venerdì, 31 agosto 2007

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martedì, 28 agosto 2007

La 64^ Mostra del Cinema di Venezia

In un momento difficile per il cinema europeo, poco dopo la scomparsa di due maestri come Bergman e Antonioni, la 64^ edizione della Mostra d'arte cinematografica di Venezia (29 agosto – 8 settembre 2007) si prepara a inaugurare un'edizione ricca di eventi e omaggi, senza dimenticare però l'interesse per l'innovazione, la ricerca e la sperimentazione che caratterizza da sempre la gestione festivaliera di Marco Müller.
Non mancheranno infatti, come ogni anno, diverse opere asiatiche (autentica passione di Müller), come pure lavori sperimentali e in digitale, ma saranno soprattutto i film americani a farla da padroni in quest'edizione. Opere di grandi autori come
De Palma (Redacted) e Woody Allen (Cassandra's Dream), o il grande ritorno – dopo l'acclamato Brokeback Mountain - del taiwanese d'adozione americana Ang Lee (Lust, Caution), ma anche pellicole di giovani autori emergenti che si stanno facendo spazio nel panorama cinematografico internazionale. A cominciare dal surreale Wes Anderson, che presenterà una nuova bizzarra avventura familiare nel viaggio indiano di The Darjeeling Limited, ma anche il film d'apertura Espiazione, tratto da Ian McEwan e diretto dal giovane Joe Wright (già autore di Orgoglio e pregiudizio).
Oltre a opere prime made in USA con la presenza di grandi star, come L'assassinio di Jesse James di
Andrew Dominik (con Brad Pitt), e Michael Clayton di Tony Gilroy (con George Clooney e Tilda Swinton), ci sarà spazio anche per autori più affermati come Paul Haggis, sceneggiatore che dopo il successo della sua opera prima, Crash, porta al Lido un thriller a sfondo militaresco dal titolo In the Valley of Elah, e Todd Haynes, il regista appassionato di musica (Velvet Goldmine) che nel suo ritratto per immagini di Bob Dylan (Io non sono qui) ha scelto di affidare la parte del musicista a diversi attori (tra cui Cate Blanchett!).

Ma anche molto cinema italiano

Ma non solo America in questa interessante edizione della Mostra veneziana: oltre all'Oriente, rappresentato dall'estremo Miike Takashi, che nel suo Sukiyaki Western Django fa recitare nientemeno che Quentin Tarantino, diversi saranno anche gli autori europei in concorso, come Ken Loach (e il realismo sociale di In questo mondo libero), Peter Greenaway (e il suo ritratto di Rembrandt in Nightwatching), Kenneth Branagh (Sleuth) ed Eric Rohmer (Gli amori di Astrea e Celadon). Ma dopo la sorpresa dello scorso anno del Nuovomondo di Crialese, si è scelto anche per quest'edizione di puntare sul cinema italiano di qualità, inserendo ben tre titoli nel concorso: Nessuna qualità agli eroi di Paolo Franchi (già autore de La spettatrice), Il dolce e l'amaro di Andrea Porporati, e L'ora di punta di Vincenzo Marra (con la discussa Fanny Ardant, in questi giorni al centro di polemiche per le sue scandalose affermazioni sulle Brigate Rosse).
Film italiani saranno presentati anche nelle sezioni parallele (Fuori concorso, Orizzonti e Giornate degli autori), in cui si ritrovano
Tonino De Bernardi (Médée Miracle), Carlo Lizzani (Hotel Meina), Gianni Zanasi (Non pensarci), Barbara Cupisti (Madri) e la ribelle Sabina Guzzanti (Le ragioni dell'aragosta); mentre non potevano mancare anche quest'anno affezionati del festival come Takeshi Kitano (Glory to the Filmmaker!), Manoel de Oliveira (Cristóvão Colombo - O Enigma) e Claude Chabrol (La Fille coupée en deux).
Novità di questi ultimi giorni sono poi Disengagement (Disimpegno) di
Amos Gitai e Callas assoluta di Philippe Kohly, documentario musicale che conferma l'interesse per la musica di questo 64° festival, in cui oltre alla biografia di Bob Dylan di Todd Haynes verrà presentato anche Berlin di Julian Schnabel, su Lou Reed.
Una Mostra particolarmente variegata nel programma, che pur nel rispetto della tradizione (il Leone del 75° a
Bernardo Bertolucci, la retrospettiva sul western italiano e l'omaggio ad Antonioni con la presentazione di tre suoi cortometraggi), non ha paura di osare e di indirizzarsi verso la sperimentazione e la scoperta di giovani cineasti esordienti, di presentare opere più commerciali come Diario di una tata, e di premiare con il Leone alla carriera un autore visionario ma estremamente popolare come Tim Burton.

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domenica, 26 agosto 2007

Eyes Wide Shut Valutazione 4 stelle su cinque

Un film di Stanley Kubrick. Con Alan Cumming, Nicole Kidman, Sydney Pollack, Tom Cruise, Leelee Sobieski, Rade Sherbedgia, Madison Eginton, Marie Richardson, Jackie Sawris, Rade Serbedzija, Leslie Lowe, Peter Benson, Vinessa Shaw, Todd Field, Michael Doven, Sky Dumont, Louise J. Taylor, Stewart Thorndike, Randall Paul, Julienne Davis, Lisa Leone, Kevin Connealy, Thomas Gibson. Genere Drammatico, colore 160 minuti. - Produzione Gran Bretagna 1999.
Locandina Eyes Wide Shut
Attesissimo, beatificato a priori, questo film ha chiuso tre parabole: ricerca, carriera e vita.

