora il fenomeno della percezione sensoriale come strada maestra per la conoscenza di se stessi; essa si concentra sulle esperienze universali dell’uomo (la nascita, la morte, la natura, la relazione con l’universo) e ha le sue radici nell’arte occidentale e orientale così come nelle diverse tradizioni spirituali, dal buddismo zen, al sufismo islamico, passando per il misticismo cristiano. Riconducendo l’arte alle sue ragioni fondamentali, Viola la ricollega all’esperienza comune di ogni uomo, riuscendo a dargli la consapevolezza diretta della sua natura; il vero luogo in cui l’opera di Viola prende corpo non è infatti uno schermo o la parete di una stanza, ma la mente e il cuore dello spettatore. La mostra, curata da Kira Perov e realizzata in collaborazione con Claudia Zevi & Partners, presenta una selezione di opere che comprende esempi differenziati delle sue ricerche artistiche recenti: installazioni in grande formato tra le più celebri e spettacolari (The Crossing, The Veiling), rivisitazioni video di icone della storia dell’arte (The Greeting, Emergence), immagini su schermo piatto con cui -attraverso sequenze rallentate e silenziose di prodigiosa espressività- l’artista si concentra sul mistero delle emozioni umane
Praga. Da una primavera all'altra 1968 - 1969
16 dicembre 2008 - 1 marzo 2009
Alla vigilia del semestre di presidenza dell'Unione Europea da parte della Repubblica Ceca, per ricordare e documentare il 40° anniversario della promettente stagione della Primavera di Praga e della sua tragica conclusione con l'invasione armata nell'agosto 1968 e con l'inizio della cosiddetta "normalizzazione" nei primi mesi del 1969, la mostra racconta i cambiamenti politici e sociali intervenuti nel giro di un anno, da una primavera all'altra, anche in un'ottica italiana. In Italia gli eventi cecoslovacchi ebbero infatti una eco specifica che si rifletté tra l'altro in una crisi della sinistra. 
La mostra evoca con immagini fotografiche documentarie e d'autore i fatti storici e la partecipazione civile; traccia il ritratto dei protagonisti; presenta testimonianze, fotografie, manifesti, volantini e documenti provenienti da archivi pubblici (ad esempio l'Archivio di Stato della Repubblica Ceca, la Biblioteca-Museo Libri Prohibiti, archivi regionali cechi, l'archivio dell'Università di Bologna, l'archivio del Teatro Na zábradlí) e privati, alcuni dei quali sono per la prima volta esposti al pubblico.
L'esposizione è completata dalla proiezione di un film documentario di circa 45 minuti basato su materiali filmati - provenienti dagli archivi della Rai, della Èeská televize e della Cineteca Nazionale ceca - e interviste inedite: ad esempio a Pietro Ingrao, Rossana Rossanda, Enzo Bettiza e altri. Il percorso espositivo è inoltre arricchito da opere d'arte provenienti dalla Galleria Nazionale di Praga.
Immagini e documenti sono accompagnati da un commento mai secco e oggettivo, ma partecipato e argomentato: una riflessione suggestiva, costruita attraverso una rilettura attuale e approfondita che prende corpo da testimonianze inedite e da trasfigurazioni letterarie. Non mancano contributi provenienti da altri e diversi linguaggi artistici: pittura, scultura, poesia, satira, illustrazione. 
Durante il periodo di apertura della mostra si svolgeranno presso il Palazzo delle Esposizioni anche una giornata di studi dedicata a "Praga da una primavera all'altra", organizzata in collaborazione con l'Università "Tor Vergata" e una rassegna di cinema ceco e slovacco.
Henri Cartier-Bresson
Classics riunisce 14 opere fotografiche di Henri Cartier-Bresson, firmate in margine ad inchiostro dall'autore, con timbro a fronte:
Alicante (Spain 1932), At the Curragh racecourse (Dublin, Ireland 1955), Calle Cuauhtemocztin (Mexico 1934), Seville (Spain 1933), Quai Saint Bernard (Paris, France 1932), Rudnik (Serbia, Yugoslavia 1965), Henri Matisse (Vence, France 1944), On the banks of the Marne (France 1938), Hye'res (France 1932), Scanno (Aquila degli Abruzzi, Italy 1952), Santa Clara (Mexico 1934), Madrid (Spain 1933), Rue Mouffetard (Paris, France 1954), Island of Siphnos (Greece 1961).
Le fotografie esposte, realizzate tra il 1932 ed il 1965, sono immagini molto famose del grande fotografo che, per aver immortalato i personaggi e gli avvenimenti decisivi del -900, ha meritato l'appellativo -the eye of the century-. Definito anche -grande opportunista-, Henri Cartier-Bresson era sempre presente al momento giusto, ed in grado di cogliere gli eventi storici cosi' come accadevano: ha introdotto per primo il concetto di fotogiornalismo, fondando con i suoi amici Robert Capa, David -Chim- Seymour, George Rodger e William Vandivert, la Magnum Photos, divenuta la piu' importante agenzia fotografica del mondo.
L'Anteprima editoriale
Insieme all'esposizione, viene presentata in anteprima a Roma la versione italiana, edita da Photology, della biografia Henri Cartier-Bresson, Biografia di uno sguardo.
Autore del libro e' Pierre Assouline, con il quale Cartier-Bresson strinse un rapporto di confidenza per anni, discutendo argomenti quali la sua giovanile devozione per il surrealismo, la passione di una vita per il disegno, l'esperienza della guerra, i campi di prigionia, gli amici e le donne della sua vita. Una biografia delicata, il racconto di un uomo e del suo partecipare alla storia con lo sguardo, incrociando il fascino dell'Africa degli anni Venti, il tragico destino dei repubblicani spagnoli e la Liberazione di Parigi, come la debolezza di Gandhi a poche ore dal suo assassinio.
| Henri Cartier-Bresson | |
| PERIODO | dal 12/12/08 al 28/3/09 |
| CITTÀ | Roma |
| NAZIONE | Italia |
| SEDE | Shenker Culture Club |
| INDIRIZZO | P.zza di Spagna, 66 |
| ORARIO | lun-ven 10.00-19.00, sabato 10.00-13.00 |