domenica, 29 ottobre 2006
 
Babel
Babel
di Adriano Ercolani

Di Alejandro Gonzalez Inarritu;
con Brad Pitt, Cate Blanchett, Gael Garcìa Bernal

Dopo il folgorante esordio di "Amores Perros" e l’altrettanto intenso "21 Grammi", il regista messicano Inarritu firma "Babel" uno dei film più attesi della stagione
 
Marocco. Due bambini giocano con un fucile, e per provarlo sparano un colpo che cambierà la vita di molte persone. A causa di questo evento incontrollabile si sviluppano in diverse parti del mondo tre storie la cui tematica principale è  la difficoltà di comunicazione che comporta isolamento, solitudine e soprattutto incapacità ad esprimere i propri sentimenti. In una confusa e desolante multiculturalità di lingue e sistemi di comunicazione, ognuno dovrà trovare da solo la soluzione ai propri conflitti.

Dopo il folgorante esordio di “Amores Perros” (id., 2000) e l’altrettanto intenso “21 Grammi” (2001 Grams, 2002), il regista messicano Inarritu continua il suo personale percorso estetico e poetico verso un cinema di fortissimo impatto emozionale. Rispetto ai due film appena citati il cineasta sceglie di alzare il tiro e raccontare non soltanto una serie di micro-storie personali, ma di legarle tra loro attraverso un filo invisibile che ne accentua la portata metaforica: “Babel” infatti possiede una sorprendente compattezza interna, dovuta all’attenzione della sceneggiatura del bravissimo Guillermo Arringa, capace di delineare gli stessi stati d’animo e delle sensazioni pur raccontando tre storie tra loro eterogenee. Se dunque nell’idea di base “Babel” si presenta come una pellicola concettualmente più complessa e rischiosa rispetto alle altre due, con grande intelligenza il regista ha invece optato per un tipo di messa in scena forse visivamente meno elegante rispetto al passato, ma perfettamente coerente nell’appoggiarsi con semplicità e linearità alle tematiche scelte.

La semplicità della visione rende questo lungometraggio fluido ed emozionante come solo i grandi film possono esserlo. Inarritu lavora sempre con un cast ormai collaudato, per cui tutti gli elementi sono perfettamente al loro posto: dalla fotografia di Rodrigo Prieto alle musiche di Gustavo Santaolalla, passando per il montaggio di Stephen Mirrione  - che smussa saggiamente alcune eccessive stilizzazioni presenti in “21 Grammi”. Tutte queste componenti dell’elemento cinema servono al meglio la poetica visiva di Inarritu, il quale si dimostra ancora una volta straordinario direttore d’attori: insieme ad un cast di comprimari di straordinario impatto, i tre caratteristi più conosciuti forniscono tutti una grande interpretazione; ma se di Gael Garcìa Bernal e della Blanchett già lodavamo le consumate doti attoriali, la magnifica sorpresa arriva da un Brad Pitt che impone la sua forte presenza scenica mettendola al servizio di un’interpretazione controllatissima e dolente.      

Inarritu continua ad esplorare al meglio il suo cinema fatto di emozioni che si sentono tangibili e di rimandi che lo sono molto meno. “Babel” è forse la sua opera migliore dal punto di vista dell’equilibrio tra scrittura e messa in scena, raggiungendo in alcuni momenti una rarefazione dell’immagine che porta con sé tutta l’intensità del sentimento. Bellissimo.
postato da: quinoa alle ore 19:03 | Permalink | commenti
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mercoledì, 11 ottobre 2006

Water

Titolo originale:  Water
Nazione:  Canada, India
Anno:  2005
Genere:  Drammatico, Romantico
Durata:  114'
Regia:  Deepa Mehta
Sito ufficiale:  www.water.mahiram.com
Sito italiano:  www.videa-cde.it/water/

Cast:  Lisa Ray, Seema Biswas, Kulbhushan Kharbanda, Waheeda Rehman, Raghuvir Yadav, Vinay Pathak, Rishma Malik
Produzione:  Deepa Mehta Films, Flagship International, David Hamilton Productions, Echo Lake Productions, Noble Nomad Pictures Ltd., Téléfilm Canada
Distribuzione:  VIDEA-CDE, Warner Bros. Pictures
Data di uscita:  06 Ottobre 2006 (cinema)


Trama:
India. La storia parla di tre vedove Hindi, che dopo la morte dei loro mariti vanno a vivere in una casa lungo il fiume dove vivono di elemosina, ma alcune sono costrette a prostituirsi perchè il denaro non basta. Tra le vedove, una bambina di soli otto anni, vittima dei matrimoni infantili, che viene portata dal padre nella casa sul fiume, ma che, essendo ancora piccola, non riesce a capire bene quello che le sta accadendo...


Water
Fuoco, Terra, Acqua. Tre i film dedicati agli elementi dalla regista indiana Deepa Mehta (laurea in filosofia, il suo primo lungometraggio "Sam & Me" vinse la Camera d'Or al Festival di Cannes del '91), e quest'ultimo è quello dalla genesi più sofferta. Problemi già c'erano stati per "Fire" (storia di lesbismo), allorquando il gruppo fondamentalista indù Shiv Sena attaccò vari cinema del paese che lo programmavano, sebbene in seguito al ritiro dalle sale il titolo divenne il DVD pirata più venduto in India. Le cose sono andate anche peggio per "Water": una folla organizzata dal partito BJP allora al potere a Nuova Delhi distrusse il set del film, gettò a fiume le attrezzature e minacciò di morte la Mehta e le attrici. Il governo interruppe la produzione per questioni di "pubblica sicurezza" e ci sono voluti quattro anni per ripartire con le riprese, effettuate in Sri Lanka segretamente.

Secondo tradizione, le vedove - protagoniste della pellicola - hanno tre possibilità: ardere col cadavere del marito, sposare il fratello minore del defunto (sempre che la famiglia sia d'accordo) o diventare intoccabili, rasate e chiuse in un'Ashram da cui uscire solo per elemosinare. La vicenda è ambientata nel 1938, ma le reazioni suscitate dall'opera dimostrano l'attualità di un dramma riguardante milioni di donne in India. Sulla condizione femminile più in generale, la cineasta tira in ballo pure i matrimoni combinati e la prostituzione di bambine, e punta poi il dito contro i corresponsabili anelli della catena, quali ad esempio la megera a capo della casa che specula sulla sofferenza delle poverette o "liberali" bramini che grazie alla propria posizione sociale ne approfittano sessualmente, uomini di "scarsa moralità abituati a interpretare i testi sacri a loro vantaggio". La speranza è incarnata da Gandhi, che vuole liberare le vedove e considera i "Paria" figli di dio, perciò ad un giovane illuminato cui è affidata una piccola dal destino imposto non resta che salire sul treno del Mahatma e lasciarsi quel mondo alle spalle. Lo stile è di un manierato esotismo, ma qui la funzione pubblica dell'arte viene prima.

La frase: "Un familiare in meno da sfamare, un sari, un letto, più spazio dentro casa. Una questione di soldi in nome della religione. Come sempre".

Federico Raponi















La locandina



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