domenica, 26 novembre 2006

Abbazia di Farfa

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L'Abbazia di Farfa (Monastero dell'ordine dei Benedettini), prende il nome dall'omonimo fiume (il Farfarus di Ovidio) che scorre poco lontano e che ha dato il nome anche al borgo adiacente l'abbazia.

L'Abbazia si trova nel territorio del comune di Fara in Sabina, nel reatino.

Fu fondata nel V secolo da san Lorenzo Siro, giunto in Italia dalla Siria con la sorella Susanna ed altri monaci.

La prima abbazia fu costruita nei pressi di un tempio pagano, dedicato alla dea Vacuna, e di una villa romana in rovina. Appena costruita, distrutta dai Longobardi verso la fine del VI secolo, secondo la leggenda fu ricostruita nel 705 da Tommaso di Moriana (o Morienna), proveniente da Gerusalemme. Da quel momento iniziò lo sviluppo dell'abbazia che si ingrandì con nuovi fabbricati e diventò sempre più ricca per le rinnovate piantagioni di olivi e la bonifica di molte terre circostanti.

L'abbazia crebbe in importanza e considerazione e ricevette elargizioni, privilegi, esenzioni, da parte di imperatori e papi e diventa così una vera potenza interposta fra il patrimonio di Pietro ed il Ducato di Spoleto.

Uomini colti, degni e devoti, si succedono alla direzione dell'abbazia, come ad esempio l'Abate Sicardo, parente di Carlomagno. Durante il Regno di Carlomagno, l'abbazia ebbe il massimo sviluppo edilizio, che ne modificò così tanto la struttura originale che solo di recente è stato possibile ricostruirla.

L'abbazia conserva tuttora testimonianze di architettura carolingia uniche in Italia.

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domenica, 26 novembre 2006

MACRO

Il MACRO - Museo d'Arte Contemporanea di Roma - nasce dal riassetto delle strutture capitoline deputate alla promozione dell'arte contemporanea. E' dotato di due sedi: l'ex stabilimento industriale Peroni, progettato all'inizio del Novecento da Gustavo Giovannoni, una delle poche testimonianze di archeologia industriale nella capitale, che fino al 1971 ha ospitato le attività produttive della Società Birra Peroni.
Nel 1999 è terminata la prima fase dei lavori di ristrutturazione e conversione del sito, che ha visto il recupero all'edificio principale composto da due corpi di fabbrica paralleli collegati da una costruzione che corrisponde al prospetto di ingresso. Il completamento dei lavori è stato assegnato al progetto Territori Sensuali di Odile Decq, a seguito del concorso internazionale indetto dal Comune di Roma nel 2000.
L'altra sede è dislocata in due padiglioni del complesso edilizio dell'ex Mattatoio di Testaccio realizzato tra il 1888 e il 1891 su progetto dell'architetto Gioacchino Ersoch.

MACRO al Mattatoio

Il complesso dell'ex-Mattatoio è una vivace area per manifestazioni culturali ed eventi artistici. Situato non lontano dalla riva del Tevere nel quartiere Testaccio, MACRO al Mattatoio è il luogo ideale per la sperimentazione culturale.
Costruiti fra 1888 e 1891 da Gioacchino Ersoch, i padiglioni del Mattatoio testimoniano il passaggio dal classicismo alla modernità e costituiscono un importante esempio storico dell'architettura industriale monumentale e razionale della fine del secolo. Per diversi anni, il Mattatoio è stato considerato fra i più importanti edifici industriali per la modernità e la semplicità della sua organizzazione interna e struttura.
Nel 2002, due padiglioni all'interno del complesso del Mattatoio, che consta di una superficie di 105,000 mq (di cui 43,000 coperti), sono stati assegnati al MACRO per lo sviluppo e la diffusione dell'arte contemporanea.
In sintonia con la dinamicità che caratterizza il quartiere e la forte presenza di giovani nelle ore serali, MACRO al Mattatoio è aperto, con ingresso gratuito, dalle 16 alla mezzanotte. Le dimensioni e la disposizione dello spazio lo rendono particolarmente adatto per presentare alcune delle più rilevanti espressioni artistiche internazionali e nazionali che oggi riconfigurano i "territori" della cultura visiva e della contaminazione tra linguaggi differenti.
MACRO è in azione e si prepara, nel confronto con un pubblico vasto e differenziato, ad essere il volto di un polo culturale sfaccettato attraverso il quale si affermi il valore dell'espressione artistica contemporanea.

