domenica, 28 gennaio 2007
Locandina Baciami piccina
occhiello Conversione di un carabiniere occhiello
Siamo nel 1943, alla vigilia dell’armistizio. Un carabiniere, la sua fidanzata e un truffatore sono in viaggio su di un treno che si ferma. I tre sono costretti a scendere e a cominciare un estenuante e particolare viaggio con mezzi di fortuna.

di Marzia Gandolfi

Il 7 Settembre 1943, alla vigilia dell’annuncio dell’Armistizio con gli Alleati, un noto truffatore, Raoul Nuvolini, deve essere scortato presso la sede della Magistratura di Venezia. I carabinieri della scorta restano feriti in un incidente ferroviario e il brigadiere Umberto Petroni viene incaricato di consegnare Nuvolini alla giustizia. Luisa, la fidanzata di Umberto, da anni in attesa di un permesso speciale per sposare il suo brigadiere e di un viaggio di nozze proprio a Venezia, si aggiunge a sorpresa al viaggio. La presenza di Luisa e i tragici fatti in cui versa l’Italia complicheranno la missione di Umberto. L’armistizio e la fine dell’alleanza con la Germania cambieranno per sempre le loro vite e quelle degli italiani. Roberto Cimpanelli partendo da un’idea di Sergio Citti, a cui il film è dedicato, sceglie per la sua storia un tabù ideologico e storiografico:l’otto settembre 1943. Nel giorno della dissoluzione dell’esercito italiano, in assenza di un qualsiasi potere che governasse l’Italia se non il caos, un carabiniere compie un viaggio iniziatico attraverso il Paese che lo condurrà a una conversione di intenti. Quel giorno non fu solo Umberto a togliersi la divisa per servire un’idea di giustizia più alta e urgente, ma venne meno anche una certa idea di patria, quella fascista, per rivelare quella democratica. In uno stato allo sbando non restava che ubbidire alla propria coscienza, quella buona interpretata dal carabiniere di Neri Marcorè, desichiano nel sembiante e nell’affiche. L’attore del "cuore altrove” dimostra ancora una volta una predisposizione naturale per il cinema declinato al passato, avvicinando il suo personaggio agli antieroi fragili ma resistenti di tanto cinema italiano: dal Mastroianni di Una giornata particolare, all’Umberto D. di cui porta il nome e il garbo. Si affianca a Marcorè l’esplosiva e incontrollabile interpretazione di Vincenzo Salemme, contrappunto squisito alla sua moderatezza. In mezzo una remissiva Elena Russo,la piccina da baciare del titolo, che incarna sullo schermo il ruolo canonico indotto dalla cultura fascista, quello di (futura) “sposa e madre esemplare”. La sceneggiatura, firmata da Furio Scarpelli e dal figlio Giacomo, rievoca e illumina, coi registri ironici e amari della commedia all’italiana, la zona oscura e dolente della storia che ha preceduto la nascita dell’Italia democratica e repubblicana.

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sabato, 27 gennaio 2007


Nepal, Kathmandu

Nepal, Kathmandu




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venerdì, 26 gennaio 2007
 
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mercoledì, 24 gennaio 2007

Truman Capote: a sangue freddo Valutazione dei dizionari: 3 stelle su cinque

(Capote)

Un film di Bennett Miller. Con Philip Seymour Hoffman, Catherine Keener, Clifton Collins Jr., Chris Cooper, Bruce Greenwood, Bob Balaban, Amy Ryan, Marshall Bell, Mark Pellegrino, Harry Nelken, Allie Mickelson, Araby Lockhart, Robert Huculak, R.D. Reid, Rob McLaughlin, Bruce Greenwood. Genere Biografico, colore, 98 minuti. Produzione USA 2005.
Locandina Truman Capote: a sangue freddo
occhiello "Non nutro la benché minima invidia nei confronti di nessuno scrittore." - T.Capote occhiello
Il film prende spunto da un episodio reale della vita del grande scrittore americano che Philip Seymour Hoffman interpreta calandosi totalmente nei panni del personaggio, imitandone alla perfezione la voce, i gesti, il modo di fumare.

