giovedì, 28 settembre 2006

CIMITERO PROTESTANTE

cimitero protestante

Prima che, nel 1837, fosse istituito il Campo Verano, numerosi piccoli cimiteri costellavano le aree disabitate entro la cerchia delle Mura Aureliane. Di essi, il Cimitero Protestante in via Caio Cestio è il solo ad aver conservato il sito e la funzione. La comunità degli stranieri residenti a Roma aveva acquisito nei primi decenni del Settecento una piccola area a ridosso della Piramide Cestia per farne il luogo di sepoltura dei propri defunti. Fino ad allora, essendo nella quasi totalità di religione diversa dalla cattolica, gli stranieri non erano ammessi alla sepoltura entro le mura e, benché non se ne abbiano notizie certe, si ritiene che venissero sepolte all'esterno delle mura. Il nucleo di questo cimitero era a ridosso delle Mura Aureliane, ma comunque all'interno. Scavi archeologici iniziati nel 1928 per portare alla luce la base della Piramide Cestia hanno restituito le spoglie ed una lastra di piombo di quella che sembra la più antica sepoltura del luogo, datata 1738 e appartenente ad un inglese di nome Langton. Comunque, fu agli inizi dell'Ottocento che il luogo assunse un fascino particolare che lo rese caro alla sensibilità degli artisti romantici. Infatti, sono artisti i più che qui tomba di j. keatsriposano: Wagner, Nietzsche, Shelley, Keats, Severn, Reinhart. Nonostante la concessione della sepoltura all'interno delle mura, come abbiamo già sopra accennato, le sepolture degli acattolici avvenivano di notte, sia per rispetto della legislazione dello Stato Pontificio sia per diminuire i rischi di rappresaglie e di manifestazioni di intolleranza religiosa. A riprova di ciò, nel 1824, Leone XII autorizzò lo scavo di un fossato che arginasse, o almeno ostacolasse, le frequenti profanazioni. Solo nel 1870 il fossato, ormai interrato, fu sostituito da un muro. Nella foto a sinistra, si può osservare la lapide, senza nome, che indica il luogo di sepoltura di John Keats, il poeta giunto a Roma nel settembre 1820, che soggiornò nella "Casina Rossa" a piazza di Spagna e che morì dopo soli quattro mesi all'età di 26 anni. L'epitaffio che si vede nella foto, composto dal poeta stesso (naturalmente in inglese), così recita: "Questa tomba contiene tutto ciò che fu mortale di un giovane poeta inglese che, sul suo letto di morte, nell'amarezza del suo cuore, in risposta al maligno potere dei suoi nemici, desiderò che queste parole fossero scolpite sulla sua pietra tombale: Qui giace uno il cui nome fu scritto sull'acqua".

"Roma attenta, il cimitero inglese cade a pezzi"
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L'allarme arriva dal New York Times in un lungo ARTICOLO dedicato allo storico luogo di sepoltura per i non cattolici di Monte Testaccio, che ospita le spoglie di poeti come Keats e Shelley: "Questo pezzo di paradiso ? in rovina. Si sta deteriorando per colpa dell'inquinamento e dell'incuria"

Il cimitero degli Inglesi di Roma, quello che ospita le tombe degli stranieri e dei non cattolici, versa in situazione disperate ed ha bisogno di un profondo restauro: se ne preoccupa il New York Times, dedicando oggi un lungo articolo a quello che ufficialmente si chiama il cimitero acattolico del Monte Testaccio.

''Oggi - scrive il prestigioso quotidiano della Grande Mela - questo prezioso pezzo di paradiso, in rovina e in crisi finanziaria, e' stato recentemente aggiunto nella lista dei 100 siti maggiormente in pericolo sulla Terra. Molti dei monumenti stanno cadendo a pezzi come le ossa che ospitano, danneggiati dall'inquinamento e da anni di incuria archeologica''.

Il cimitero, detto anche dei protestanti, ospita tombe illustri come quelle dei poesi inglesi John Keats e Percy Bysshe Shelley, del rivoluzionario Antonio Gramsci, del poeta Dario Bellezza, dello scrittore Carlo Emilio Gadda.


