giovedì, 31 luglio 2008

Fabio Volo
Un posto nel mondo


La situazione che apre il libro, e che sarà quella di quasi tutto lo svolgimento della storia, è la sala d’aspetto di una maternità, nella stanza accanto sta nascendo una bambina, la figlia di Michele, il protagonista, che ripercorre dentro di sé, in quell’attesa, un po’ tutta la sua vita.
Il primo drammatico abbandono: quando aveva otto anni, mentre era a scuola, sua madre era morta all’improvviso e l’infanzia era trascorsa con i nonni, la sorella e un padre amatissimo, ma troppo assente.
Passano pochi anni e Michele ha in dono un’amicizia straordinaria, quella con Federico, che l’avrebbe accompagnato per sempre.
Ormai adulti, ventottenni, i due amici fanno il punto della loro vita e un’irrequietezza profonda spinge Federico a lasciare la sicurezza del lavoro, gli affetti e le abitudini quotidiane: ha bisogno di realizzare se stesso e tutte le potenzialità che sa di avere andando altrove, conoscendo mondi e persone diverse. Parte infatti, e al suo ritorno dopo qualche tempo è una persona diversa, serena, soddisfatta, pacificata. Ma la vita riserva talvolta inaspettate crudeltà: un incidente stronca quella felicità e getta Michele in una cupa disperazione che lo porta a ripercorrere i passi dell’amico.
Capo Verde era il luogo in cui Federico aveva ritrovato se stesso e un amore importante, quello con Sophie, ed è là che approda anche Michele quasi inebetito dal dolore. Ma la semplicità della vita a Boa Vista, una delle isole più incontaminate dell’arcipelago, la naturalezza dei rapporti con chi vi abita e lavora, la sorpresa straordinaria di una prossima maternità di Sophie, gli sanno ridare vigore e gusto per la vita. Il ritorno in Italia coinciderà anche con il ritrovare Francesca, la ragazza con cui in passato non era stato in grado di costruire un rapporto solido, e ora, dietro a quella porta, sta per nascere Alice, la loro bambina.
Una storia d’amore come tante, scelte di vita non tradizionali (Michele e Francesca non convivono, né pensano di farlo), ma ormai diffuse, psicologie semplici che aspirano a non essere banali, personaggi in cui ai coetanei è facile identificarsi: questi gli onesti ingredienti di un buon successo editoriale.


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giovedì, 31 luglio 2008

Un posto nel mondo

 "le relazioni servivano a far sentire meno soli, aiutavano a difendersi dalla tristezza. io, ad esempio, ero un uomo che cercava la donna della vita perché in sostanza non avevo una vita. federico una volta ha detto che non si deve cercare la donna dell propria vita ma una vita per la propria donna. altrimenti cosa si ha da offrire?"

"ho la sensazione di essere qui su questo cavolo di pianeta per fare qualcosa di importante, ma non riesco a capire cosa...tu sai come si fa a capire la propria cosa? quella cosa che ognuno ha e che ci rende diversi dagli altri, il senso della vita..."

"lo sai cosa fa l'autista del tram? sembra che guidi, che sia padrone del mezzo, in realtà è uno che semplicemente frena e accelera. c'è il binario. lui al massimo decide la velocità, ma neanche tanto, perchè perfino le fermate sono prestabilite. e così capita anche a noi: liceo, università, lavoro, matrimonio, figli, capolinea! finisce che decidiamo solo quanto tempo metterci. tutta la straordinarietà della vita ridotta a due funzioni: accelerare o frenare. punto. abbiamo l'illusione di guidare la nostra vita! voglio lasciarmi andare, voglio di più per me, voglio buttarmi per cadere verso l'alto! perché non giochiamo un po' con la vita? voglio prendere in mano i fili della mia vita. non voglio più essere l'autista del tram. voglio scendere, capire ciò che voglio realmente, qual è la mia cosa".

" le mie decisioni erano totalmente condizionate dalla paura, e chi è spinto dalla paura non fa mai scelte che esprimono i propri sentimenti, ma che lo fanno sentire semplicemente meno spaventato e più tranquillo. volevo sempre tenere tutto sotto controllo. volevo situazioni governabili. quindi a causa di questa paura vivevo una vita che non era la mia. mi ero cucito addosso come un abito e pian piano mi ero convinto che fosse il mio, anche se a volte mi accorgevo che in certi punti stringeva un po'. ma ci si abitua a tutto".

"la felicità non è fare sempre quello che si vuole, semmai è volere sempre quello che si fa..."

"fai conto di essere un maratoneta e stai correndo con i tuoi amici. a un certo punto capisci di avere una buona gamba, un bel passo e di poter seguire la tua forza. di convertirti al tuo talento. dopo un po' che corri ti accorgi di aver staccato il gruppo. ti giri e ti scopri solo... loro sono indietro e ridono e tu sei solo. siccome non riesci a reggere questa solitudine, rallenti finché il gruppo ti raggiunge e, negando il tuo talento, fingi di essere come loro. rimani nel gruppo. ma tu non sei come loro, non sei così. infatti anche lì in mezzo ti senti comunque solo..."