di Marzia Gandolfi

Kansas, 1959. In una livida mattina di novembre una famiglia di agricoltori, i Clutter, vengono trovati assassinati nella loro fattoria. A New York, intanto, l'omicidio collettivo di Holcomb colpisce e ispira lo scrittore Truman Capote che parte per la cittadina del Kansas accompagnato dall'amica Harper Lee. A interessare lo scrittore sono le reazioni della provincia all'efferato delitto. Ma l'arresto improvviso di Dick Hickock e di Perry Smith, rei del crimine, trasforma la natura del progetto di Truman. Quello che doveva essere un servizio di cronaca da pubblicare su "The New Yorker" diventa il romanzo più ambizioso dello scrittore di New Orleans: "A Sangue freddo". Nei sei anni che separano i colpevoli dalla morte per impiccagione, Capote, intratterrà con almeno uno di loro, Smith, una fitta corrispondenza. Quanto fosse reale l'interesse umano di Capote per Smith, criminale "affamato di istruzione" con gli occhi neri da Cherockee e la pelle bianca da irlandese, non ci è dato saperlo, né come lettori né come spettatori. Capote è ambiguo sia nelle pagine che sullo schermo nell'interpretazione davvero sbalorditiva, per somiglianza e talento, di Philip Seymour Hoffman. Impressionato sulla pellicola come in un ritratto di Cartier-Bresson, il Truman Capote di Benett Miller ripropone la magnifica ossessione dell'artista: la creazione, ad ogni costo. A discapito delle vittime e dei loro carnefici. Con gli introiti ottenuti dalla vendita dei diritti cinematografici del suo romanzo, Colazione da Tiffany, Capote poté finanziare un'indagine lunga sei anni e l'avvocato che con una richiesta di appello prolungò la vita di Hickock e Smith. Almeno fino a quando lo scrittore non ottenne da loro la piena redazione del fatto criminoso e con quella un epilogo per la sua non–fiction novel. La fotografia suggestiva di Adam Kimmel, cupa nelle conversazioni al penitenziario e luminosa fino ad accecare in Costa Brava (dove Capote si ritira per redigere il romanzo), esemplifica il passaggio dal gesto irrazionale del criminale a quello intellettuale ed espressivo dello scrittore.
La domanda adesso è quanto la grandezza di Capote giustifichi gli atteggiamenti crudeli e i narcisismi non celati. Ragioni dell'arte contro ragioni dell'etica. Ma probabilmente l'unica risposta possibile si rintraccia nelle opere incompiute di Capote, nelle preghiere (non) esaudite che seguirono "A sangue freddo", un romanzo, la cui bellezza ci rende per forza conniventi perché si fa consumare
come un peccato. Appunto.

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lunedì, 22 gennaio 2007

 

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lunedì, 22 gennaio 2007

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lunedì, 22 gennaio 2007

L'aria salata Valutazione dei dizionari: 4 stelle su cinque


Un film di Alessandro Angelini. Con Giorgio Pasotti, Giorgio Colangeli, Michela Cescon, Katy Louise Saunders, Sergio Solli, Paolo De Vita, Paolo Pierobon. Genere Drammatico, colore, 85 minuti. Produzione Italia 2006.
Locandina L'aria salata
occhiello Il reinserimento in società degli ex detenuti occhiello
Fabio, un giovane educatore, lavora in un penitenziario. Qui ritrova il padre che lo ha lasciato quando era ancora un bambino.

di Marianna Cappi

Uscita nelle sale: 05/01/2007

Fabio lavora in carcere come educatore. Fronteggia ogni giorno, con le sue belle maniere, i volti segnati e gli scatti d'ira dei detenuti che vanno a colloquio da lui e s'impegna per far loro trovare la strada giusta, che conduca a un permesso o a uno sconto di pena.
Un giorno, un collega gli affida il caso di un tizio che è appena stato trasferito da un altro penitenziario: Luigi Sparti, assassino, dietro le sbarre da venti calendari.
Quello che né il collega né il carcerato sanno è che Sparti (Colangeli) è il padre di Fabio (Pasotti), sparito da decenni nel nulla per scontare la pena, mentre la sua famiglia, fuori, si ritrovava ugualmente condannata a una vita segnata dal suo gesto.
Nonostante la sorella Cristina si opponga all'idea di cercare il contatto con quell'uomo, Fabio vuole un padre, per colmare il vuoto del passato ora che si affaccia sulla soglia di una vita adulta e Sparti desidera un figlio, perché questo è il suo modo di immaginare un futuro. Quello che si chiedono a vicenda supera apparentemente le loro forze, perché il vecchio non è un modello d'uomo ma un amaro prodotto del carcere, e il figlio non è pronto ad accettarlo. Però nel momento in cui ci proveranno avranno già vinto, anche se quell'aria salata, che si respira in testa e in coda, suggerisce una circolarità di contenuto che non lascia scampo.
Disperato, mai eccessivo, scritto con una semplicità che è raffinato risultato, L'aria salata di Alessandro Angelini è un quadrifoglio autentico in un prato artificiale di copioni redatti in serie per cercare di soddisfare i produttori italiani sempre a caccia di commedie adolescenziali che replichino lo schema di quelle già viste.
Il regista viene dal documentario e sa come non edulcorare la realtà per farla arrivare ai nostri occhi carica di cruda umanità; ottimo Giorgio Pasotti, in equilibrio con sentimento su registri diversi, dall'offeso all'arreso all'emozionato; superbo Giorgio Colangeli, fra i migliori interpreti italiani in circolazione.
Unica debolezza, la figura un po' indistinta di Emma, la fidanzata di Fabio, impersonata da Katy Saunders. D'altronde la ribalta è tutta del confronto padre-figlio, ed è giusto così.