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Roma non ? per tutti... ? per chi la ama
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barberini
messagio 10 Feb 2006, 13:37
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Cimitero Protestante Via Caio Cestio
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Prima che, nel 1837, fosse istituito il Campo Verano, numerosi piccoli cimiteri costellavano le aree disabitate entro la cerchia delle Mura Aureliane. Di essi, il Cimitero Protestante in via Caio Cestio ? il solo ad aver conservato il sito e la funzione. La comunit? degli stranieri residenti a Roma aveva acquisito nei primi decenni del Settecento una piccola area a ridosso della Piramide Cestia per farne il luogo di sepoltura dei propri defunti. Fino ad allora, essendo nella quasi totalit? di religione diversa dalla cattolica, gli stranieri non erano ammessi alla sepoltura entro le mura e, bench? non se ne abbiano notizie certe, si ritiene che venissero sepolte all'esterno delle mura. Il nucleo di questo cimitero era a ridosso delle Mura Aureliane, ma comunque all'interno. Scavi archeologici iniziati nel 1928 per portare alla luce la base della Piramide Cestia hanno restituito le spoglie ed una lastra di piombo di quella che sembra la pi? antica sepoltura del luogo, datata 1738 e appartenente ad un inglese di nome Langton. Comunque, fu agli inizi dell'Ottocento che il luogo assunse un fascino particolare che lo rese caro alla sensibilit? degli artisti romantici. Infatti, sono artisti i pi? che qui riposano: Wagner, Nietzsche, Shelley, Keats, Severn, Reinhart. Nonostante la concessione della sepoltura all'interno delle mura, come abbiamo gi? sopra accennato, le sepolture degli acattolici avvenivano di notte, sia per rispetto della legislazione dello Stato Pontificio sia per diminuire i rischi di rappresaglie e di manifestazioni di intolleranza religiosa. A riprova di ci?, nel 1824, Leone XII autorizz? lo scavo di un fossato che arginasse, o almeno ostacolasse, le frequenti profanazioni. Solo nel 1870 il fossato, ormai interrato, fu sostituito da un muro. Qui si pu? osservare la lapide, senza nome, che indica il luogo di sepoltura di John Keats, il poeta giunto a Roma nel settembre 1820, che soggiorn? nella "Casina Rossa" a piazza di Spagna e che mor? dopo soli quattro mesi all'et? di 26 anni. L'epitaffio che, composto dal poeta stesso (naturalmente in inglese), cos? recita: "Questa tomba contiene tutto ci? che fu mortale di un giovane poeta inglese che, sul suo letto di morte, nell'amarezza del suo cuore, in risposta al maligno potere dei suoi nemici, desider? che queste parole fossero scolpite sulla sua pietra tombale: Qui giace uno il cui nome fu scritto sull'acqua".

Siccome le regole della chiesa cattolica vietavano di seppellire in terra consacrata i non cattolici - quindi protestanti, ebrei e ortodossi, nonch? i suicidi e gli attori - questo tipo di persone erano "espulse" dalla comunit? cristiana cittadina, dopo morte, seppellendole fuori dalle (o al margine estremo delle) mura.
Un cimitero dedicato agli attori, ad esempio, era fuori Porta Pinciana, dove adesso corre via del Muro Torto; il cimitero degli ebrei invece era sulla collina dell'Aventino di fronte al circo Massimo, dove ora ? il roseto comunale.

I cipressi ed il fogliame scuro aiutano questo cimitero a rispecchiare lo stile pi? naturalistico dei cimiteri delle regioni dell'Europa del Nord. Come indica il nome ufficiale del cimitero (Cimitero acattolico), ? il posto per l'ultimo riposo dei non-cattolici in generale, non solo protestanti, n? ? limitato dalla nazionalit?.

La prima sepoltura nota ? quella di uno studente di Oxford chiamato Langton del 1738, ma il cimitero fu aperto ufficialmente (con editto della Segreteria di stato di Pio VII Chiaramonti), l'11 ottobre 1821.

Le tombe pi? famose sono quelle dei poeti inglesi John Keats (1795-1821) e Percy Bysshe Shelley (1792-1822). Keats mor? a Roma di tubercolosi. Il suo epitaffio, che non lo cita per nome, ? dai suoi amici Joseph Severn e Charles Brown:

"This grave contains all that was mortal, of a YOUNG ENGLISH POET, who on his death bed, in the bitterness of his heart, at the malicious power of his enemies, desired these words to be engraven on his tombstone: Here lies one whose name was writ in water".
La frase significa:

"Questa tomba contiene tutto ci? che fu mortale, di un GIOVANE POETA INGLESE, che sul suo letto di morte, nell'amarezza del suo cuore, al potere maligno dei suoi nemici, desider? che queste parole fossero incise sulla sua pietra tombale: Qui giace uno di cui il nome era scritto nell'acqua".
Shelley anneg? nell'affondamento del suo vascello al largo della costa tirrenia fra Portovenere e la Toscana e fu cremato sulla spiaggia vicino a Viareggio, l? dove le onde avevano spinto il suo corpo. Le sue ceneri furono sepolte nel cimitero protestante; il suo cuore, che il suo amico Edward John Trelawny aveva strappato dalle fiamme, fu conservato dalla sua vedova, Mary Shelley, fino alla sua morte e fu sepolto con lei nel Bournemouth.

