Un posto nel mondo
"le relazioni servivano a far sentire meno soli, aiutavano a difendersi dalla tristezza. io, ad esempio, ero un uomo che cercava la donna della vita perché in sostanza non avevo una vita. federico una volta ha detto che non si deve cercare la donna dell propria vita ma una vita per la propria donna. altrimenti cosa si ha da offrire?"
"ho la sensazione di essere qui su questo cavolo di pianeta per fare qualcosa di importante, ma non riesco a capire cosa...tu sai come si fa a capire la propria cosa? quella cosa che ognuno ha e che ci rende diversi dagli altri, il senso della vita..."
"lo sai cosa fa l'autista del tram? sembra che guidi, che sia padrone del mezzo, in realtà è uno che semplicemente frena e accelera. c'è il binario. lui al massimo decide la velocità, ma neanche tanto, perchè perfino le fermate sono prestabilite. e così capita anche a noi: liceo, università, lavoro, matrimonio, figli, capolinea! finisce che decidiamo solo quanto tempo metterci. tutta la straordinarietà della vita ridotta a due funzioni: accelerare o frenare. punto. abbiamo l'illusione di guidare la nostra vita! voglio lasciarmi andare, voglio di più per me, voglio buttarmi per cadere verso l'alto! perché non giochiamo un po' con la vita? voglio prendere in mano i fili della mia vita. non voglio più essere l'autista del tram. voglio scendere, capire ciò che voglio realmente, qual è la mia cosa".
" le mie decisioni erano totalmente condizionate dalla paura, e chi è spinto dalla paura non fa mai scelte che esprimono i propri sentimenti, ma che lo fanno sentire semplicemente meno spaventato e più tranquillo. volevo sempre tenere tutto sotto controllo. volevo situazioni governabili. quindi a causa di questa paura vivevo una vita che non era la mia. mi ero cucito addosso come un abito e pian piano mi ero convinto che fosse il mio, anche se a volte mi accorgevo che in certi punti stringeva un po'. ma ci si abitua a tutto".
"la felicità non è fare sempre quello che si vuole, semmai è volere sempre quello che si fa..."
"fai conto di essere un maratoneta e stai correndo con i tuoi amici. a un certo punto capisci di avere una buona gamba, un bel passo e di poter seguire la tua forza. di convertirti al tuo talento. dopo un po' che corri ti accorgi di aver staccato il gruppo. ti giri e ti scopri solo... loro sono indietro e ridono e tu sei solo. siccome non riesci a reggere questa solitudine, rallenti finché il gruppo ti raggiunge e, negando il tuo talento, fingi di essere come loro. rimani nel gruppo. ma tu non sei come loro, non sei così. infatti anche lì in mezzo ti senti comunque solo..."
"non riesci a capire perché analizzi i sintomi e non la malattia. il tuo problema non è nella relazione con le donne. quello è la conseguenza. il tuo problema sta a monte, nella relazione con te stesso e con la tua vita. innanzitutto come fanno molti, anche tu chiami amore il desiderio di possedere e appartenere a qualcuno. ci si innamora perché tutti sono in grado di farlo. ma amare è un'altra cosa".
"ricordi la storia di Platone di trovare l'altra metà della mela? solo che l'altra metà non è una donna o un uomo, ma sei sempre tu. l'altra metà di te, sconosciuta a cui dar vita, per poterti finalmente incontrare. questa è la vera unione da incontrare per liberarsi da quel senso di solitudine che avvertiamo anche quando stiamo con un'altra persona... allora non c'è niente di più bello che condividere con una persona la propria vita. però bisogna prima averne una. una vita viva! chiunque non libera l'altra metà di sé vive come un prigioniero e le sue storie d'amore non sono altro che la sua ora d'aria del carcerato. quando ho capito questa cosa ho deciso che non volevo più l'ora d'aria, ma una vita piena d'aria. respirare sempre, da uomo libero. un conto è decidere di star meglio, un conto è decidere di star bene veramente".
"il ragionamento era ampio e richiedeva un puro atto di coraggio. ma io ero senza pelle. la debolezza non è altro che disarmonia interiore verso la vita. in fondo lo sapevo perché non avevo scritto mai il mio libro. non era pigrizia, e forse neppure per timore del giudizio degli altri. il motivo vero era che, finché non lo scrivevo, potevo essere anche un grande scrittore, il mio sogno era a un passo. ma se lo avessi scritto e avessi scoperto di essere un pessimo scrittore, il sogno sarebbe finito".
"dovevo distruggere l'idea che avevo di me, trovare persone che capissero come mi sentivo dentro. dovevo abbandonare quel percorso in cui capisci che, non potendo essere superiore agli altri, fai le stesse cose che fanno tutti, così alla fine diventi uguale a loro per paura di essere inferiore. ora capivo la frase latina porta itineris dicitur longissima esse: detto in parole povere, il primo passo è il più difficile da compiere".
"il mio cambiamento mi faceva etichettare come strano. in realtà avrei voluto condividere con gli altri le mie emozioni, ma non potevo descrivere ciò che avevo vissuto, perché non si poteva spiegare, bisognava fosse anche per loro frutto dell'esperienza. ogni cammino è personale e bisogna compierlo da soli. in molti nemmeno mi ascoltavano veramente: l'idea di ciò che ero prima, di ciò che per loro ero sempre stato era più radicata di quello che ero diventato, più forte di quello che ora potevo dir loro. agli occhi di tutti ero rimasto quello di un tempo. per tutta la vita. non prendevano neppure in considerazione che uno potesse cambiare. impossibile! se uno era diverso da prima stava recitando una parte. chi non cambia mai fatica a credere che qualcuno possa farlo. Dio non ha mai fatto qualcuno uguale, ma balzava agli occhi quanto impegno ci mettessero alcuni nel voler essere uguali... e io non riuscivo più a considerarli come prima. tutto mi sembrava più chiaro, vedevo i meccanismi, riconoscevo i codici d'accesso".