Attesissimo, beatificato a priori, questo film ha chiuso tre parabole: ricerca, carriera e vita. È quasi naturale che Kubrick, dopo tanto rigoroso, totale, maniacale e mistico impegno, non gli sia sopravvissuto. È un altro allarmante elemento del mito di Eyes Wide Shut e dell'autore, che ha sempre fatto film diversi, affrontando (e risolvendo a modo suo) questo e quel tema della vita e del cinema. Qui pone il suo suggello, la verità ultima, sul sesso, che è certamente più importante, per fare un solo esempio, della fantascienza. Il regista si ispira a un racconto di Arthur Schnitzler, Doppio sogno, ambientato nella Vienna degli anni venti, e traspone la vicenda nella New York dei giorni nostri. Alta borghesia, alto censo, belle case, bella gente. Cruise è il medico William Harford, e Kidman è sua moglie Alice. A un party la coppia corteggia e si fa corteggiare (venialmente), ma tornando a casa lei gli confessa di aver recentemente provato un'attrazione irresistibile per un ufficiale. William sembra sorriderci, ma la rivelazione lavora sulla sua coscienza e nei suoi incubi. Immagina la moglie in atti sessuali con l'ufficiale. Cambia il suo rapporto con il sesso, cede alla corte della figlia di un suo paziente, esce nella notte e incontra una prostituta, non resiste alla tentazione di partecipare a un'orgia. Anche il sesso con sua moglie si trasforma. E anche la sua vita si trasforma. Perché il sesso è una cosa seria e misteriosa, dolorosa e, soprattutto (ed ecco Kubrick) pensata. Il sesso è di certo a lungo e fortemente rappresentato, ma Kubrick si è abbondantemente guadagnato la franchigia di artista (come Fellini), dunque lo stile tutto soccorre. Tuttavia l'autore, per la versione americana, ha nascosto certi particolari. Potrebbe essere inteso come una sorta di metafora del dispetto, di un americano che ha scelto di vivere a Londra e che da tempo non ha voluto far cinema negli USA, mecca del cinema: "le nascondo l'essenza, che tengo per gli evoluti europei". Il resto è ormai cronaca-leggenda, appunto: i quasi tre anni di lavorazione, certi attori assunti poi protestati, come Keytel e Malcovich, e le crisi matrimoniali-sessuali di alcuni protagonisti, a cominciare dalla coppia regina Tom-Nicole. Chissà se è tutto vero.

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venerdì, 24 agosto 2007

vedete il corto surreale alla "lost", girato da noi al Tuscolo

 

http://www.detachedmovie.com/

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venerdì, 24 agosto 2007

fango 

siena 

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lunedì, 13 agosto 2007

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pizzo 

santa maria di leuca 

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porto cioli, leuca 

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grotta della zinzulusa, castro

grotta della zinzulusa, castro 

santa cesarea terme 

santa cesarea terme 

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otranto 

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otranto, cattedrale 

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otranto, i santi martiri 

otranto, cripta cattedrale 

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domenica, 12 agosto 2007
Locarno/ Pardo d'oro al film giapponese "Ai no yokan - The rebirth" di Masahiro Kobayashi

Al Festival del cinema di Locarno il Pardo d'oro al film giapponese "Ai no yokan - The rebirth" di Masahiro Kobayashi, ispirato al peccato originale e al romanzo di Alexandr Soljenicyn "Una giornata di Ivan Denosovitch".

Ma l'Italia non esce dal Festival a mani vuote. Michele Vanitucci è il migliore interprete maschile (ex aequo con Piccoli), mente riceve il premio speciale della Giuria Cineasti del presente "Imatra" di Corso Salani. "Tagliare le parti in grigio" di Vittorio Rifranti è la migliore opera prima. Il pubblico sceglie l'esilarante "Death at a funeral" di Frank Oz per il "Prix du Public UBS" , a breve anche nelle nostre sale. La vittoria di "The rebirth" giunge tutt'altro che inaspettata e ha solo confermato le supposizioni degli addetti ai lavori. Il Premio speciale della giuria va a "Memories" di Pedro Costa, già vincitore di tre premi a Locarno nel 2000 con "No cuarto da Vanda". Per la migliore interpretazione maschile Michel Piccoli in "Sous les toits de Paris" e Michele Venitucci in "Fuori dalle corde" di Fulvio Bernasconi (Italia/Svizzera), un ex aequo che ha suscitato qualche perplessità intorno all'incessante venerazione dei vecchi maestri e all'imbarazzo di aprire le porte senza indugi alle capacità artistiche di un giovane attore.