Altre sepolture notevoli includono:

Hendrik Anderson (1872-1940), scultore, amico di Henry James
Karl Briullov (1799-1852), grande pittore russo
Gregory Corso (1930-2001), poeta americano della beat generation
Carlo Emilio Gadda (1893-1973), scrittore italiano
August von Goethe (1789-1830), figlio di Johann Wolfgang von Goethe; il suo monumento include un medaglione di Bertel Thorvaldsen
Antonio Gramsci (1891-1937), filosofo Italiano, leader del Partito Comunista Italiano
Richard Saltonstall Greenough (1819-1904), scultore americano
Wilhelm von Humboldt (1794-1803), figlio del diplomatico e linguista tedesco Wilhelm von Humboldt
Hans von Maares (1837-1887), pittore tedesco
Malwida von Meysenbug (1816-1903), scrittrice tedesca
Axel Munthe (1857-1949), medico e scrittore svedese
Thomas Jefferson Page (1808-1899), comandante della spedizione della marina degli Stati Uniti nel Rio de la Plata
Gottfried Semper (1803-1879), architetto tedesco
Joseph Severn (1793-1879), pittore inglese, console a Roma ed amico di John Keats, accanto al quale ? sepolto
Franklyn Simmons (1839-1913), scultore e pittore americano
William Wetmore Story (1819-1895), scultore americano, sepolto accanto alla moglie sotto il proprio lavoro Angel of Grief
John Addington Symonds (1840-1893), poeta e critico inglese
Lady Temple (morta nel 1809), moglie di Sir Grenville Temple, 9? baronetto
Edward John Trelawny (1792-1881), autore inglese, amico di Percy Bysshe Shelley, accanto alle cui ceneri ? sepolto
Wilhelm Friedrich Waiblinger (1804-1830), poeta tedesco e biografo di Friedrich H?lderlin

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giovedì, 28 settembre 2006

Verano

"Noi fummo quel che voi siete, voi sarete quel che noi siamo". Queste parole, scritte su una lapide, proprio all'entrata del cimitero, risuonano nella mente di chi si accinge ad entrare; che sia un avvertimento, una semplice constatazione o una sorta di ordine perentorio, nessuno lo sa... E una volta entrati, fatti pochi passi, se non si è soliti del luogo, si avverte una strana atmosfera. Un'atmosfera che attrae e respinge, un profondo senso di tranquillità ti spinge oltre, le migliaia di lapidi con altrettante foto e dediche e poesie ti incuriosiscono e ti spingono a proseguire. Finchè arrivi a perderti nell'immensità del luogo: vicoli bui, spiazzi larghi e luminosi, collinete, discese e salite, alberi, grandi alberi, cipressi per lo più, ti fanno perdere l'orientamento e quello che prima ti attraeva ora ti spaventa, ti sei perso e pensi che forse non nè uscirai più. Ripensi alle parole oscure: forse è te che hanno scelto come compagnia. Allora i sibili di vento ti paiono ghigni ironici, le foto perdono il loro volto umano e i fiori appassiti di qualcuno dimenticato sembrano lì per te. Questo è il Verano, luogo di pace e di terrore.
di pace, avvolti nella penombra dei tanti  cipressi.

Questa pagina vuole essere un omaggio, un pensiero, per tutti coloro che qui riposano.

Vagando in rispettoso silenzio ci siamo anche imbattuti in
una legione di gatti socievoli che abbiamo voluto immortalare in questo loro ambiene naturale.

 

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giovedì, 28 settembre 2006

Destino Cieco (1982)

(Przypadek)

Un film di Krzysztof Kieslowski. Con Tadeusz Lomnicki, Borguslaw Linda, Zbiegniew Zapasiewicz, Boguslawa Pawelec, Marzena Trybala. Genere Drammatico, colore, 120 minuti. Produzione Polonia 1982.

