Dürer a Roma alle Scuderie del Quirinale

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La vivace storia di un bambino in un Istituto della Cina Popolare del 1949 
Qiang è un bambino di 4 anni che, nella Cina Popolare del 1949, viene portato in un Istituto pechinese dei migliori dai genitori troppo impegnati nel lavoro. Qiang deve confrontarsi con la vita della collettività, regolata in modo per lui troppo rigido dalle educatrici. Dalla fase del pianto sconsolato passa ben presto a quella della disobbedienza attiva supportato in questo da una coetanea. Quando riuscirà a convincere tutti i compagni che la loro insegnante non è altri che un mostro sotto le sembianze di una donna la situazione si complica.
Il regista Zhang Yuan torna ad occuparsi dei giovani ma questa volta il salto mortale è davvero senza rete perché si tratta di bambini molto piccoli e quindi, per definizione, difficilissimi da dirigere. Ma l'acrobazia riesce perfettamente perché la regia unisce la mano ferma alla disponibilità ad accettare l'improvvisazione infantile. Questo può avvenire anche grazie a una sceneggiatura ben scritta che favorisce due piani di lettura. Quello più immediatamente "ad altezza di bambino" (stavamo per scrivere "truffautiano" e con motivo) e quello sociale, se non addirittura politico. Qiang, con il carattere che si ritrova, con lo spirito ribelle che lo contraddistingue, quando diventerà un giovane uomo si troverà nel bel mezzo della Rivoluzione Culturale. Non è difficile pensarlo inviato in campagna a "rieducarsi". Così come è facile pensarlo sicuramente vessato ma mai domo.
Il vecchio villaggio di Fengjie, é stato abbandonato perché al centro di un territorio dove é stata costruita un'immensa diga. Il villaggio ora é completamente sommerso, ma il nuovo quartiere non é ancora completato. Un minatore, dopo 16 anni, torna al suo vecchio paese in cerca dell'ex moglie e quando s'incontrano decidono di risposarsi. Shen Hong, un'infermiera torna a Fengjie per cercare il marito che non si fa vedere da due anni, ma, dopo aver ballato insieme decidono di divorziare.
Un film decisamente avanti, una sorta di asticella del salto in alto posizionata oltre i limiti pensabili del cinema 
Correva l'anno 1995 e sulla prima pagina dell'albo “Sin City: The Big Fat Kill” di Frank Miller compariva Leonida, il re spartano stretto nella gola delle Termopili a ‘fare muro' contro un'orda di Persiani in rapporto ‘centomila a uno'. Si trattava di un flash forward di una storia che sarebbe stata pubblicata in 5 albi mensili a partire dal maggio 1998 ma che risaliva a un ricordo cinematografico del Miller bambino che nel 1962 aveva visto il film The 300 Spartans scoprendo un nuovo volto dell'eroe: quello di chi muore per difendere un ideale.
Un autore di culto del fumetto che trova nuovamente la strada del cinema dopo il successo di Sin City non può che ottenere un'accoglienza favorevole da parte degli appassionati. A questo punto il critico cinematografico dovrebbe ritirarsi in buon ordine per lasciare spazio all'esperto di settore. Non ci si può però esimere dall'esprimere un parere sulla differenza dei mezzi di comunicazione utilizzati. Se con il fumetto il lettore ha un ruolo ‘attivo' (si sofferma a piacimento sulle tavole, prosegue rapidamente nella lettura, torna indietro, si ferma…) in sala (in attesa dell'edizione in dvd) tutto ciò non accade. Ci si trova così di fronte a un film in cui gli eroi supermacho (sei settimane intensive di palestra per tutti) fanno in pezzi il ricordo di qualsiasi Conan. Difendono la civiltà e quindi, da uomini tutti di un pezzo contrapposti a mostri, gay sovradimensionati (Serse) e maschere crudeli non possono che odiare e combattere decidendo che "no retreat no surrender" diventi la loro linea di condotta.