Michele Vanitucci

Philippe Ramos si aggiudica il premio per la miglior regia con "Capitaine Achab" e Marian Alvarez in "Lo mejor de mi" vince il premio per la migliore interpretazione femminile. Menzione speciale della giuria al direttore della fotografia di "Boys of tomorrow" di  Noh Dong-Seok. Per il Consorso Cineasti del presente il premio d'oro va a "Tejut (Milky Away)" di Benedek Fliegauf e un meritato premio speciale a "Imatra", film italiano del regista Corso Salani.

Accolto con stupore e soddisfazione il premio per la migliore opera prima vinto da Vittorio Rifranti con "Tagliare le parti in grigio", film presentato nel concorso Cineasti del presente. Per i Pardi di domani vince il film rumeno di Adrian Sitaru "Valuri" mentre il pubblico proclama vincitore "Death of a funeral". Nonostante le critiche ricevute dalla stampa, Anthony Hopkins vince il Primo premio della Giuria dei Giovani come regista di "Slipstream" e anche Sandra Gugliotta si aggiudica la menzione speciale della giuria Premio Arte & Essai Cicae con "Las vidas posibles".

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venerdì, 10 agosto 2007

 

Lecce

Capoluogo della parte più settentrionale del Salento, è la storica Lupiae (Lupias in greco), Lecce, città famosa anche per i suoi monumenti delle epoche romana, medioevale e, soprattutto, del Seicento. E' proprio con riferimento ai suoi numerosi edifici secenteschi che la città venne indicata come una "Firenze del barocco". Un esempio eclatante in prima considerazione è la chiesa di Santa Croce, in particolare la sua imponente facciata.

LECCE (ab. 85.000 circa), adagiata su un ripiano calcareo del Salento a circa 12 chilometri dall'Adriatico, è una gentile e bella città attiva di commerci e, soprattutto, famosa per le mirabili costruzioni del « Barocco Leccese » che conferiscono al suo aspetto un carattere di nobiltà e di leggiadria inconfondibile.

Le sue origini.

Il lupo, che campeggia con un albero nello stemma cittadino, si riferisce al messàpico centro di Lupiae, da cui Lecce ebbe origine in tempi assai remoti.

Divenuta colonia romana, la città, durante l'Impero, si abbellí di vari monumenti, alcuni dei quali rimangono ancor oggi a testimoniare quell'epoca di floridezza.

Seguirono i tristi tempi delle invasioni barbariche, durante le quali anche Lecce subí distruzioni e saccheggi finché, contesa da Longobardi, Saraceni e Bizantini, cadde sotto il dominio di questi ultimi, che la governarono per oltre quattrocento anni.

Nel 1040, con l'avvento dei Normanni nell'Italia Meridionale, la città fu eletta a capoluogo del Salento e divenne il centro di una vasta contea la cui florida vita si protrasse per quattro secoli anche sotto gli Svevi e gli Angioini.

Nel secolo XV la prosperità di Lecce aumentò attraverso intensi scambi commerciali con Venezia, Firenze, Genova e con il vicino Oriente.

Vennero poi gli Spagnoli e la città, rimasta il capoluogo della Terra d'Otranto, fu cinta di mura e munita di un castello.
Durante la lunga dominazione spagnola, che pure arrecò desolazione, miseria e altri guai a gran parte dell'Italia, Lecce ebbe nuovi periodi di splendore, specialmente nei secoli XVII e XVIII. In quell'epoca la vita culturale e le arti vi fiorirono cosí rigogliosamente che la città si meritò il titolo di « Atene della Puglia » e di « Firenze del barocco ».

Nel 1799, Lecce si proclamò amministrativamente indipendente, ma questa libertà venne presto soffocata dalle truppe del cardinale Ruffo.

Nel 1848 costituí un governo provvisorio partecipando attivamente alla causa del Risorgimento.

 

Itinerario

Usciti dalla stazione ferroviaria, il Viale Oronzo Quarta guida rettilineo sino all'anello degli ampi viali che circondano la parte piú antica di Lecce, sul perimetro delle vecchie mura a pianta trapezoidale, oggi quasi del putto scomparse.

Fanno da cornice, all'esterno di questi viali, i moderni quartieri che vanno espandendosi verso le fiorenti colture della campagna.

Percorriamo, a sinistra, il Viale Gallipoli ed un tratto del Viale Taranto, sino alla Porta Rudiae (o Rusce), poco lontano dalla quale si trova la Manifattura Tabacchi, una delle piú grandi d'Europa...

Questa a Porta » (che è una delle porte che si aprivano nella cerchia delle mura) ha preso il nome la Rudiae, città messàpica e poi romana di cui rinnangono, a tre chilometri di distanza, resti di edi fici, di strade, di mura, di un anfiteatro e numerose tombe in cui furono rinvenuti molti vasi àpuli oggi raccolti nel Museo Provinciale di Lecce.

Oltrepassata la « Porta », che è decorata da varie sculture, si entra, ormai nella Città Vecchia, nella lunga e stretta Via Libertini, dove già appaiono alcuni interessanti esemplari del famoso e Barocco Leccese ».

Sono:

la Chiesa del Rosario, dell'architetto leccese Giuseppe Zimbalo (1691), detto « lo Zingarello », sontuosamente decorata sia all'esterno che all'interno;

le Chiese di Sant'Anna e dell'Assunzione, e la Chiesa di Santa Teresa, dalla grandiosa facciata a colonne corinzie.