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venerdì, 19 gennaio 2007
L'ORA DI RELIGIONE L'ORA DI RELIGIONE

(Italia 2002, 102 minuti) di Marco Bellocchio - Soggetto e sceneggiatura: Marco Bellocchio - Fotografia: Pasquale Mari - Musica: Riccardo Giagni - Scenografia: Marco Dentici - Montaggio: Francesca Calvelli - Interpreti e personaggi: Sergio Castellitto (Ernesto), Jacqueline Lustig (Irene), Chiara Conti (Diana), Piera Degli Esposti (Zia Maria), Alberto Mondini (Leonardo), Toni Bertorelli (Bulla)

 

L'ultimo film di Bellocchio, unico film italiano in concorso al prossimo festival di Cannes, ci riconcilia con un certo cinema, con il bel cinema che declina l'invito del puro entertainment e ci introduce dentro i labirinti del pensare, con percorsi che ci costringono a misurarci continuamente con ciò che siamo e con ciò che viviamo. Il regista si inventa una storia di beatificazione per metterci davanti alla mercificazione di tutti i valori, compresi quelli religiosi. La storia ruota intorno ad un pittore, Ernesto Picciafuoco, ateo convinto che si sta separando dalla moglie, il quale interpreta sensibilmente l'universo intellettuale che anima il regista. Gli viene annunciato il processo di beatificazione, in corso da ben tre anni, della madre. Incredulo e sorpreso, il pittore scopre le carte di un mondo familiare (fratelli, zie, moglie) che lavorano alacremente per montare il processo e sfruttare il rendiconto mediatico del riconoscimento vaticano. Ernesto si confronta così con l'ipocrisia, con la memoria, con il sorriso della madre, con la religione e la famiglia, con l'amore e la paternità, tutti temi che ricollegano il film al suo percorso intellettuale e cinematografico. Il figlio di Ernesot, Leonardo, è un ancora di salvezza, ma non basta. È necessario innamorarsi. Tutti invece cercano di convincerlo a convertirsi e soprattutto a persuadere il fratello Egidio, l'assassino della madre, a testimoniare di quel martirio. Bellocchio cerca di ricondurre il discorso dentro il suo momento laico. Cerca di esporre la forma della coerenza interiore ai paradossi della società contemporanea, alle dinamiche relazionali che soggiacciono alle regole della mercificazione. Il pittore sintetizza in sé il tema della congruenza del pensiero e dell'azione: la distanza che misura tra il suo senso dell'ironia (stigmatizzata più volte da alcuni interlocutori) e il sorriso stupido della madre, incapace di reagire affettivamente alle bestemmie del figlio assassino, è la stessa che separa la sua tensione verso la bellezza e l'amore dall'impero del brutto e della merce. L'animazione finale con la distruzione al computer del Vittoriano racconta una tensione liberatoria e necessaria dell'individuo dai formalismi rigidi che ci circondano, con le regole dell'apparenza che condizionano ogni nostra azione. Il vuoto e asfittico formalismo delle rappresentazioni religiose dominano lo sfondo, ma non per questo il film di Bellocchio può essere definito un film sulla religione. Il film infatti gioca su due piani, ma non cade nel semplicismo dualistico. I primi piani risultano indefiniti, bui, senza contrasti, rispetto ad uno sfondo che disegna il contesto e sembra imporsi come soggetto. La chiarezza individuale, la luce emerge dal conflitto del pensiero con se stesso, dal dubbio. Chiedersi se il proprio figlio deve frequentare l'ora di religione o no significa porsi il problema delle condizioni del pensiero, della libertà. Non è un caso che il film inizi proprio con le immagini del figlio di Ernesto che cerca di liberarsi della presenza di Dio perché la su onnipresenza mette in discussione la sua libertà. Sergio Castellitto dà una grande prova di attore e riesce a dare corpo laico al conflitto, non si abbandona mai alle rappresentazioni dello sconfitto né alle nichilistiche risoluzioni del cinico incallito. La bellezza del dubbio deve restare viva. Poco importa se la ragazza di cui si innamora non è l'insegnante di religione del figlio che sembrava essere. Il mondo dei sentimenti e delle emozioni non tradisce: in quel contesto si gioca sempre a carte scoperte e se qualcuno bara si porta fuori dal gioco. È un peccato infine che la bestemmia di Egidio abbia indotto la censura a vietare il film ai minori di 14 anni. Ecco un altro rigido formalismo contro cui lo stesso film di Bellocchio non ha paura di prendere posizione e che ci induce a condannare senza mezzi termini come indecente e - questo sì - assolutamente censurabile.