Nella struttura complessiva 300 si presenta come un film decisamente 'avanti', una sorta di asticella del salto in alto posizionata oltre i limiti finora pensabili al cinema (anche se con la frustrazione di chi nelle scene di battaglia sente di trovarsi dinanzi a un videogioco particolarmente sofisticato senza poter intervenire schiacciando pulsanti). Se ci si ferma qui quindi tutto funziona: è un 'gioco' realizzato ad alto livello qualitativo. Se si pensa però che mentre esce questo film un conservatore illuminato come Clint Eastwood ci sta raccontando con Flags of Our Fathers prima e Lettere da Iwo Jima poi come di qua e di là dalla linea del fronte (ovunque questa sia stata tracciata nel tempo e nello spazio) ci sono degli uomini e non delle macchine di morte, allora il discorso cambia. Woody Allen diceva che quando ascoltava Wagner gli veniva voglia di invadere la Polonia. Vedendo 300 può venir voglia di invadere l'Iran (che una volta si chiamava Persia per chi non lo ricordasse).
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(ANSA) - ROMA, 20 MAR -
I 'Trash People', le mille sculture ad altezza d'uomo realizzate con i rifiuti dall'artista tedesco HA Schult, sono arrivati a Roma . Spettacolare provocazione di dissennati consumi moderni, rimarranno a Piazza del Popolo da domani al 29 marzo. La monumentale installazione ha richiesto l'impiego di 35 tonnellate di rifiuti urbani e industriali, come lattine, tastiere di computer, scatole, vecchi circuiti elettrici. Scopo dell'artista e' una rappresentazione dissacrante della societa'.
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Madre e figli sotto lo stesso tetto. Joachim Lafosse indaga sui corticircuiti familiari 
Thierry e François sono gemelli eterozigoti e vivono in un vecchio casale di campagna con la madre Pascale, separata e animosa col padre risposato dei suoi figli. Madre e figli sembrano convivere serenamente fino a quando Pascale, innamoratasi del vicino di casa, decide di mettere in vendita l'immobile e andare a vivere con lui. Thierry, fortemente contrariato, ostacola la relazione della madre e la sua balzana intenzione di vendere. Frustrata e incapace di sostenere le pressioni del figlio, Pascale parte. In sua assenza la situazione familiare esplode e Thierry e François finiranno col farsi male.
I due protagonisti non hanno le ali ma in compenso hanno un nido, una madre che pensa a nutrirli e un padre che provvede a mantenerli. Poco più che ventenni vivono in una sorta di bolla, uno stadio senza svezzamento che rimanda continuamente l'ingresso al ruolo di adulto. Thierry e François si rotolano nel fango, si accapigliano come ragazzini, fanno il bagno insieme, mangiano continuamente davanti alla tv, fanno l'amore con la fidanzata di turno, ammazzano i topi nello stagno come il tempo che scorre senza toccarli, cambiarli, crescerli.
Joachim Lafosse, regista e fratello gemello, gira nella campagna belga la vita di due fratelli e di una madre che spezza l'equilibrio familiare nel tentativo di conquistare l'indipendenza domestica. La sua regia misurata ed essenziale scova gli egoismi familiari che imbrogliano i personaggi e rintraccia i rapporti di autorità e di affetto esistenti nel gruppo. Una famiglia incompleta esaminata nei piccoli riti domestici: la consumazione dei pasti e l'apparecchiatura del desco sono ad esempio rivelatori delle relazioni che intercorrono tra madre e figli e dell'evoluzione dei loro comportamenti e dei loro sentimenti. Se il primo pasto commenta spensierato la complicità dei tre protagonisti e i loro piccoli avvenimenti quotidiani, i successivi sembrano incapaci di dare conforto e sostegno, di ricaricare psicologicamente i membri della famiglia. Il sapore del cibo, un gesto o una parola, diventano spunti che producono rabbia e sfogano l'aggressività. Quella di Thierry, già padre adolescente dell'Enfant dei Dardenne, contro la madre di Isabelle Huppert, che rivendica per sé il diritto di essere donna, di amare invece di allevare. Lafosse esaspera le tensioni e dissemina il film di indizi di rottura, fino all'esplosione finale che frantuma letteralmente la famiglia e costringe i genitori separati a ricominciare, a rimettere insieme i pezzi, finalmente consapevoli dei loro ruoli. Al centro di queste relazioni di potere c'è una casa, una "proprietà privata" che diventa luogo di scontro e di concorrenza, che traduce gli affetti immateriali in interessi materiali. Per questa ragione nell'epilogo la macchina da presa si allontana dall'immobile rimuovendo la proprietà e muovendo in avanti i personaggi. Perché la mancanza di possesso fa circolare l'amore. Quasi sempre.