Poco oltre si raggiunge il monumentale ingresso della bellissima Piazza del Duomo, interamente circondata da edifici barocchi che formano un complesso quanto mai suggestivo ed armonioso.

Sulla sinistra, si eleva l'imponente e slanciato campanile (alto m 68,38) eretto dallo Zimbalo, cui segue la facciata secondaria del Duomo, fastosa di ornamenti barocchi. Il Duomo (1659-1670), anch'esso opera dello Zimbalo, ha nell'interno altari ricchissimi e prospetta con l'austera facciata principale su una piazzetta alla quale fanno da sfondo, sugli altri lati, le ariose logge ad archi del Palazzo Vescovile.

Contiguo a questo si allunga, sul lato destro della Piazza del Duomo, il magnifico Palazzo del Seminario, eretto nel 1709 su disegno dell'architetto leccese Giuseppe Ha due ordini di leggiadre finestre ed un bel portale coronato da una loggia. Nel cortile interno di questo palazzo, si ammira un grazioso pozzale barocco

Piu avanti si esce nella centrale Piazza Sant'Oronzo dove si trovano raccolti alcuni dei più insigni monumenti di Lecce.

La vasta piazza è occupata nel mezzo dalla cavità dell'Anfiteatro Romano (del sec. II dopo Cristo), con i resti dell'arena e delle gradinate inferiori e con qualche poderoso piilastro della cinta esterna.

Presso la curva dell'anfìteatro sorge il Palazzo del Seggio, o Sedile (l'antica sede del Comune), massiccia costruzione del 1592 con una graziosa loggia al piano superiore e con due ampie arcate gotiche a pianterreno.

Nell'agosto del 2000 e precisamente nella settimana di Ferragosto è stato inaugurato l'anfiteatro completamente restaurato e messo a nuovo. Noi abbiamo partecipato ai preparativi della festa avvenuta poi la sera con la partecipazioni di numerosi membri della politica e dello spettacolo.

Esso è affiancato dall'ex Chiesa di San Marco, costruita, nel 1543, dalla colonia veneziana di Lecce e che presenta un bel portale adorno di rilievi, sovrastato da un rosoncino.

Davanti al Sedile sorge la Colonna, di Sant'Oronzo, eretta nel 1666 dallo Zimbalo per un voto espresso dai Leccesi durante la peste del 1656.

Il fusto marmoreo della colonna proviene da Brindisi, dove segnava, con un'altra colonna, il termine dell'antica Via Appia.

La gigantesca statua in rame sopra la colonna raffigura il Santo Patrono della città.

Raggiunto il lato della piazza dove s'innalza la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, una breve via guida al castello, vasto edificio trapezoidale con possenti baluardi angolari a forma di lancia, fatto costruire, nel secolo XVI, da Carlo V.

Nella vicina Piazza Vlttorio Emanuele sorge l'elegante, barocca Chiesa di Santa Chiara, di Giuseppe Cino e, poco piú in là, gli scavi del Teatro Romano (del II secolo d.C.), che hanno rimesso in luce alcune gradinate e i pavimenti dell'orchestra e della scena.

Poco oltre, in Via Umberto 1, si trova la piú celebre e stupenda creazione del Barocco Leccese: la
Chiesa di Santa Croce, costruita dal 1548 al 1646 e dovuta, in gran parte, all'ingegno dello Zimbalo.La prima impressione che si ha della facciata di questa chiesa, è veramente sbalorditiva. Misurata, se non sobria, nella parte inferíore, dove si alzano le sei robuste colonne e si apre l'ornato portale, la facciata è occupata, nella sua parte centrale ed in quella superiore, da un tale fasto di decorazioni che non si può fissare lo sguardo senza sentirsi smarriti.

Bisogna prima capire la bellezza architettonica dell'insieme ed osservarne la composta eleganza, per poi passare all'esame dei particolari, ognuno dei quali ha qualcosa di suo da dire, pur senza offendere l'armonia dell'edificio.

Al di sopra dei portali, l'esuberante decorazione della facciata, raggiunge il parossismo. Di piú e di meglio non si poteva fare. Il fregio della trabeazione, per esempio, non potrebbe essere piú ricco: animali, figure umane, composte negli atteggiamenti piú bizzarri, stanno quasi a gomito, mentre dagli angoli dell'arioso balcone, si alzano pomposi vasi fioriti.

L'interno è sereno, composto, sorridente; le navate si alzano altissime, sormontate dalla grande cupola, le volte a crociera si congiungono con singolare eleganza, le colonne si aprono in capitelli della piú originale bizzarria.
Negli altari, sorretti da solenni colonne tórtili, il fasto della decorazione si manifesta con una profusione che sbalordisce e nello stesso tempo entusiasma.

Contiguo alla Basilica di Santa Croce (e degno di starle a fianco per la sua regale magnificenza) si allunga il Palazzo del Governo, ex convento dei Padri Celestini, anch'esso creato dagli Zimbalo (1.659-1695) verso la fine del Seicento.

Gallipoli

Storica e bella città dal nome di origine greca, ma attribuitole dai Romani quando la occuparono nel 266 a.C. In precedenza abitata dai Messapi, era detta Anxa. Fin dai tempi dei Romani il suo porto era uno degli scali commerciali più importanti della penisola salentina, insieme a quello di Taranto sullo Jonio, mentre Brindisi ed Otranto lo erano sul mar Adriatico. Qui infatti si trovava il grande emporio per lo smercio della porpora, che si produceva nella regione.