   

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domenica, 26 novembre 2006

Bassano Romano


Abitanti 3861

La sua storia è strettamente legata ai signori che si sono succeduti nel possesso del castrum, soprattutto gli Orsini (che iniziarono la costruzione del palazzo baronale sulle strutture del vecchio maniero medievale), gli Anguillara e i Giustiniani cui si deve, agli inizi del Seicento, una radicale trasformazione urbanistica del paese. Dopo il principato di Innocenzo X, il palazzo passò agli Odescalchi, divenuti signori di Bassano nel 1854. L’edificio, che versa oggi in cattive condizioni, sarà presto oggetto di un provvidenziale restauro. Notevole, nel piano nobile, la sala dipinta nel XVII secolo da Francesco Albani: è dedicata al mito di Fetonte che nella volta propone un grande effetto pittorico. Vi sono raffigurate la Caduta di Fetonte dal carro e, alle pareti, le nefaste conseguenze sulla terra: i boschi bruciano, Galatea fugge con il suo seguito, Nettuno appare in preda all'ira sul suo carro, le acque si ritirano scoprendo i corpi delle sirene.

Al Domenichino si devono invece le Storie della vita di Diana e a Paolo Guidotti Farnese le allegorie dell aAeterna felicitas. Le Storie di Psiche sono attribuite a Bernardo Castello, amico del Tasso e di Giovan Battista Marino. Ai seguaci di Antonio Tempesti vengono riconosciuti i paesaggi di fantasia che decorano la stanza delle Quattro Stagioni. Attiva anche la scuola degli Zuccai e del Bertoja nelle grottesche della loggia. La presenza di opere eseguite precedentemente alla gestione dei Giustiniani sarebbe documentata, nel camerino del Paradiso, da una veduta del palazzo ancora circondato da abitazioni del tempo degli Anguillara.

Nel centro storico la chiesa di Santa Maria Assunta in Cielo del XVI secolo sorge sui resti di una primitiva cappella di forme romaniche. L’interno a croce latina conserva il palchetto dove pregavano i Giustiniani e la reliquia di San Gratiliano, racchiusa in un busto d’argento. Il santo viene festeggiato il 12 agosto, data del suo martirio a Falerii nel Viterbese. Nel 1437, secondo la leggenda, mentre il sacro cimelio veniva trasportato da Civita Castellana a Sutri, la testa uscì dalla cassetta che la conteneva e, rotolando, venne a fermarsi nel luogo ove poi fu edificata la chiesa di Bassano. Nelle vicinanze del paese, presso il borgo di San Filippo, sorge il santuario della Madonna della Pietà, meta ogni anno (la domenica successiva all'Ascensione) di una singolare processione cui partecipano solo uomini vestiti di bianco. Notevole, lungo la strada per la stazione ferroviaria, il grandioso complesso del monastero di San Vincenzo, dove è allestita una casa per ferie per l'accoglienza e i pellegrinaggi. La monumentale chiesa di San Vincenzo martire venne eretta per volere di Vincenzo Giustiniani intorno al 1630, co me mausoleo gentilizio, probabilmente su progetto di Carlo Maderno e Francesco Borromini. Doveva essere il centro di un villaggio, denominato Giustiniano, che non è mai stato realizzato.

Nella sagrestia si custodisce una statua marmorea del Salvatore Portacroce attribuita allo scultore Ippolito Buzio. Sull'altare del transetto di sinistra è collocata una tela di scuola fiamminga con San Vincenzo martire.