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venerdì, 19 gennaio 2007

 

Avventuroso e osceno, divertito e disperato, sboccato e lirico. Factotum è il romanzo che ha rivelato Bukowski al pubblico italiano, è un romanzo on the road, con Henry Chinaski, l’alter ego dell’autore, è il suo protagonista assoluto. Passa indifferentemente da un mestiere all’altro, attraversa l’America vivendo alla giornata, affidandosi all’improvvisazione e al caso, pronto a seguire il primo richiamo, fedele a un destino che si trasforma in uno stile di vita fatto di lavori manuali, sesso intenso e sfrontato, sbornie quotidiane, un’esistenza randaga.

«Dato che tutte le mie macchine da scrivere finivano al banco dei pegni, avevo semplicemente rinunciato all'idea di possederne una. Scrivevo le mie storie a mano, in stampatello, e le spedivo così. Le scrivevo a stampatello con una penna. Alla fine diventai bravissimo a scrivere a stampatello. Ci mettevo di meno che a scrivere normalmente. Scrivevo tre o quattro racconti alla settimana. Li mandavo per posta. Mi sembrava di vederli, i redattori di The Atlantic Monthly e di Harper's: "Ehi, ecco qua un altro manoscritto di quel pazzo... ".»

 

l'inizio...

I

Arrivai a New Orleans sotto la pioggia alle cinque del mattino. Mi fermai alla stazione degli autobus per un po' ma la gente mi deprimeva tanto che presi la valigia, uscii nella pioggia e cominciai a camminare. Non sapevo dove fossero le pensioni, dove fosse il quartiere povero.
Avevo una valigia di cartone che cadeva a pezzi. Una volta era stata nera ma il nero si era scrostato e sotto si vedeva il cartone giallo. Avevo cercato di rimediare spalmando di lucido nero il cartone scoperto. Ma mentre camminavo la pioggia lavava via il lucido e mi feci due belle strisce nere sulle gambe dei pantaloni passando la valigia da una mano all'altra.
Be', era una città nuova, forse mi avrebbe portato fortuna.
Smise di piovere e uscì il sole. Ero nel quartiere nero. Continuai a camminare lentamente.
" Ehi, povero bianco!".
Misi giù la valigia. C'era una mulatta seduta sui gradini della veranda. Dondolava le gambe. Non era niente male.
" Ehi, ciao, povero bianco!".
" La vuoi un po' di fica, povero bianco?".
Non dissi niente. Restai li a guardarla. Mi rideva in faccia. Teneva le gambe incrociate in alto e dondolava i piedi. Aveva un bel paio di gambe, portava i tacchi alti, dondolava i piedi e rideva. Presi la valigia e svoltai su per il vialetto. Vidi la tendina di una delle finestre alla mia sinistra spostarsi leggermente. Dietro c'era una faccia nera di uomo. Assomigliava a Jersey Joe Wolcott. Indietreggiai lungo il vialetto fino al marciapiede. La risate della mulatta mi seguì giù per la strada.

 

***

 

la fine...