Le viuzze, le case, le botteghe, i bugigattoli, i mercatini, gli uomini e persino le voci e i rumori dànno ad ogni momento la sensazione di vivere in un'atmosfera intensa, tipica di una città di estremo confine e tutta aperta al miraggio dell'Oriente.

Colonizzato dai greci, l'antico centro messapico prese il nome di "Città-bella", similmente ad un'altra Kallìpolis - in Turchia - che era appartenuta agli Ateniesi e da essi così poeticamente denominata.

Gallipoli salentina restò fedele per lunghi secoli alla cultura e civiltà greca, conservando anche il dialetto e il rito di quei colonizzatori. Soltanto nel XVI secolo il rito latino, già affermato in tutto il Salento fin dal tardo medioevo, venne accettato anche qui in sostituzione di quello greco.

La città, come abbiamo accennato, appartenne ai Romani, seguendo le sorti della restante penisola italiana fino al crollo dell'impero. Giunsero anche qui i barbari - prima i Vandali, dopo i Goti - respinti finalmente dai Bizantini. Occupata dai Normanni verso la fine dell'XI secolo. In seguito Gallipoli appartenne agli Svevi, poi agli Angioini, secondo le vicende peninsulari. Gli Angioini vi costruirono una fortezza, sui resti di un vecchio castello bizantino. Il castello venne rimaneggiato al tempo degli Spagnuoli nei primi lustri del Cinquecento (notiamo che soltanto il torrione sud-est è quanto resta della strutttura risalente al tempo dei bizantini).

Occorre anzitutto distinguere la nuova città da quella del primitivo insediamento messapico. Il visitatore oggi si trova a scoprire in effetti due centri abitati separati. Il primo, quello originario, sopra una piccola isola; il secondo invece si estende su un promontorio a forma triangolare, che si sporge sul mare per circa 3 km. Entrambe le parti dell'odierna Gallipoli sono unite da un ponte. Inutile dire che la parte antica è quanto mai pittoresca e caratteristica, raccolta nell'isoletta di un chilometro e mezzo di circonferenza, con piccole strade e vicoli stretti e tortuosi. Soltanto nella prima metà dell'Ottocento ebbe inizio l'espansione degli abitanti sulla terraferma, in una zona che fu detta il Borgo,con un'area più vasta di quella dell'isola.

Per questa sua straordinaria posizione, la città fu sempre esposta, nel corso della sua storia, a numerosi assedi di cui due, in particolare, sono rimasti memorabili: quello del 1484, effettuato dai Veneziani e conclusosi con la vittoria di questi (ma dopo una difesa cosí eroica da parte della città da riempire di ammirazione gli assalitori stessi); e quello del 1528, che vide i Francesi sconfitti e respinti dalla fierissima resistenza opposta dagli abitanti.

A destra del ponte si apre la vista del Porto Nuovo, mentre a sinistra si estende quello antico, detto Seno del Canneto, dominato dal quadrilatero Castello Angioino che emerge dalle acque coi suoi possenti torrioni cilindrici.

Le mura, le torri, i bastioni a sghembo serrano la Città e la chiudono da ogni parte, difendendola dalla violenza delle onde e dagli assalti dello Scirocco.

Rinserrati in denso crocchio entro questo perimetro, troviamo:

la cattedrale, dedicata a Sant'Agata, costruita nel Seicento, quindi in stile barocco, sia pure con peculiari sue forme estetiche. Specialmente l'interno, a tre navate, è decorato con un insieme di pitture e fregi di notevole rilievo. Le opere figurative sono di pittori gallipolini, come lo è l'architetto G.B.Genovino, a cui si deve il disegno e la direzione dei lavori di costruzione.

Dirigendosi verso il ponte che collega l'isola al Borgo, si incontra un altro interessante monumento, degno di grande attenzione: la cosiddetta Fontana ellenistica, peraltro ricostruita nel Cinquecento - mentre la facciata è del 1765 - che presenta in tre ordini alcuni bassorilievi ispirati alla mitologia: la leggenda delle Metamorfosi di Biblide, Salmace e Dirce.In alto, un frontone barocco con lo stemma cittadino.

Proprio di fronte alla fontana, si visita il Santuario della Madonna del Canneto, del secolo barocco anche questo: ma il soffitto è del XVIII sec.

Infine, non manca un importante Museo civico, ricco di reperti archeologici salentini, e di storia naturale, in particolare dei dintorni di Gallipoli

Santa Caterina

Superata Gallipoli e procedendo in direzione nord si incontrano alcune località di possibile sosta, attrezzate per accogliere con ottima ospitalità il viaggiatore. Zone che si affacciano su un mare splendido per la trasparenza delle sue acque, e molto pescoso: Santa Maria al Bagno e Santa Caterina.

Il già citato centro balneare della costa ionica, a 6 km. da Nardò, si presenta con una bella spiaggetta sabbiosa, attrezzata con stabilimento e porticciuolo. Nel suo retroterra v'è un'ombrosa e verde pineta.

