
ROMA The Road to Contemporary Art
Roma: sedi varie
Palazzo Ferrajoli, Palazzo Rospigliosi, Complesso Monumentale di Santo Spirito in Sassia, Tempio di Adriano, Palazzo Wedekind,
Terme di Diocleziano
Incipit
Le collezioni d’arte contemporanea dell’Associazione Giovani Collezionisti a cura di Ludovico Pratesi
La mostra riunisce una serie di opere di arte contemporanea italiana a ed internazionale realizzate da artisti delle ultime generazioni come Paola Pivi, Cristiano Pintaldi, Botto e Bruno, Lara Favaretto. Le opere provengono una serie di collezioni private romane di proprietà dei soci dell’Associazione Giovani Collezionisti presieduta dal critico d’arte Ludovico Pratesi.
Palazzo RospigliosiIl Palazzo Pallavicini Rospigliosi, costruito dalla famiglia Borghese sul colle del Quirinale. La costruzione occupa il luogo in cui sono stati rinvenuti i ruderi delle Terme di Costantino, di cui sono visibili ancora i resti nello scantinato del Casino. Il palazzo fu costruito dal cardinale Scipione Borghese, nipote di Papa Paolo V, al lato della residenza papale del Quirinale.
Il palazzo è successivamente passato al Bentivoglio ed al cardinal Mazarino. Durante quel tempo è servito da ambasciata francese prima del suo trasferimento al più spazioso Palazzo Farnese.
Nel 1704, il palazzo si è trasformato in abitazione della famiglia Rospigliosi-Pallavicini e quest’ultima ne possiede ancora la metà, mentre l’altra metà attualmente è la sede della Coldiretti.
La raccolta d’arte ospitata nella Galleria Pallavicini è stata iniziata dal cardinale Lazzaro Pallavicini e include più di 540 pitture, disegni e sculture di artisti come Annibale Carracci, Pietro da Cortona, Nicolas Poussin, Botticelli, Lorenzo Lotto, Peter Paul Rubens, Domenichino, Luca Signorelli, Guido Reni e Guercino.
Con le collezioni possedute dalle famiglie Colonna e Doria-Pamphilij, questa è la più grande raccolta privata a Roma. I corridoi sono affrescati da Paul Brill e in una loggia gli affreschi sono di Orazio Gentileschi e di Agostino Tassi.
Tempio di AdrianoIl tempio fu costruito nel 145 d. C. da Antonino Pio e dedicato da quest'ultimo ad Adriano in occasione della sua divinizzazione. Il luogo in cui si trovavano le mura di cinta del Tempio di Adriano oggi ha preso il nome di piazza di Pietra, sede appunto della Sala. Lo spazio interno, rettangolare ma con le pareti lunghe scandite da cinque semicolonne e due pilastri e quella corta opposta all' entrata da quattro semicolonne, era coperto con volta a botte cassettonata in opus coementicium . Il muro della cella era in opera quadrata di peperino e rivestito di lastre di marmo, come dimostra la presenza dei fori di fissaggio.
Oggi, dell'antica struttura ci sono giunte solamente undici delle originarie quindici colonne che formavano uno dei lati lunghi, i blocchi di peperino di parte del muro esterno della cella, mentre rimangono solamente i segni dei marmi che la rivestivano.
Sono anche originali il livello stradale sul quale poggiava il podio del Tempio, alcuni metri più in basso dell'attuale, e parte della cornice che sormonta le colonne. Nel 1879 i resti furono riutilizzati ed inseriti nel palazzo della Borsa e della Camera di Commercio dando vita ad uno dei più significativi esempi di riuso storico.
Carlo Levi, Autoritratto, 1945.
In un percorso che raccoglie 46 dipinti di Carlo Levi (dal 1926 al 1954) e 28 dipinti di diversi artisti della Scuola Romana (tra cui Pirandello, Mafai, Scipione, Trombadori, Afro, Ferrazzi, Scialoja, Melli e Capogrossi), la mostra racconta l’opera dell’artista e intellettuale torinese da un punto di vista inedito. Partendo dai lavori precedenti al 1930, un periodo nel quale Levi si trova inserito nel gruppo dei “Sei di Torino”, mette a confronto la sua pittura degli anni Trenta e Quaranta con quella degli artisti che incontra a Roma proprio in quegli anni.
Nel 1931 Levi espone alla Galleria di Roma di Pier Maria Bardi e alla I Quadriennale romana. In questa occasione deve aver colto il profondo mutamento in atto nella cultura artistica della città, dove, riprendendo le parole di Libero de Libero, “cominciavano ad apparire personalità, giovani, che non avevano nulla a che fare con la retorica di un formale ritorno alle tradizioni italiche, ma che invece ricercavano nella pittura, e nella scultura, valori autentici, soggetti affrontati nella loro espressività più profonda”.
La pittura di Levi e quella della Scuola Romana (pur nelle differenze dei diversi artisti che ne fanno parte) possono essere accostate per la coincidenza delle tematiche ma, soprattutto, per la ricerca di un realismo non puramente illustrativo, un realismo basato piuttosto sull’immediatezza del sentimento e sulla semplicità della percezione. Due mondi che avevano in comune anche la volontà di collocarsi nel presente vivo e attuale rifiutando scuole e accademie.