Chi l’ha visto? Così come era già successo in Polonia (dove, dopo una fugace apparizione, era stato “congelato” per molti anni), anche in Italia Destino cieco di Krzysztof Kieslowski ha conosciuto il dramma di una distribuzione del tutto carente. D’accordo, è stato proposto in originale con i sottotitoli, ha un cast senza nomi di prestigio, ma forse era il caso di sfruttare meglio la notorietà acquisita dal regista con lo straordinario Decalogo. Girato nel 1982, il film anticipa alcuni dei temi principali dell’opera maggiore, soprattutto quello, carissimo all’autore, della fondamentale presenza del caso(Przypadek, ovvero Il caso, è in effetti il titolo originale) nella vita delle persone. Witek, il protagonista, deve prendere un treno ma è in ritardo: nella fretta urta una signora, facendole cadere di mano una moneta. Potrebbe essere un avvenimento senza conseguenze, senonché proprio quella moneta viene raccolta da un ubriacone che la spende subito per un’ennesima birra. Così facendo, si trova a incrociare il cammino di Witek; un semplice urto tra i due avrà effetti inimmaginabili sulla vita del nostro eroe. Forse riuscirà lo stesso a partire, e tutto procederà come previsto; forse non salirà mai su quel treno, e la sua vita potrà addirittura finire nell’esplosione di un aereo. Witek si scontra, correndo in una stazione, con un ubriaco. A seconda che dopo questo incidente l'uomo non riesca a prendere il treno, urti o eviti un ferroviere e si accorga o meno di una ragazza, la sua vita prenderà strade differenti. Kieslowski in questo film il cui titolo originale significa Il caso, scrive e dirige una sorta di opera manifesto che analizza, con esiti interessanti, il peso che la casualità assume nella vita di un uomo. E se fossimo ancora una volta noi a determinare il caso? Film fortunatamente ripescato dopo il successo del Decalogo.

Chi è il più grande dei narratori? Krzysztof Kieslowski risponderebbe forse il caso. Nel Decalogo (1988-89) è appunto il caso che dà ordine e significato alle microstorie dei protagonisti. Le loro scelte morali, le loro morali responsabilità sono sempre riferite a una dimensione che li determina. D’altra parte, è proprio questa dimensione sovrapersonale che inventa le loro vite, conducendole ora alla tragedia ora alla commedia. Il caso è il più grande dei narratori, appunto. Lo è anche in Destino cieco, quarto lungometraggio di Kieslowski (1982). Il titolo originale - Przypadek, ossia proprio «Il caso» - nella traduzione italiana viene snaturato. La parola destino suppone una qualche finalità, una qualche “regia”. Insomma, suppone qualcuno o qualcosa che preordini un significato agli accadimenti e alle vite. La parola caso, invece, rimanda a una radicale mancanza di “regia”. O meglio, rimanda alla “regia” più crudele e insieme più innocente. Il caso inventa storie di cui nulla sa o immagina. La sua è una non-morale gioia creatrice per la quale tutto è sempre possibile. Le tre differenti storie di Witek sono appunto possibili: ognuna esattamente come le altre due. Destino cieco è in questo senso un ben strano film, quasi un tentativo della regia cinematografica di gareggiare con quella del caso: come questa non-morale, innocentemente e crudelmente creatrice. Di ogni storia, certo, si può anche tentare una lettura morale. Qualcuno parteggerà per il primo Witek, con il suo impegno politico, con la sua decisione di “costruire” la società stando nel partito, gestendo il potere. Qualcun altro gli preferirà il secondo, impegnato sul versante opposto della chiesa, ma come lui moralmente volto alla dimensione pubblica. Un altro ancora si riconoscerà nel terzo, convinto che l’individuo sia il primo valore, insieme con il coraggio di resistere ai richiami delle istituzioni o delle comunità (questo - per sua dichiarazione - è il modello etico caro a Kieslowski).
E tuttavia l’emozione profonda di Destino cieco non sta in una specifica prospettiva morale. Dei tre Witek non ce ne è uno che prevalga. A prevalere è piuttosto la sua insuperabile illibertà in ognuna delle vite che la “regia” gli inventa. Il cuore del film è un susseguirsi velocissimo di accadimenti. Witek corre alla stazione, urta una donna cui fa cadere una monetina, la monetina viene raccolta da un ubriaco, l’ubriaco ci compera un bicchiere di birra, contro lui che beve urta poi Witek: a differenze minime e insignificanti in questi insignificanti e minimi accadimenti corrispondono scelte esistenziali e morali decisive e lontanissime tra loro. Ma, appunto, chi sceglie? E poi, chi è scelto? A scegliere è il caso, non c’è dubbio. Come non c’è dubbio che la gioia del cinema di Kieslowski - il suo essere affabulazione, invenzione e racconto di storie - venga da questa scelta non-morale. A essere scelto è invece Witek. Anche se, in fondo, non c’è niente e nessuno che propriamente lo scelga, tuttavia egli non ha quasi possibilità di scampo. Perché «quasi»? Perché Kieslowski, nel trionfo deterministico del caso, rivive un minimo - ma grandissimo - spazio di libertà. Questo spazio è la sua capacità di dire no: all’istituzione e alle sue pretese di controllo, alla comunità e alle sue logiche sovraindividuali, allo stesso caso. Il film è tutto compreso nel no che Witek urla mentre esplode l’aereo: con quel no inizia, con quel no finisce. È un urlo impotente, ma è anche l’unico momento di tragica, lacerante, impossibile libertà in una vita del tutto non libera.