E' stata la località principale delle nostre escursioni in quanto abbiamo soggiornato nella vicina Nardò. Le sere trascorse sul lungo mare con gli amici, o a prendere un gelato o una pizza nel porticciolo resteranno per sempre nella nostra memoria. I lidi, i tuffi dagli scogli, le escursioni nelle grotte spesso gelide data la presenza di numerosi sorgenti di acqua dolce, le immersioni subacquee fin nei vicini scogli della località Chiapparo, i pomeriggi romantici passati sulla Torre dell'Alto nonchè il bellissimo e faticoso pomeriggio trascorso a Porto Selvaggio rimarranno impressi come fotografie nella nostra storia personale. Inoltre la presenza, nei dintorni, di grandi e attrezzate discoteche rende Santa Caterina una località molto appetibile.

Sono ricordate le vicine Torri di Santa Caterina e dell'Alto: presso quest'ultima sono i resti di un'antica Abbazia basiliana. Dalla Torre si può ammirare uno splendido colpo d'occhio che comprende Gallipoli, l'isola di Sant'Andrea e il suo faro e Porto Selvaggio, senza dimenticare i meravigliosi tramonti.

Leuca

Léuca, distesa in una dolce insenatura al riparo del promontorio che costituisce l'estrema punta dello « Sperone d'Italia ».

Stupenda è la sommità del capo, l'antico Iapygium Promontorium, con l'altissimo faro e con il Santuario di Santa Maria di Léuca.

Ma il gran segreto del luogo e l'incanto suo supremo è la solitudine solenne. Sembra quasi di essere su un'isola.

Il santuario, sorto sul posto di un tempio di Minerva, è chiamato anche de Finibus Terrae, che significa « ai confini della Terra ». Esso è mèta di frequenti pellegrinaggi. Il popolo ritiene che, non facendo una visita al santuario mentre si è vivi, si dovrebbe farla dopo la morte per avere accesso al Regno dei Cieli. Il Santuario di Santa Maria di Leuca, risalente al primo secolo d.C., durante i secoli subì danni e distruzione, ad opera di saraceni e altri invasori, ed è stato finalmente riedificato nel 1720 come appare oggi.

Una colonna sul piazzale del Capo indica il luogo dove, a quanto si narra, sbarcò San Pietro di ritorno dall'Oriente.

Castro Marina

Il bianco, ovunque: ecco l'immagine del Salento, il colore con cui esso si presenta a chi gli va incontro, il colore di una regione splendente di pulizia, povera ma signorile, illustre per storia e prestigio d'arte.Di questi borghi ricordiamo:

Castro, in splendida posizione panoramica che, nella parte alta dell'abitato, attrae i turisti con i resti di un
castello (una torre cilindrica e due quadrilatere), e di una ex Cattedrale (del secolo XIl ma piú tardi alterata), mentre, sul mare Castro Marina si raduna attorno ad una pittoresca rada rocciosa punteggiata di barche di pescatori;

E' una località di villeggiatura, piccola frazione di Castro, da cui dista appena 2 km. Si è sviluppata come centro balneare, ormai molto frequentato, grazie alla sua pittoresca spiaggia ghiaiosa in una insenatura tra rocce e scogliere. Vi si trovano alberghi per diverse esigenze; c'è una "Pro loco" e non manca un attrezzato porticciuolo turistico. Da qui sono anche possibili piacevoli escursioni: al vicino paese, sede del comune, di antico nome romano; alla famosa Grotta Zinzulusa, distante due chilometri, ed a varie altre grotte costiere come la Romanelli e l'Azzurra.

Raggiungibili facilmente anche Otranto e, più a sud, Santa Maria di Leuca.

Di nuovo sulla costa, ecco poi la fantastica scogliera detta gli Archi che presenta profondi intagli nel tufo che ha il colore dell'oro antico, con l'acqua blu nel fondo.
Laggiú, nella suggestiva solitudine della scogliera che si immerge nell'azzurro Adriatico, oltre Torre Miggiano, si
aprono grotte marine famose agli studiosi di vita preistorica.

In quella piú bella, conosciuta col nome di Grotta Zinzulusa, si scende dalla parte della terra, lungo la parete a picco, con una nuova strada tagliata nel sasso.

L'affacciarsi improvviso alla vista di quello squarcio d'abisso tutto sospirante e fragrante di mare non manca di fare un grandissimo effetto. La grotta, che è la piú interessante della Puglia ed il cui nome deriva dalla parola dialettale zinzuli, cioè dai ricchissimi ricami di stalattíti e di stalagmíti che l'adornano, si sviluppa per 140 metri.

I villeggianti non mancano di visitare le spettacolari cave di questa grotta, dai nomi fantasiosi come il Corridoio delle Meraviglie, il Duomo, il Cocito, l'Abisso, ricche di concrezioni calciche, stalagmiti e stalattiti nelle forme più variate che tali "colonne" possono offrire.

Sembra che la grotta sia stata occupata dall'uomo nell'èra neolitica. E' certo che comunque qui sono stati recuperati reperti di oggetti di ceramica o di osso, risalenti ad età preistoriche.