Dagli anni ’30 in poi, invece, non si notano significativi scarti stilistici nell’opera leviana. La sua pittura resta collocata nell’orizzonte del “naturalismo essenziale” che lui stesso teorizza in un testo del ’32, rimasto inedito fino ad oggi. Qui afferma che la sua non è una pittura razionale, bensì il risultato di un approccio puramente intuitivo alla realtà, una pittura “comprensibile per sola via del sentimento” perché da lì prende vita.
Non solo la pittura ma la stessa vita dell’artista furono profondamente segnate dal carcere (a Roma, a Regina Coeli) e dal confino in Lucania, un mondo dove le donne, scrisse, “sanno falciare il grano ma non sanno il sorriso”. Le persone ritratte ora non gli appartengono, fanno parte di un mondo distante che egli sente “immerso nella verità” e che rappresenta in un vortice espressionista e febbrile.
Durante la guerra Levi reagisce ricercando, attraverso al pittura, la realtà vicina, le persone amate, i colleghi che emergono con più forza e solidità plastica dal fondo, spesso immersi in un’atmosfera malinconica che è non rassegnazione ma consapevolezza del presente; le nature morte di questo periodo sono, invece, metafore di un mondo travolto dalla tragedia e presentimento di morte.
Dopo la guerra si trasferisce definitivamente a Roma e qui ricompone i diversi volti della sua attività: la pittura, la letteratura e la politica (nel ’63 sarà anche Senatore della Repubblica).
All’interno della polemica tra astrattisti e neorealisti si schiera in campo neorealista. In una riflessione del ’42 dal titolo Paura della pittura, dichiarava infatti: “ma questa, di dare realtà, di aggiungere agli aspetti del mondo la categoria della realtà e dell’esistenza, il loro nome, la loro forma, è sempre stata la natura stessa dell’arte: la sua necessità, il suo valore esistenziale”.
In questa, che è probabilmente una fase meno creativa della sua pittura, la letteratura raggiunge i suoi vertici: nel ’45 pubblica Cristo si è fermato ad Eboli e nel ’50 L’orologio, dedicato ai primi mesi di permanenza a Roma nell’immediato dopoguerra.
Carlo Levi e Roma. “Il respiro della città”, quindi, mettendo a confronto le opere di Levi con quelle dei suoi contemporanei, nel passaggio dal clima del Novecento a quello angosciato della guerra, è una mostra che racconta la profonda esigenza di rinnovamento della cultura artistica del tempo, un’esigenza espressa non soltanto attraverso la ricerca di nuovi ideali estetici ma anche manifestando nelle opere un penetrante sentimento di comprensione e condivisione della sorte dell’uomo.
La Battaglia di Valle Giulia (1 marzo 1968) fu un noto scontro di piazza tra manifestanti politici e polizia, in cui i manifestanti per riconquistare la Facoltà di Architettura attaccarono la polizia che la presidiava dopo averla sgomberata dagli studenti suoi precedenti occupanti.
Valle Giulia è il nome della zona di Roma, alle pendici dei Parioli, alle spalle di Villa Borghese e alle porte del quartiere Flaminio, in cui sono ubicate diverse istituzioni culturali internazionali ed in cui, a fianco alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna, è tuttora situata la sede della facoltà di Architettura dell'Università di Roma.
Tra i partecipanti agli scontri di Valle Giulia ritroviamo molte figure che avranno in seguito percorsi tra i più svariati: il regista Paolo Pietrangeli (che all'episodio dedicò la famosa canzone "Valle Giulia" divenuta un simbolo del movimento sessantottino).