Nella vetrina sulla facciata c'erano le foto delle spogliarelliste in bella mostra. Andai allo sportello e comperai un biglietto. La ragazza alla cassa era meglio delle foto. Mi restavano trentotto cents. Avanzai nel teatro buio fino all'ottava fila. Le prime tre file erano piene zeppe.
Avevo fortuna. Il film era finito e sul palco c'era gia la prima spogliarellista. Darlene. La prima di solito era la peggiore, una vecchia che aveva visto tempi migliori, ridotta a sgambettare nelle file di qualche avanspettacolo di quinta categoria, per lo più. Comunque la prima era Darlene. Probabilmente qualche ragazza era stata assassinata o aveva il marchese o una crisi isterica e questa era l'unica chance per Darlene di fare ancora un numero da sola.
Invece Darlene non era male. Magra, ma con un bel seno. Un corpo flessuoso come un salice. In fondo a quella schiena snella, a quel corpo snello, c'era un enorme didietro. Era una specie di miracolo... da far perdere la testa.
Darlene indossava un vestito nero lungo con uno spacco altissimo... le caviglie e le cosce erano cadaveriche contro tutto quel nero. Ballava e ci lanciava occhiate tra le ciglia piene di mascara nero. Era la sua grande occasione. Voleva tornare a fare il numero da sola. Io tifavo per lei. Cominciò a lavorare di cerniera lampo e a mostrare sempre di più. Scivolava fuori da quel sofisticato velluto nero. Gambe e carne bianca. Dopo un po' era in reggiseno rosa e cache-sex... con i diamanti finti che ondeggiavano e mandavano bagliori mentre ballava.
Darlene si avvicino sempre ballando al sipario. Il sipario era strappato e pieno di polvere. Lo afferrò, ballando al ritmo del quartetto che la accompagnava sotto la luce rosa del riflettore.
Cominciò a scoparsi il sipario. II quartetto la accompagnava a ritmo di rock. Darlene se lo stava veramente scopando, quel sipario; il quartetto picchiava un rock e lei si dimenava. Improvvisamente la luce rosa diventò color porpora. Il quartetto cominciò a darci dentro sul serio. Darlene sembro arrivare all'orgasmo. La testa le cadde all'indietro, la bocca si aprì.
Poi si raddrizzò e tornò ballando al centro del palco. Da dov'ero seduto la sentivo cantare fra sé e sé sopra la musica. Prese il reggiseno rosa e se lo strappò e un tizio tre file più in giù si accese una sigaretta. Adesso aveva solo il cache-sex. Si ficcò un dito nell'ombelico e cominciò a gemere.
Darlene continuò a ballare in mezzo al palco. Adesso il quartetto suonava piano. Darlene cominciò a muoversi lentamente in cerchio, poi avanti e indietro. Ci stava scopando. Il cache-sex pieno di perline oscillava lentamente. Poi i quattro del complesso ricominciarono a darci dentro. Si stava arrivando al culmine del numero; il batterista faceva i fuochi artificiali; sembravano tutti stanchi, disperati.
Darlene si titillò i seni nudi, mostrandoceli, gli occhi sognanti, le labbra umide, socchiuse. Poi all'improvviso si voltò e ci agitò in faccia quel suo enorme culo. Le perline saltarono e scintillarono, impazzirono, mandarono scintille. La luce del riflettore si muoveva e danzava come un raggio di sole. Il quartetto picchiava e crepitava. Darlene girava come una trottola. Strappò via le perline. Io guardavo, gli altri guardavano. Si vedevano i peli della fica sotto il velo color carne. La banda ci dava dentro, picchiava forte, lo martellava, quel culo. E io non riuscivo a rizzarlo.

Charles Bukowski
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venerdì, 19 gennaio 2007

Factotum Valutazione dei dizionari: 3 stelle su cinque

Un film di Bent Hamer. Con Matt Dillon, Lili Taylor, Fisher Stevens, Marisa Tomei, Didier Flamand, Adrienne Shelly, Karen Young, Tony Lyons, Jim Brockhohn, Jimmy Brockhohn, Chris Carlson, Joseph Courtemanche, Christopher Day. Genere Drammatico, colore, 94 minuti. Produzione USA, Norvegia, Germania 2005.
Locandina Factotum
occhiello Charles Bukowski, alias Henry Chinaski, e il suo bisogno di fare poesia occhiello
Dopo Barfly e Storie di ordinaria follia, il cinema torna a occuparsi dell'opera di Charles Bukowski, il poeta più sboccato della letteratura contemporanea scomparso nel 1994 per una grave forma di Leucemia.