"non riesci a capire perché analizzi i sintomi e non la malattia. il tuo problema non è nella relazione con le donne. quello è la conseguenza. il tuo problema sta a monte, nella relazione con te stesso e con la tua vita. innanzitutto come fanno molti, anche tu chiami amore il desiderio di possedere e appartenere a qualcuno. ci si innamora perché tutti sono in grado di farlo. ma amare è un'altra cosa".

"ricordi la storia di Platone di trovare l'altra metà della mela? solo che l'altra metà non è una donna o un uomo, ma sei sempre tu. l'altra metà di te, sconosciuta a cui dar vita, per poterti finalmente incontrare. questa è la vera unione da incontrare per liberarsi da quel senso di solitudine che avvertiamo anche quando stiamo con un'altra persona... allora non c'è niente di più bello che condividere con una persona la propria vita. però bisogna prima averne una. una vita viva! chiunque non libera l'altra metà di sé vive come un prigioniero e le sue storie d'amore non sono altro che la sua ora d'aria del carcerato. quando ho capito questa cosa ho deciso che non volevo più l'ora d'aria, ma una vita piena d'aria. respirare sempre, da uomo libero. un conto è decidere di star meglio, un conto è decidere di star bene veramente".

"il ragionamento era ampio e richiedeva un puro atto di coraggio. ma io ero senza pelle. la debolezza non è altro che disarmonia interiore verso la vita. in fondo lo sapevo perché non avevo scritto mai il mio libro. non era pigrizia, e forse neppure per timore del giudizio degli altri. il motivo vero era che, finché non lo scrivevo, potevo essere anche un grande scrittore, il mio sogno era a un passo. ma se lo avessi scritto e avessi scoperto di essere un pessimo scrittore, il sogno sarebbe finito".

"dovevo distruggere l'idea che avevo di me, trovare persone che capissero come mi sentivo dentro. dovevo abbandonare quel percorso in cui capisci che, non potendo essere superiore agli altri, fai le stesse cose che fanno tutti, così alla fine diventi uguale a loro per paura di essere inferiore. ora capivo la frase latina porta itineris dicitur longissima esse: detto in parole povere, il primo passo è il più difficile da compiere".

"il mio cambiamento mi faceva etichettare come strano. in realtà avrei voluto condividere con gli altri le mie emozioni, ma non potevo descrivere ciò che avevo vissuto, perché non si poteva spiegare, bisognava fosse anche per loro frutto dell'esperienza. ogni cammino è personale e bisogna compierlo da soli. in molti nemmeno mi ascoltavano veramente: l'idea di ciò che ero prima, di ciò che per loro ero sempre stato era più radicata di quello che ero diventato, più forte di quello che ora potevo dir loro. agli occhi di tutti ero rimasto quello di un tempo. per tutta la vita. non prendevano neppure in considerazione che uno potesse cambiare. impossibile! se uno era diverso da prima stava recitando una parte. chi non cambia mai fatica a credere che qualcuno possa farlo. Dio non ha mai fatto qualcuno uguale, ma balzava agli occhi quanto impegno ci mettessero alcuni nel voler essere uguali... e io non riuscivo più a considerarli come prima. tutto mi sembrava più chiaro, vedevo i meccanismi, riconoscevo i codici d'accesso".

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mercoledì, 30 luglio 2008

schiena

schiena

braccia

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mercoledì, 30 luglio 2008

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martedì, 29 luglio 2008

Impressioni di settembre (PFM)

Quante gocce di rugiada intorno a me
cerco il sole ma non c'è
Dorme ancora la campagna forse no
è sveglia
mi guarda
non so
Già  l'odore di terra
odor di grano
sale adagio verso me
e la vita nel mio petto batte piano
respiro la nebbia
penso a te
Quanto verde tutto intorno
e ancor più in là 
sembra quasi un mare d'erba
e leggero il mio pensiero vola e va
ho quasi paura che si perda
Un cavallo tende il collo verso il prato
resta fermo come me
Faccio un passo
lui mi vede
è già  fuggito
respiro
la nebbia
penso a te
No cosa sono adesso non lo so
sono un uomo
un uomo in cerca di se stesso
No cosa sono adesso non lo so
sono solo
solo il suono del mio passo
e in tanto il sole
tra la nebbia filtra già 
il giorno
come sempre
sarà 
sarà 

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martedì, 29 luglio 2008

pablo

pablo

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martedì, 29 luglio 2008

santanchè incinta

santanchè incinta

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martedì, 29 luglio 2008

da È una vita che ti aspetto – Fabio Volo

"bisogna avere il coraggio. il coraggio di scendere [dalla giostra]. il coraggiodi fermare quell'esistenza. il coraggio di essere liberi. ma scendere dalla giostra voleva dire fermarsi. e io, ad esempio, non ne ero capace. dovevo sempre essere in movimento, sempre impegnato, sempre pieno di cose. era una vita che scappavo, che correvo, che fuggivo dalle mie paure, da continua malinconia, da una specie di depressione. dal silenzio. dalla solitudine. avevo sempre bisogno di fare qualcosa. avevo sempre bisogno di essere coinvolto in un progetto, occupato, impegnato, per stare lontano da me. in qualsiasi momento".