Il modo migliore per realizzare un sogno è quello di svegliarsi!
P. Valery
Un viaggio di formazione alla ricerca di nuovi spazi e nuove regole 
Pollo e Curry hanno diciotto anni e poca voglia di impegnarsi a scuola e nella vita. Pollo è ebreo e figlio di un padre intransigente e una madre svampita. Curry è indiano e figlio adottivo di una psicologa emotiva e di un giornalista fedifrago. Bocciati alla maturità partono in vacanza "premio" per l'India dove, fuori dai circuiti turistici, incontreranno Chiara, ginecologa di una Onlus internazionale. Nel deserto del Thar proveranno finalmente interesse per la vita: Pollo si innamorerà di Chiara e del suo coraggio, Curry cercherà la madre naturale e le sue origini. Torneranno a casa e all'occidente col "brevetto di volo".
Se l'ultimo film di Francesca Archibugi non aggiunge molto alla sua poetica dell'adolescenza, aggiornata al 2007 e ai suoi giovani con nessuna pretesa di cambiare il mondo in cui vivono, non manca di stupire perché sembra l'unico rimasto a raccontare con credibilità i ragazzi e tutto ciò che li riguarda: i gesti, il gergo e quel misto adolescenziale di vulnerabilità e sfacciataggine.
Lontani da esami "mondiali" di maturità e da amori per sempre sul Ponte Milvio, lontani dall'essere intraprendenti e "fichi" dentro un filmetto di formazione che ripensa ai "migliori anni della nostra vita", i due protagonisti a lezioni di volo sono normali, prematuri e bocciati, sono ragazzi a cui bisogna dare tempo e respiro per scoprire chi sono. Archibugi torna a fissare sulla pellicola i cicli di crescita dei figli e quelli di appassimento dei genitori.
Genitori ribelli e disillusi, che si misuravano coi grandi temi sociali e politici, hanno generato figli sommessi e immaturi, che si chiedono poco o nulla, difficili da lasciare andare per paura della solitudine o per paura che si facciano troppo male. Figli inconcludenti che la regista osserva senza giudicare, cercando di comprenderne il mondo.
Figli che provano a crescere lontani da famiglie affettive che evitano i contrasti e che li tengono al riparo da tutto, soprattutto dalla vita. Nel cuore materno e pulsante dell'India c'è una giovane donna "normativa" che insegnerà loro regole e responsabilità, il gusto delle grandi sfide e la fatica della competizione. Archibugi riconferma i modi della commedia per trovare un respiro quotidiano a una storia di amori e dolori giovanili, di ragazzi che si sentono drammaticamente superflui e inadeguati ad affrontare i mali della crescita, che arriverà senza clamori sui tetti di Roma, centro storico prima circoscrizione.
La lievità della Archibugi sostiene ancora una volta la concretezza della materia scelta: i ragazzi e il loro compito generazionale. Bentornata.
COLOSSEO

Secondo la tradizione antica, su questo colle si trovava il primo insediamento della città di Roma, fondata intorno alla metà dell’ VIII secolo a.C. è attribuita a Romolo. Gli scavi hanno riportato alla luce resti di capanne e tombe dell’Età del Ferro e, recentemente, la fortificazione più antica, che risale all’ VIII secolo a.C. Il Palatino fu sede di alcuni importanti culti cittadini, come ad esempio quello della Magna Mater (Cibele) e, fra il II e il I secolo a.C. divenne il quartiere residenziale dell’aristocrazia romana. A questo periodo risale la Casa dei Grifi, celebre per le sue pitture, della quale si conservano alcuni ambienti. L’Imperatore Augusto rese il Palatino sede ufficiale del potere e iniziò la costruzione dei palazzi imperiali, ristrutturati ed ampliati in seguito da Nerone, Domiziano, Adriano e Settimio Severo. Nel Palazzo dei Cesari, ha sede il Museo Palatino dove, tra i resti monumentali degli edifici del colle sono esposti i corredi delle tombe dell’età del Ferro ed opere d’arte provenienti dal complesso augusteo e dalle residenze degli imperatori. Tra queste ultime ricordiamo la decorazione pittorica dell’Aula Isiaca.
PALATINO