di Mattia Nicoletti

Una vita in fumo, trascinata come il tubo al di fuori del camioncino dell'ultimo impiego. Un'esistenza al servizio dell' alcool, dell'autodistruzione. Aspirazioni da scrittore, forse autoconvinzioni, in continua ricerca di qualcosa che non sa e non vuole sapere. Henry Chinaski fa mille lavori, incontra una donna, due donne, gioca ai cavalli, vince per perdere. Perde per vivere.
Matt Dillon è un "flatliner" perfetto, di quelli che seguono la strada senza mai curvare, camminando lungo una linea retta che lentamente scende, scende, scende. Fino a toccare gli inferi.
La sua interpretazione è la magia di questo film. la sua esuberanza si quieta nel personaggio silenzioso e parco di parole di Chinaski, che non desidera niente e fa tutto quello che gli capita davanti (da qui Factotum) con l'obiettivo che segue i suoi movimenti con inquadrature spesso fisse, per ritrarre l'inespressività dei personaggi, figlia di un dolore che non appare mai e rimane dentro a macerare. È un destino senza speranza, addirittura una fine predestinata in cui l'alcool è l'unica medicina per rallentare il percorso verso la fine.
Il regista, in questa situazione, si limita a osservare, tingendo, con l'aiuto della fotografia, un mondo cupo e grigio, una provincia americana in cui la speranza si spegne lentamente e che costringe lo spettatore a soffrire, mettersi in gioco, ed entrare nel buio. Più Buio.

Chi ha letto Charles Bukowski o visto i film in cui ha avuto parte (Storie di ordinaria follia, di Marco Ferreri, da un suo romanzo, Barfly-Moscone da bar, da una sua sceneggiatura) sa che i suoi orizzonti sono locali periferici in cui ci si ubriaca fino all'alba e i suoi ambienti sono squallidi appartamenti ammobiliati da cui i suoi personaggi sono quasi sempre sfrattati perché si sono bevuti i soldi con cui pagare l'affitto. Gli stessi climi nel film di oggi, ricavato da un suo romanzo, «Factotum», costruito autobiograficamente attorno a un aspirante scrittore, Henry Chinaski, che, pur facendo di tutto, come il titolo annuncia, non riesce a tenersi un lavoro più di qualche giorno perché i suoi disordini lo fanno regolarmente licenziare. I suoi veri interessi — a parte lo scrivere — sono le corse di cavalli, dalle cui scommesse gli capita di ricavare qualche spicciolo, l'alcool, che gli sottrae i pochi soldi guadagnati e le donne, da cui però è presto lasciato per uomini più abbienti. Una di queste, Jan, fa in tempo a capirlo e a condividere per un po' la sua passione per le bevute smodate, condite di sesso a tutte le ore, poi però, anche lei, prima sarà lasciata e poi, a sua volta, lo lascerà: per una vita più sicura. Anche se, in tutto quel nero, a un certo momento si farà strada una piccola luce che promette bene per il futuro, l'accettazione, da parte di una casa editrice, di uno dei tanti racconti che Chinaski ha continuato a spedire invano un po' a tutti, nella speranza, finalmente, di vederseli pubblicare. Si è fatto carico di portare sullo schermo questa storia un regista norvegese, Bent Hamer, che prima di trasferirsi a Hollywood aveva abbastanza convinto con un piccolo film, « Kitchen Stories realizzato in patria. Là i toni erano raccolti e l'ambiente era quasi soltanto una cucina in cui due uomini, lì convenuti per un esperimento, a poco a poco legavano. Qui le cifre, considerata la personalità di Bukowski, sono il contrario esatto di quelle: etilismo, scontri frontali, periferie sordide, personaggi con cui volutamente si distrugge il «sogno americano». Bent Hamer vi ha fatto fronte in modo discontinuo, procedendo per quadri staccati, affidandosi quasi soltanto a climi bui fatti emergere da una serie di capitoli, uno più desolato dell'altro. Con il solo riscatto dell'interpretazione. Intanto, quella di Matt Dillon, che riesce a proporsi quasi come un alter ego dello stesso Bukowski, lacerato, arruffato, sconvolto; poi, quella di Lili Taylor nei panni di Jan. Immersa come l'altro nelle stesse atmosfere stravolte.
Da Il Tempo, 1 aprile 2006

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