"avevo continuamente la sensazione che il cerchio non si chiudesse, che mi mancasse qualcosa, pur avendo tutto. c'era come un buco. [...] per anni in quel vuoto ci mettevo un'altra persona. [...] con il tempo ciò mi aveva creato una dipendenza è [...] quel senso di incompiutezza era come il buco nello stomaco che ti viene quando hai fame. e si sa che quando hai fame mangi ciò che trovi. anche se non è il tuo piatto preferito. ma del resto l'obiettivo non è gustare o deliziare il cuore, ma riempire lo stomaco. chiudere il buco".

"l'idea errata che avevo di me mi spingeva automaticamente a rispondere a desideri e a necessità che in realtà non erano miei. e quindi dentro sentivo lamentele di un affamato. tutto mi determinava. le cose che credevo di volere e facevo mie. inseguivo queste e non ciò di cui avevo davvero bisogno.  avevo poi capito che non amarsi e rinunciare a se stessi vuol dire non amare gli altri".

" quando incontri una persona nuova quel qualcuno, a differenza dei tuoi amici, ti conosce per ciò che sei in quel momento, non condizionata da chi eri o che cosa avevi fatto in passato. si azzera tutto e si ricomincia".

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martedì, 29 luglio 2008

È una vita che ti aspetto

Questo libro parla di Francesco che non era felice e invece poi sì. Un ragazzo di oggi, un trentenne qualunque, con un lavoro stressante, storie di sesso con ragazze diverse, la paura di restare fuori dal branco, la difficoltà di comunicazione con i genitori, il rimpianto e il ricordo dell'infanzia, il rito delle canne e il mito dell'amicizia, quella vera. Un ragazzo che un giorno si accorge di esistere senza vivere davvero, e decide che così non va. Con una buona dose di coraggio e tanta autoironia affronta la depressione, l'ipocondria, il torpore esistenziale. Come? Chiedetelo a Francesco. E a Ilaria. Perché non vorremmo anticiparvelo, ma in questa storia c'è anche un lieto fine...
Con "E' una vita che ti aspetto" Fabio Volo si conferma capace di esplorare con un linguaggio semplice il complesso mondo interiore di tutti e di ognuno. E di raccontare come nessun altro l'umorismo, le folgorazioni e le malinconie struggenti di un ragazzo normale.

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domenica, 27 luglio 2008

IL CANE GIALLO DELLA MONGOLIA

locandina del film IL CANE GIALLO DELLA MONGOLIA 

Nansal, 6 anni, è la figlia maggiore di una famiglia nomade della Mongolia. Quando trova un cagnolino in una grotta, la bambina gli si affeziona immediatamente e desidera tenerlo contro il volere del padre – preoccupato che il cane attragga i lupi vicino al gregge di pecore. Cambiano le stagioni, e per la famiglia arriva il momento di trasferirsi: il padre costringe Nansal ad abbandonare il cane dietro di sé, ma l'animale si riscatta salvando il figlioletto minore dall'attacco di un branco di famelici avvoltoi. Il cane Macchia ha finalmente trovato una famiglia.

Le sconfinate steppe mongole, un cielo azzurro velato di nubi che sembra non aver fine e soprattutto, non sentire lo scorrere del tempo. In questo scenario immutabile si muovono ancora famiglie nomadi dedite alla pastorizia e alla cura del bestiame in totale coesione con la natura; ed è in questo scenario che Byambasuren Davaa (ricordate la sorpresa all'Oscar de "La storia del cammello che piange"?), ha deciso di ambientare quello che avrebbe dovuto essere un semplice compito per diplomarsi in storia del cinema a Berlino.
A metà esatta tra documentario e finzione, facciamo conoscenza della giovane famiglia Barchuuluun, la seguiamo assieme ad una troupe quasi interamente tedesca sul finire dell'estate, entriamo nelle meccaniche, nei ritmi, nelle loro abitudini per prendere atto di un'altra realtà.
Senza volontà di giudizio se non quella di cronaca, la regista introduce il problema della modernità, del cambiamento che presto o tardi tocca tutti, anche nei luoghi che pensiamo più remoti. Un mestolo di plastica gialla, un peluche fucsia, i primi segni di quello che è il contatto inevitabile tra la cultura cittadina e quella contadina.

Il cane giallo del titolo altri non è che una fiaba mongola, una leggenda, in cui una giovane ragazza guarirà dalla malattia solo dopo aver trovato l'amore e abbandonato il proprio cane.
Qui invece, la più grande delle figlie trova un cane in una grotta decidendo di adottarlo per renderlo il migliore dei propri amici. Ironia della sorte sarà proprio lui a salvare l'equilibrio dell'intera famiglia.
La modernizzazione non è l'unico tema della pellicola, ogni fotogramma è pervaso di una profonda spiritualità, cercata forzatamente o naturale che sia. I riti di ringraziamento alla natura benevola, le statue del Buddha, fino ai problemi della caccia ai lupi. Tutto è intriso d'un incanto naturale in cui un temporale può intrattenere come un concerto e la memoria va preservata ad ogni costo.


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