Valle Giulia ‘68 ‘08 l’immaginazione al Futuro
29 febbraio - 1 marzo 2008, Roma
In occasione del quarantennale del ‘68 la Facoltà di Architettura “Valle Giulia”, coordinando i contributi di altre Facoltà della Sapienza, organizza un programma di iniziative culturali con le quali intende fare il punto - col necessario disincanto -sull’eredità, sulle permanze e sulle diversità tra quella temperie culturale e l’attuale. Il 1 marzo del 1968, a Roma, con gli scontri di piazza tra gli studenti universitari di architettura e i reparti della Celere chiamati dal rettore, divampa anche in Italia la contestazione giovanile. Con due mesi di anticipo rispetto al “maggio francese”, quella che passerà alla storia come “la battaglia di Valle Giulia” inaugura di fatto la stagione del Sessantotto, movimento destinato a cambiare il corso delle cose. Oggi, a 40 anni da quegli avvenimenti, la Facoltà di Architettura torna protagonista con una grande mostra evento che ricostruisce e rievoca il clima, le atmosfere, i percorsi, i fatti di qui giorni. documenti inediti, foto, video, musica, film e testimonianze dei protagonisti. Dibattiti e riflessioni, occasioni di confronto tra generazioni diverse. Un happening straordinario organizzato da docenti, studenti e personale della Facoltà che prenderà il via il 29 febbraio alle ore 11,30 con lo spettacolo del cantautore Paolo Pietrangeli, che interpreterà la sua canzone “Valle Giulia”. Il 1 marzo alle ore 15.00 è previsto il concerto che vedrà la partecipazione dello storico gruppo degli Stormy Six. Alle ore 18.00 verrà inaugurato l’evento con la mostra fotografica e documentaria “Quelli di Valle Giulia” allestita nei locali di tutta la Facoltà, curata ed allestita dagli studenti coadiuvati dai docenti. La mostra proseguirà alle ore 18.30 nell’Aula Magna della Facoltà di Architettura “Valle Giulia” con i protagonisti del Sessantotto che evocheranno con testimonianze e riflessioni in una sorta di moderna “assemblea-seminario” la giornata di quaranta anni fa e gli eventi che l’hanno preceduta e che l’hanno poi seguita. Manifestazioni, dibattiti e iniziative seguiranno fino al 19 marzo secondo il Programma pubblicato sul sito internet della Facoltà di Architettura. Info: Donatella Scatena, tel 06 49919202 e-mail: donatella.scatena@uniroma1.it; www.architetturavallegiulia.it
Un desiderio di un desiderio, ecco cos'è la malinconia

Documentario, Musicale
Bono, Brigitte Bardot, Steve Buscemi, Terry Chimes, John Cusack, Johnny Depp, Matt Dillon, Dick Evans, Alasdair Gillis, Peter Cushing, Flea, Mick Jagger, Jim Jarmusch
Verso la fine degli anni '70 e gli inizi degli anni '80, i Clash rivoluzionarono il rock'n'roll e influirono per sempre sul pensiero delle future generazioni. I Clash restano un'icona, non solo per la loro musica ma anche per il loro credo che riuscì ad imporli oltre il successo commerciale. In un mondo in cui mancavano sempre più modelli culturali a cui ispirarsi, la loro storia è una avventura epica. Il leader dei Clash, compositore, bomba umana del rock'n'roll e spirito guida dietro questa impareggiabile eredità è Joe Strummer, che con un'intensità profetica riesce ancora ad influire sul pensiero di intere generazioni. Julien Temple è stato fino ad ora l'unico ad esser stato autorizzato a lavorare sugli archivi personali di Joe, scavando in profondità nei miti che circondano i Clash e il movimento punk in generale collocandolo in un più ampio contesto culturale e sociale. "The Future Is Unwritten" è un film che celebra la sua vita. Questo film è basato sull'idea del programma radiofonico London Calling, ideato dello stesso Strummer, trasmesso a 40 milioni di ascoltatori della BBC World Service tra il 1998 e il 2002, e sui leggendari falò di Strummerville, "più importanti di qualsiasi musica che ho scritto". Sono Joe e i suoi amici ad accompagnarci per tutto il film, insieme alla evocativa colonna sonora selezionata. Come nessun altro prima di lui, Strummer riuscì a rompere le barriere e a comunicare direttamente e onestamente con il suo pubblico, stabilendo un rapporto personale senza eguali con milioni di persone, superando le barriere geografiche e sociali. Temple, il primo a filmare il gruppo dei Clash nel 1976, poi amico stretto di Joe negli ultimi 10 anni della sua vita, mette in evidenza come la vita di Joe sia la chiave per capire cosa significhi vivere al giorno d'oggi. La musica di Joe ha attraversato molti generi: rock, folk, reggae, cumbia, bhangra, Cuban son, musiche da tutte le parti del mondo che lui stesso amava, onorava ed interrogava. Fu questa capacità di capire, filtrare e rispecchiare le diversità a rendere le sue canzoni davvero universali, benché personali. Anche Joe aveva le proprie salde opinioni, ma erano parte integrante di un groviglio di contraddizioni, che rendono difficile la comprensione dell'uomo. Nonostante la sua compostezza, la sua istintiva diffidenza nelle gerarchie sociali, le sue contraddizioni sono sempre state evidenti.

“La Rabbia è un motore interiore che alimenta la voglia di riscatto” (Louis Nero)
Il cinema indipendente, laboratorio di scienza artistica, propone la formula dell’arte non commerciale. Formula di successo o flop? Questo non è dato saperlo sino alla somministrazione sperimentale.
Louis Nero, giovane regista alla quarta produzione, si sfoga. Racconta la Rabbia di un artista limitato dal business. Il cinema indipendente è tutto in questo film. E’ l’arte che fugge dalle Major, dalla pubblicità e anche dal copione per sgusciare fuori com’è. L’artista recita quasi a braccio. Ma il tutto è un rischio, i risultati non sono garantiti e le danarose produzioni non finanziano i rischi. La Rabbia, motore interiore, lo spinge verso questo ma in questo viaggio è accompagnato da grandi nomi come Franco Nero, Nico Rogner, Arnoldo Foà, Philippe Leroy, Giorgio Albertazzi, Tinto Bras, Faye Dunaway. Lui lo definisce percorso interiore, ed è questo percorso interiore che porta sullo schermo. E’ lui che incontra una mamma è un bambino che gli fanno rivivere la sua vita…..e cos’altro l’uomo desidera?