Il vasto monastero fu costruito nell'immediato dopoguerra dall'abate Ildebrando Gregori (dell'ordine dei Benedettini-Silvestrini) per l'accoglienza e l'istruzione dei bambini poveri.

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mercoledì, 22 novembre 2006

 SAN LORENZO

 

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mercoledì, 22 novembre 2006

Il Laocoonte a 500 anni dalla scoperta

Conclude le celebrazioni per il V centenario dei Musei Vaticani la mostra dedicata al celebre gruppo scultoreo, rinvenuto sul Colle Oppio nel 1506 e ammirato e studiato dai più grandi artisti

Deborah Marchioro

Roma, 16 novembre 2006.
Sono passati cinquecento anni da quel 14 gennaio 1506 quando, nella vigna di Felice de Fredis sul Colle Oppio, fu ritrovato il Laocoonte: l'opera fu subito riconosciuta dall'architetto Giuliano da Sangallo come il gruppo scultoreo descritto da Plinio il Vecchio e attribuito agli scultori di Rodi Hagesandros, Athanadoros e Polydoros. Rinvenuto presso le Terme di Tito, il capolavoro era infatti ricordato dall'autore romano come proprietà di quell'imperatore: l'opera rappresenta il sacerdote Laocoonte, che si era opposto all'ingresso nella città di Troia del cavallo di legno donato dai Greci, ucciso con i figli dai serpenti inviati da Atena per punirlo. Secondo recenti ipotesi sarebbe un originale del 40-30 a.C. o una copia romana di età tiberiana (14-37 d.C.) di un originale bronzeo di età ellenistica, quest'ultimo realizzato alla metà del II secolo a.C. negli ambienti artistici di Rodi o Pergamo.
Identificato come uno dei più celebri capolavori dell'antichità, il Laocoonte fu subito acquisito da papa Giulio II e trasferito in Vaticano. Intorno a quest'opera si formò il primo nucleo della collezione di antichità del pontefice ospitata nel Cortile delle Statue, oggi Cortile Ottagono, ed è proprio a quel rinvenimento che si fa risalire la fondazione dei Musei Vaticani, di cui si celebra quest'anno il V centenario. La mostra dedicata al Laocoonte conclude infatti le celebrazioni che, nel corso dell'anno, hanno visto la riapertura di alcuni settori dei Musei, la presentazione dei restauri dell'Appartamento Borgia, l'apertura della necropoli della Via Triumphalis.
L'esposizione è articolata in cinque sezioni che illustrano la storia della "fortuna" del gruppo statuario nei secoli, dall'antichità all'epoca contemporanea, con opere provenienti da Musei come il Metropolitan, il British, il Louvre, l'Ermitage, l'Albertina, gli Uffizi, collezioni comq quelle di Windsor Castle, Chateaux Fontanebleau, Somaini, Clerici, Alinari, dalla Biblioteca Apostolica Vaticana ed dall'Archivio Segreto Vaticano.
L'opera, una delle più studiate e copiate della storia dell'arte, fu ammirata da maestri come Michelangelo (basti pensare ai suoi "ignudi" sulla volta della Sistina), da Raffaello (che un anno dopo il rinvenimento lo citava nella celebre Deposizione della Galleria Borghese), e ancora, come documenta la mostra, da Jacopo Tatti detto il Sansovino, Francesco Primaticcio, Girolamo da Carpi, Pietre Paul Rubens, Gian Lorenzo Bernini, Carlo Maratta, Anton Raphael Mengs, Rubens, Giovanni Paolo Pannini, Francesco Hayez, Arturo Martini, Salvador Dalì, Francesco Somaini, fino ad Andrei Alfaro.
La storia della scoperta del gruppo scultoreo è stata ricostruita con una serie di documenti e testimonianze, come la lettera di Francesco da Sangallo che racconta il rinvenimento; un disegno di Maarten van Heemskerck del 1532-1533 rappresenta poi l'allestimento del Cortile delle Statue.
Il dramma di Laocoonte fu rappresentato anche in altre versioni iconografiche, svincolate dalla celebre statua, come mostrano la miniatura del cosiddetto Virgilio Vaticano, un codice dell'Eneide di IV secolo, e un dipinto di El Greco.