La Grotta Azzurra. Come la Grotta Azzurra di Capri e l'altra di Praia a Mare, anche questa della costa salentina è una grande cavità marina, che presenta il fenomeno di una strana e suggestiva colorazione delle sue acque, in luce variante tra l'azzurro ed il verde a seconda del momento. La grotta può essere visitata giungendovi soltanto dal mare, e si trova a breve distanza a nord della Zinzulusa.

La grotta, inoltre, è popolata da una ricca fauna marina, specialmente di crostacei, per cui presenta un grandissimo interesse per gli scienziati.

Otranto

L'area geografica comunemente definita Grecia salentina è costituita dai territori di undici comuni - Calimera, Martano, Martignano, Sternatia, Zollino, Soleto, Corigliano, Melpignano, Carpignano Salentino, Cutrofiano e Castrignano dei Greci tutti siti su una piana lievemente ondulata posta al centro della penisola salentina, sulla strada che congiunge Gallipoli a Otranto. Si tratta del relitto di un'area più vasta dove l'uso della lingua greca, o meglio di un dialetto neogreco, non è mai stato abbandonato.
La lingua è stata ed è l'elemento di identificazione di una complessa realtà storico-antropologica: per secoli, in parte del territorio salentino - che, grazie all'isolamento geografico, ha conservato nella lingua arcaiche forme lessicali greche sono sopravvissuti anche riti religiosi, usi, costumi e credenze, spesso al confine con la superstizione. Un universo dal carattere conservativo la cui lingua tramanda alcune forme lessicali arcaiche ritenute da alcuni studiosi prove che rivelano l'origine magno greca delle colonie griche salentine.
Eppure non è da dimenticare e sottovalutare l'apporto della più tarda colonizzazione romana, le cui tracce sono evidenti nell'organizzazione del territorio, disegnato ancora oggi dal sistema della centuriatio. Limitarsi alle tradizioni linguistiche per definire, anche storicamente, i limiti spaziali e cronologici della Grecia salentina è dunque erroneo e riduttivo. L'area ellefona esistente (i nove comuni) e quella estinta (da Gallipoli alle zone a nord di Otranto) esibiscono una serie di testimonianze le cui caratteristiche intrinseche contribuiscono a delineare una identità espressiva complessa. Da un lato i codici manoscritti e miniati in lingua greca - provenienti dagli scriptonia locali (Soleto, Corigliano, Melpignano e Sternatia) e ora dispersi nelle principali biblioteche europee hanno reso possibile la trasmissione della cultura classica ellenistica, dall'altro il fenomeno delle cripte rupestri (come le cripte di S. Pietro e dello Spirito Santo a Sternatia e la cripta di S. Onofrio a Castrignano) raccontano le tradizioni religiose delle piccole comunità bizantine, l'evoluzione del culto dal rito greco a quello latino (tra il XVI e il XVII secolo) e lo sviluppo dell'iconografia artistica.

 
Il Festival La Notte della Taranta - Grecìa Salentina  
LA NOTTE DELLA TARANTA DECIMA EDIZIONE
8- 25 AGOSTO, SALENTO (PUGLIA)

CONCERTONE FINALE CON L'ORCHESTRA "LA NOTTE DELLA TARANTA"
Diretta dal maestro concertatore MAURO PAGANI

OSPITI: MASSIMO RANIERI, GIULIANO SANGIORGI, EVA QUARTET, GINEVRA DI MARCO, MORGAN, PIERO BREGA, BADARA' SECK


La pizzica è una danza tradizionale popolare originalmente diffusa nella Puglia meridionale e nella Basilicata orientale. Fa parte della grande famiglia delle tarantelle. Nella pizzica pizzica tradizionale si balla in coppia. La coppia non necessariamente deve essere formata da individui di sesso opposto: abbastanza comunemente danzano insieme due donne, mentre al giorno d'oggi è sempre più raro osservare due uomini ballare insieme, nonostante in passato la danza fra due uomini fosse molto più frequente di quella fra un uomo ed una donna.

La pizzica, oltre ad essere suonata nei momenti di festa di singoli gruppi familiari o di intere comunità locali, costituiva anche il principale accompagnamento del rito etnocoreutico del tarantismo. Nacque, quindi, come ballo terapeutico, di antica origine medievale, come esorcismo per le donne tarantate, contaminate dalle punture di tarantola. Oggi il tarantismo è quasi completamente scomparso, e rimane solo nella memoria degli anziani.

Secondo la credenza popolare il tarantismo era una malattia provocata dal morso della tarantola, piccolo ragno che si manifestava soprattutto nei mesi estivi (periodo della mietitura) e che provocava uno stato di malessere generale – dolori addominali, stato di catalessi, sudorazioni, palpitazioni – in cui musica, danza e colori rappresentavano gli elementi fondamentali della terapia. Sembrerebbe che il morso fosse un pretesto per risolvere traumi, frustrazioni, conflitti familiari e vicende personali.

Ed eccoci ad OTRANTO (ab. 5.000 circa). Otranto, la città piú orientale d'Italia, situata sulle sponde del canale omonimo che segue l'imboccatura dell'Adriatico, è oggi un frequentato centro balneare.

Anticamente era la città di Hydruntum, forse fondata in età messàpica dai Tarantini sulla foce del fiumicello Idro.

