giovedì, 28 dicembre 2006

"Tokyo blues, Norwegian wood" DI Haruki Murakami

Uno spartito esistenziale

Articolo di Francesca NeriNorwegian wood. Tokyo blues
Pubblicato sabato 11 novembre 2006 - NSC anno III n. 3

Corrono le note di Norwegian Wood mentre Toru, il protagonista del romanzo, viaggia in aereo e ricorda Naoko, rievocando il loro amore imbevuto di morte. Se l’inchiostro fluisce dai ricordi, la musica fa riemergere le immagini, i profumi e i suoni custoditi nella memoria. Così i frammenti del passato danno voce a una narrazione scritta come uno spartito musicale.

L’intera storia è scandita dalle canzoni dei Doors, di Bill Evans, di Miles Davis, interpreti delle emozioni del protagonista, del suo mondo interiore, denso di voragini ma anche di speranze. Ogni cosa è sospesa tra la vita e la morte, tra solitudine e legame. Toru ripensa ai giorni in cui, non ancora ventenne, camminava per le strade di Tokyo con Naoko ed entrambi restavano in silenzio. Forse i due non sapevano cosa dirsi, o forse avevano paura che parlando avrebbero svelato alla città il segreto che li teneva sospesi in mezzo alla folla: il ricordo della tragedia che li travolse all’età di diciassette anni. Da allora qualcosa si ruppe irrimediabilmente in Naoko, rendendola incapace di vivere nel mondo reale come gli altri. Toru allora si interrogava sul modo migliore di starle vicino, per aiutarla e capirla. Tutto stava sospeso…

Tokyo Blues racconta tante storie: narra la relazione difficile ma delicata tra due ragazzi e parla anche di una solitudine così vera e totale da impedire quasi di sfiorare qualcuno semplicemente perché si è consapevoli di non poterlo fare. Parla di un amore totalizzante anche se appena accennato, fatto di risate e di ripicche infantili, tra le note di Jim Morrison che canta "People are strange". Parla della vita e delle morte, di come queste non siano in antitesi, ma siano indissolubilmente l’una parte dell’altra. Narra la storia di persone che scelgono di smettere di vivere, lasciando in chi rimane il peso delle domande e delle responsabilità. Parla di lucciole in un barattolo, di lunghe passeggiate, di rivoluzioni sessantottine e di cetrioli con la salsa di soia.

Come un giovane Holden, nel corso della narrazione, il protagonista del romanzo si ritrova continuamente assalito dal dubbio di aver sbagliato o di poter sbagliare nelle sue scelte di vita e di amore, ma è anche guidato da un personale senso morale che lo spinge a rigettare tutto ciò che sa di finto. L’autore ha voluto descrivere il protagonista in quel periodo della sua vita in cui il disagio esistenziale si è sublimato in metamorfosi e crescita.

Il percorso di dolore e di solitudine narrato lungo il corso del romanzo, porterà Toru a diventare un adulto capace di decidere autonomamente la strada da percorrere: una strada dove i piccoli eventi, come la quotidianità di una relazione o la ripetitività delle azioni, costituiscono l’anima di una vita completamente autentica.

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giovedì, 28 dicembre 2006
Romanzo criminaleLa locandina


A botta calda Michele Placido, insieme agli sceneggiatori Rulli e Petraglia (La meglio gioventù, Le chiavi di casa), è stato accusato di aver tentato di fare il verso a "Quei bravi ragazzi", film cult di Scorsese, sul mondo delle bande (in quel caso mafiose) e dei relativi rapporti di "fratellanza" al loro interno. Ci sentiamo di prendere le distanze da un accostamento di questo tipo. Romanzo Criminale è un film che senza l'humus culturale, politico e sociale tipicamente italiano non avrebbe avuto motivo di esistere, inserendosi, in particolare, in modo preciso e coerente in un tessuto di rapporti e in un sentire comune propriamente caratterizzante dell'ambiente romano. Tuttavia nulla toglie al respiro omnicomprensivo di un film che descrive, passando per un'umanità rischiosa, la banda della Magliana (che sparse terrore tra la seconda metà degli anni '70 e la prima degli '80), che costituisce ancor oggi un'anomalia nel panorama della criminalità organizzata del centro-nord Italia.
Il Libanese, il Freddo, il Dandi. Questi i tre protagonisti attorno ai quali si costruisce, fisicamente e scenicamente, il film. I tre episodi che li vedono per protagonisti in realtà non li concepiscono tanto come il fulcro dell'azione, ma come il motore. La scalata, la rabbia e l'amore, il disastro. Si potrebbe intitolarli così svincolandoli dai semplici nomi, perché è questo che incarnano.
Nelle sue due ore e mezza di storia serrata e mai banale, Placido mette in mezzo di tutto: amore, odio, borgata e città, freddezza e impulso, ricchezza e povertà, cinismo e affezione. Il film scaturisce e si muove sotto una continua attrazione degli opposti, in un gioco altalenante di alti e bassi che, se in alcuni momenti è estremamente funzionale e sintetico, in altri dà l'impressione di voler tirare per la giacca il film, concedendogli pause o eccessi là dove se ne farebbe volentieri a meno. Il tutto condito (come nella miglior tradizione de La meglio gioventù) di scampoli della vita della prima repubblica, alcuni contestualizzati (come i riferimenti ad una possibile implicazione della banda nella strage alla stazione di Bologna), altri più estemporanei. In questo frangente forse Placido si lascia prendere la mano da un'interpretazione dei retroscena politici che vede troppo in primo piano, e con troppo potere, la massoneria. Tanto che anche l'integerrimo commissario Scialoja (uno Stefano Accorsi che, una volta tanto, non ci è dispiaciuto) alla fine cederà alle lusinghe di un certo potere.
Si scorge qua e là una certa ricerca allegorica (basti pensare alle scene della morte del Nero, Riccardo Scamarcio, faccia a faccia con un manichino, o alla grottesca riproposizione finale dell'inseguimento sulla spiaggia che apre il film) che, centrata o meno, si disperde nel calderone di un film forse un tantino al di sopra delle proprie possibilità.
Solare e imprescindibile aspetto positivo del tutto è un magistrale Pierfrancesco Favino, attore troppo spesso dimenticato da un cinema italiano sempre in affannosa ricerca di nuovi talenti, troppo spesso dimentico del grandissimo talento di alcune grandi figure che spesso passano in sordina.
Placido, nonostante le pecche, e un fianco scoperto a letture tutto sommato tendenziose della storia recente italiana, ha il coraggio di osare, di riuscire a costruire un film che si sganci dalla provinciale realtà italiana, per andare, pur non rinnegando le proprie origini, ad esplorare linguaggi e forme che oggi, dalla produzione nostrana, generalmente vengono evitate.


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mercoledì, 27 dicembre 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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martedì, 26 dicembre 2006
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lunedì, 25 dicembre 2006
  
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domenica, 24 dicembre 2006

per Potenza, 24-12-'06

 

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