Musei Vaticani
Viale Vaticano
Biglietto d'ingresso gratuito
Dal 18 novembre 2006 al 28 febbraio 2007

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mercoledì, 22 novembre 2006

Il Caravaggio dei Windsor a Roma

In anteprima mondiale, l'Ala Mazzoniana della Stazione Termini ospita la Vocazione dei Santi Pietro e Andrea della Royal Gallery di Hampton Court, riconosciuto autografo del maestro lombardo

Deborah Marchioro

Roma, 21 novembre 2006.
Torna a Roma dopo 400 anni la Vocazione dei Santi Pietro e Andrea, olio su tela proveniente dalla collezione reale inglese: l'opera, finora ritenuta la copia di un perduto dipinto di Michelangelo Merisi da Caravaggio, dopo la recente pulitura è stata identificata con l'originale del maestro lombardo e viene presentata, in anteprima mondiale, nell'ambito della mostra "Caravaggio. Capolavori nelle collezioni private", allestita nell'Ala Mazzoniana della Stazione Termini.
Hanno riconosciuto l'autografia dell'opera Maurizio Marini e Sir Denis Mahon, contribuendo così ad arricchire le raccolte della regina Elisabetta del primo autentico dipinto di Caravaggio.
La Vocazione dei Santi Pietro e Andrea fu dipinta dall'artista intorno al 1601-1602 e acquistata per il re d'Inghilterra Carlo I Stuart nel 1637: a quel tempo consulente e pittore del re era Orazio Gentileschi, padre della celebre Artemisia nonché grande amico di Caravaggio. Gentileschi doveva aver visto il dipinto a Roma, nella collezione Giustiniani, insieme ad altri capolavori del maestro lombardo, scomparso nel 1610.
Ridotta in seguito a "sovrapporta", e finita poi nei magazzini del Palazzo di Hampton Court coperta da uno spesso strato di vernici e polvere, a partire dal 2000 l'opera è stata sottoposta ad un intervento di restauro e ad una serie di indagini diagnostiche che ne hanno rivelato l'autografia. Prima di tutto l'osservazione del dipinto a luce radente ha rivelato l'utilizzo di incisioni per tracciare l'abbozzo della composizione, procedura tipica di Caravaggio, e di pentimenti che si spiegano solo in un originale, e non nell'opera di un copista.
L'opera, che misura 140 x 166 cm, viene presentata nella mostra curata da Sir Denis Mahon e Mina Gregori, insieme a opere come il Cavadenti di Palazzo Pitti e altre difficilmente visibili a causa del luogo in cui sono conservate o perché parte di collezioni private.
Il dipinto sarà poi uno dei pezzi forti dell'esposizione "The Art of Italy in the Royal Collection: Renaissance & Baroque", che si svolgerà a Londra, negli spazi di Buckingham Palace, dal 30 marzo 2007 al 20 gennaio 2008.

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lunedì, 20 novembre 2006

Mille miglia...lontano (2005) Valutazione dei dizionari: 2 stelle su cinque

(Qian li zou dan qi)

Un film di Zhang Yimou. Con Ken Takakura, Shinobu Terajima, Kiichi Nakai. Genere Drammatico, colore, 107 minuti. Produzione Hong Kong, Cina, Giappone 2005.
Locandina Mille miglia...lontano
occhiello Un padre torna sui propri passi per assistere il figlio in punto di morte occhiello
Il protagonista del film è interpretato da Ken Takakura, un'icona del cinema giapponese.