Antica città messapica, citata da scrittori latini, con particolare riferimento al suo mare e al suo retroterra, Ydrontinus ager odierno, o "Terra d'Otranto", dal suo classico nome latino di Hvdruntum, a sua volta derivato dal greco Ydrus, che corrispondeva al nome del vicino torrente Idro (da ìdor, in greco "acqua"). Oggi la nostra è una amena città nota a molti villeggianti estivi per le sue spiagge: Punta Craulo, sabbiosa e con scogli, la spiaggia Pineta Alimini, la più lunga, e a distanza di 10 km. sud, Porto Badisco.Si tratta di un paese accogliente, con attrezzature turistiche per diverse esigenze: alberghi, camping stabilimenti balneari, campi sportivi.

I riferimenti storici che la riguardano, ci dimostrano che Otranto era una città di notevole rilevanza nell'Italia antica, grazie alla sua posizione geografica di scalo obbligato per la Grecia e l'Oriente. Durante le invasioni barbariche i suoi abitanti seppero difendersi dai Goti, respingendoli nel 545 d.C., ma dovettero in seguito arrendersi ai Longobardi. Nei secoli successivi appartenne ai Bizantini, divenendo per essi il centro dell'amministrazione delle loro province meridionali (IX sec.). Nel secolo XIX gli otrantini parteciparono attivamente alle lotte risorgimentali italiane.

Grazie al suo porto, già fiorente ai tempi di Roma, Ilvdruntum divenne nel Medioevo uno dei piú importanti centri del dominio bizantino in Italia e la capitale della Penisola Salentina che da allora si chiamò « Terra d'Otranto ».
Ai tempi delle Crociate, poi, Otranto si animò del via vai delle spedizioni per la Terra Santa, si arricchí dei vivaci traffici che i mercanti di ogni Paese svolgevano nel suo porto.

 

Otranto si potrebbe definire un luogo sospeso fra l'Europa e l'Oriente. Nell'abbagliante luce solare delle sue vie, strettre e contorte, l'architettura del passato si delinea con stupefacenti dettagli, quali un balcone spagnolo, un loggiato andaluso, un portone barocco.

 

Fra le « cose da vedere », colpisce soprattutto la magnifica
Cattedrale, eretta in epoca normanna ( secolo XI) e restaurata nel Quattrocento. Ammiriamo di essa: il rosone gotico sulla facciata; il grandioso e austero interno basilicale, con un pavimento rivestito di un vastissimo e prezioso mosaico eseguito nel 1166 dal prete Pantaleone, che ci ha messo di tutto: la Genesi e i cicli cavallereschi, la mitologia ed il sistema tolemaico. È un'opera artisticamente rozza, ma eccezionale, forse unica nel suo genere. È, cosí si può dire, la storia dell'umanità, significata da figure bibliche e mitologiche, storiche e letterarie; da piante e da animali. la Cappella dei Martiri, che conserva le ossa dei martiri e, sotto l'altare, la pietra su cui le vittime furono decapitate; la stupenda cripta, vastissima, a cinque navate, con una selva di 42 colonne dai bellissimi capitelli.

Altri notevoli monumenti di Otranto sono:la Chiesa di San Pietro (secoli X-XI ), interessante costruzione bizantina, con tre piccole ábsidi e una cupola cilindrica;

il poderoso castello, eretto dagli Aragonesi nel 1485-1498, con torrioni angolari e rinforzato con baluardi dagli Spagnoli; semplice nelle sue forme e massiccio al tempo stesso, il suo grande cortile interno è utilizzato, durante la stagione estiva, per iniziative culturali e d'arte.
la maestosa Torre Alfonsina, del 1483 che s'innalza sopra una delle porte à mura; e, infine, a circa due chilometri verso sud;

i ruderi della chiesa della celebre Abbazia di San Nicola in Casole (secolo XII), strutta dai Turchi nel drammatico assalto delll'anno 1480.

Casa greca

Da Otranto possono effettuarsi gite ed escursioni particolarmente interessanti, a Maglie, dove è visitabile un museo di paleontologia, situato in palazzo Capece, notevole edificio del Settecento. Molti i reperti archeologici ed i fossili salentini qui conservati.
Altre mete possibili: alla zona archeologica di Roca Vecchia, dove sono resti di edifici e necropoli del IV, III sec. a.C., e alle località costiere di Sant'Andrea, Torre dell'Orso, S.Foca.

Le vicinanze di Otranto, verso l'interno del territorio, si caratterizzano con ampie zone vallive, come la Valle dell'Idro e la Valle delle Memorie. L'attraversamento di queste si presenta quanto mai interessante per la presenza di grotte, cripte, e di un ipogeo di relativamente recente scoperta, quello cosiddetto di Torre Pinta, di origine paleocristiana, divenuto poi colombario. Si trova sotto una piccola altura della Valle delle memorie.

Dista 7 km. da Otranto il comune di GIURDIGNANO, nei cui dintorni si elevano dolmen e menhir. Dolmen, dal nome bretone significante "tavola di pietra", forse tomba preistorica. Menhir, come il precedente circa l'origine, è un massiccio monumento di pietra di un solo blocco, fisso verticalmente al suolo.

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venerdì, 10 agosto 2007
taranto 
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