di Pierpaolo Simone 

Takata lascia il suo villaggio di pescatori - dove è sempre vissuto - per raggiungere Tokio e incontrare il figlio gravemente malato. Giunto nella capitale, scopre che la nuora non è stata del tutto sincera con lui e che Ken-ichi, anche se in fin di vita, non vuole saperne del padre e di un rapporto interrotto bruscamente anni prima. Dopo aver visto una videocassetta, Takata scopre l’ultimo desiderio di suo figlio: tornare nella provincia dello Yunnan, in Cina Meridionale, per riprendere un antico dramma e ascoltare Li Jamin – un famoso attore di teatro – mentre intona “mille miglia lontano”, canzone tratta da un classico della letteratura cinese. Per colmare il vuoto che da anni li separa, Takata intraprende un lungo viaggio per sostituire il figlio nelle riprese ed esaudire, tardivamente, il suo volere. Ma la vera scoperta, una volta giunto a destinazione, è la gentilezza di un popolo che lo invita a riscoprire i sentimenti e l’amore per i legami di sangue che credeva di avere ormai perso.
Monotono e incolore nella prima parte, troppo rigoroso e inquadrato nella seconda, il film scorre senza emozioni di sorta, raccontando i sentimenti di una Cina buonista e senza macchia, alle prese con un’autorità docile, comprensiva e al servizio del cittadino. A parte qualche buona trovata registica e le inquadrature "sorprese" a riprendere paesaggi senza tempo, niente di nuovo sul fronte orientale per un regista che ha abituato il suo pubblico a lavori di tutt'altro calibro Il ricatto d'autore – sempre imperante nelle pellicole di maestri venerati più per le opere passate che per l'effettiva validità del presente – porta lo spettatore a leggere il film in un'ottica ingannevole, prendendo per buona un'innovazione culturale che è mera ripetizione di uno stereotipo collettivo e abusato. Un cinema mille miglia lontano dalla sufficienza.

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lunedì, 13 novembre 2006


10 date
28 eventi in programmazione
più di 100 artisti coinvolti


Torna Ubu Settete! rassegna annuale dedicata al teatro d’innovazione autoprodotto del territorio di Roma e Provincia. Dal 7 al 15 novembre 18 nomi dell’underground teatrale romano, testimoni della ricchezza della scena capitolina, + 3 compagnie ospiti da Milano, Genova e Palermo, si alterneranno in uno dei luoghi più rappresentativi del fermento culturale della Capitale, il rialtosantambrogio, offrendo in 9 giorni di programmazione, 28 eventi tra teatro, video e poesia.
24 gli eventi teatrali, con spettacoli rivolti in particolare alla drammaturgia contemporanea e al teatro di narrazione. Significativa anche la presenza di forme teatrali liminari, contaminate e interagenti con altri linguaggi artistici come la danza, la musica, l’espressività gestuale e corporea, nonché di coraggiosi lavori di ricerca sulla vocalità, sulle forme della battuta e sulle possibilità espressive e significanti della voce.
Parallelamente a Ubu Settete! avrà luogo UbuReading, rassegna di poesia contemporanea, quest’anno rivolta al femminile con letture dai lavori di quattro poetesse.

Ubu Settete! nasce nel 2003 contemporaneamente all’omonima rivista, su progetto di alcuni collettivi teatrali romani (Circo Bordeaux, amnesiA vivacE, OlivieriRavelli_Teatro, LABit). Già dalla terza edizione si lega stabilmente alla collaborazione con uno dei più importanti centri di produzione di cultura contemporanea a Roma, il rialtosantambrogio.
Nelle precedenti quattro edizioni Ubu Settete! ha coinvolto complessivamente 24 collettivi teatrali, presentando a circa 1700 spettatori 58 nuove produzioni.

Ubu Settete! è l’unica manifestazione teatrale nell’ambito territoriale di Roma e Provincia rivolta al monitoraggio e alla valorizzazione del teatro d’innovazione e dell’underground teatrale, e ormai una delle principali del genere in Italia. A partire dalla sua nascita, la linea artistica di Ubu Settete! si è posta l’obiettivo di monitorare e dare visibilità a compagnie e artisti emergenti, estranei ai circuiti teatrali “ufficiali”, facendo dunque affiorare e risaltare la ricchezza, la complessità, la varietà di un movimento artistico capitolino (Roma e Provincia) ancora in gran parte sottovalutato. Ubu Settete! dà annualmente voce, spazio, opportunità, a quella "scena romana" più legata ad una idea del teatro come "arte sociale", quindi a quelle produzioni più deboli in termini di promozione, diffusione, vendita, ritorni economici: la c.d. "ricerca", la nuova drammaturgia, il teatro civile, il teatro di narrazione, il c.d. "terzo teatro".


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domenica, 12 novembre 2006
Locandina L'amico di famiglia
occhiello Geremia De' Geremei. Un uomo che non vorreste incontrare. Un film che si dovrebbe vedere occhiello

Geremia de' Geremei ha settant'anni. Vive in una cittadina dell'Agro Pontino ed è proprietario di una piccola sartoria. Brutto e sgraziato vive in una casa buia con la madre paralizzata. La sua vera fonte di guadagno (rigorosamente depositato in cassette di sicurezza) è però l'usura. Paolo Sorrentino torna a visitare gli abissi della coscienza. Lo fa questa volta con la collaborazione di un cast totalmente all'altezza, a partire dalla intensa interpretazione offerta dal protagonista Giacomo Rizzo. Il suo non è un film di denuncia di un fenomeno più che mai diffuso in Italia. È invece un atto di accusa molto più deciso nei confronti dell'atteggiamento di uomini e donne del nostro tempo. Se Geremia è quasi ributtante per il modo in cui attrae e trattiene nella sua tela fatta di continui ricatti le proprie vittime, coloro che lo circondano non sono da meno. Solo che, a differenza di lui, non hanno le phisique du role e risultano quindi molto più difficili da individuare. È una società corrotta nel profondo quella che Sorrentino porta alla luce con mano ferma sia dal punto di vista della sceneggiatura che da quello della regia. Ci offre squarci di luciferina crudeltà, ci lascia scaricare la nostra buona coscienza addosso al protagonista ma poi…

Anche l'usuraio in fondo ha un cuore (nero)

L a commedia astratta e nera è la chiave stilistica che Paolo Sorrentino ha scelto per raccontare una storia di vita e usura nell'agro pontino dei nostri tempi. L'amico di famiglia presta soldi, con interessi doppi, per soddisfare le richieste più stravaganti: comprare titoli nobiliari per entrare in affari con il Vaticano, spesare una clinica estetica per cercare eterna giovinezza, racimolare un gruzzolo per tentare la fortuna al Bingo, imbastire un matrimonio «regale» per risarcire anni di umiliazioni. Vizi e vezzi di un'Italia provinciale che si indebita a usura per conquistare sogni da quattro soldi. Geremia Geremei (Giacomo Rizzo, molto efficace) è un usuraio filosofo, orrendo nell'aspetto, raffinato nella retorica. Il suo «pensiero», corrotto nell'etica, ha un profondo cuore politico che riesce a mostrare l'ipocrisia e la limitatezza dell'immaginario nostrano.
La versione oggi nelle sale differisce, soprattutto nel finale, da quella presentata a Cannes (dove il film ha avuto un'accoglienza critica). Senza perdersi in inutili discorsi filologici, dobbiamo sottolineare l'intelligenza di un regista che con umiltà si interroga fino all'ultimo sul suo film e, forse accogliendo talune critiche rivolte alla sceneggiatura, ci mette mano, migliorandolo di molto. Un piccolo esempio di quanto sia importante il dialogo e il confronto per il cinema italiano, così soffocato dal primato del regista demiurgo, intoccabile reuccio di opere soffocate dal primato d'autore.
da L'Unità, 10 novembre 2006

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domenica, 12 novembre 2006

John Fante, Chiedi alla polvere.

     
   
  Il capolavoro di John Fante. Uno dei grandi libri della letteratura americana del Novecento.
   
«Chiedi alla polvere è un romanzo costruito su tre storie. Prima: un ventenne sogna di diventare uno scrittore e in effetti lo diventa. Seconda: un ventenne cattolico cerca di vivere nonostante il fatto di essere cattolico. Terza: un ventenne italoamericano si innamora di una ragazza ispano-americana e cerca di sposarla.
Il tutto a bagno nella California.
Immaginate di fondere le tre storie facendo convergere i tre ventenni (lo scrittore, il cattolico, l'italoamericano innamorato) in un unico ventenne e otterrete Arturo Bandini. Fatelo muovere e otterrete Chiedi alla polvere. Ammesso, naturalmente, che abbiate un talento bestiale».

Alessandro Baricco



«Cosí l'ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c'è la polvere dell'Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere.
E c'è una ragazza ingannata dall'idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro».

John Fante nel Prologo a Chiedi alla polvere

Charles Bukowski l'ha definito "il narratore pi˜ maledetto d'America": ed è certo che lo stesso Bukowski, al pari di molti autori della letteratura americana contemporanea, deve molto a John Fante, da cui ha dedotto non solo l'atmosfera maudite, ma numerosi stilemi espressivi e diegetici; d'altro canto l'importanza di Fante è stata riconosciuta anche fuori dei confini degli States, se è vero che Ask the Dust (Chiedi alla polvere), il volume centrale della cosiddetta "saga di Arturo Bandini", è stato pubblicato per la prima volta in Italia nella prestigiosa collana della Medusa, tradotto da Elio Vittorini.
John Fante (1909-1983) ha scritto quello che è considerato il suo capolavoro nel 1939, quando la Grande Depressione era ormai alle spalle e già in Europa infuriava il secondo conflitto mondiale: echi di questi eventi penetrano nel romanzo, ma restano sullo sfondo, essendo tutta l'opera centrata sulla figura del ventenne scrittore Arturo Bandini, che finora ha pubblicato un solo racconto, ma che è pervicacemente proteso alla conquista di riconoscimenti assai pi˜ significativi.
Romanzo di formazione "all'americana", Chiedi alla polvere narra in termini ora paradossali, ora accoratamente lirici, ora crudamente realistici l'impossibile storia d'amore fra Arturo e Camilla Lopez, cameriera di origini messicane orgogliosa e testarda quanto lo stesso Bandini. Ma mentre il successo letterario non tarderà a farsi strada, il rapporto fra i due giovani sarà assai tormentato, segnato da atteggiamenti ostili e punteggiato dalle incomprensioni e dagli insulti pi˜ che dalle tenerezze: ad eccezione di alcuni rari, ineffabili istanti, come quando Arturo rivolge un sincero complimento alla ragazza, ricevendone in cambio una carezza: "Mi passò le dita fra i capelli e la sua gioia calda mi si trasmise dentro come un fluido; sentii la gola che mi scottava e una profonda felicità insinuarsi in ogni mia fibra". È un passaggio che ricorda alcuni straordinari momenti del Martin Eden di Jack London, romanzo anch'esso largamente autobiografico e bilicato sul duplice asse della tensione letteraria e dell'urgenza dei sentimenti: ma se nel capolavoro londoniano il protagonista raggiunge la piena consapevolezza solo nella morte ("e nell'istante stesso in cui lo seppe, cessò di saperlo"), nel romanzo di Fante all'eroe è riservato un diverso destino, diventando egli il testimone impotente della tragica sorte di Camilla, che lentamente sprofonda negli abissi dell'autodistruzione e della follia, fino a sparire nel deserto ai margini della città, quel deserto la cui polvere avvolge paradigmaticamente tutto il mondo del protagonista.
Opera di rara intensitý ed equilibrio, Chiedi alla polvere solo apparentemente ci trasporta in un universo marginale, fatto di squallidi albergi e di locali dozzinali; in realtý è uno straordinario viaggio interiore, un percorso tra i pensieri e i sentimenti di un giovane di vent'anni, con le sue ingenuità e contraddizioni ma anche con la sua sostanziale nobiltà ed elevatezza spirituale.
Dopo aver letto questo romanzo, non é difficile comprendere l'atteggiamento di Bukowski, che a tal punto si era immedesimato nel mondo del protagonista da proclamare con violenza: "Io sono Bandini, Arturo Bandini!". [Michele Santoro].

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