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mercoledì, 27 settembre 2006

S.CLEMENTE

protiro

La basilica di S.Clemente sorge a circa 400 metri dal Colosseo, in via di S.Giovanni in Laterano. Qui abbiamo la possibilità di ripercorrere tre periodi storici: al livello della strada c'è una chiesa (quella attuale) che risale ai tempi di Pasquale II (XII secolo); sotto giace una chiesa del IV secolo e più sotto ancora vi sono i resti di antichi edifici romani. Si suppone che questi ultimi, di forma rettangolare e delimitati da muri di grossi blocchi di tufo, possano essere parte di un edificio pubblico, databile, in base alla tecnica edilizia ed ai bolli dei mattoni, all'inizio del I secolo d.C.: si suppone, vista la simmetria degli ambienti e la presenza di pochi e stretti ingressi, che fosse un edificio che richiedesse una stretta sorveglianza, in poche parole che fosse la Moneta, l'officina della zecca imperiale dove si coniavano le monete romane. Ricordiamo che il termine "moneta" fu attribuito alla Zecca perchè originariamente situato accanto al Tempio di Giunone Moneta. Dietro a questo edificio venne costruita, nella seconda metà del II secolo, una casa privata: fu il cortile di questa che, all'inizio del III secolo, venne trasformato in un santuario per il culto misterico del dio Mitra (nella Roma imperiale il mitraismo, un culto maschile della fertilità importato dalla Persia nel I secolo a.C., rivaleggiava per numero di seguaci con il cristianesimo). Furono chiuse le porte che vi si mitreoaffacciavano, fu costruita una volta a botte con undici fori, allusione alla simbologia mitriaca, fu disposta, entro una nicchia, una statua del dio e fu collocato un altare (nella foto a sinistra) con la raffigurazione di Mitra che uccide il toro. Verso la fine del III secolo, sparita la parte superiore dei muri in tufo, venne costruito, sulla parte restante, un edificio in laterizio, dove l'assenza di muri divisori fa pensare che fosse costituito da una grande sala, divisa in due o tre navate da file di pilastri e colonne: si è pensato di identificare questo edificio col titulus di Clemente, cioè una chiesa adattata in una abitazione privata. Nel IV secolo quest'aula fu trasformata in una basilica paleocristiana a tre navate, tuttora esistente al di sotto di quella moderna, successivamente decorata con affreschi esaltanti la leggenda del santo e i misteri della fede cristiana. Gravemente danneggiata in seguito all'invasione normanna di Roberto il Guiscardo del 1084, la basilica fu prima abbandonata e poi ricoperta di terra per sostenerne una nuova, costruitavi da Pasquale II ed inaugurata nel 1123. Tra il 1713 e il 1719 la chiesa fu ampiamente restaurata da Carlo Stefano Fontana per volontà di papa Clemente XI Albani. Occorre ricordare che le preesistenze romane e paleocristiane si erano nel frattempoquadriportico e facciata della chiesa dimenticate: bisognerà attendere la seconda metà dell'Ottocento quando il padre domenicano irlandese Joseph Mullooly e l'archeologo Giovan Battista De Rossi iniziarono gli scavi nel sottosuolo, nella convinzione che lì sotto vi fosse la cripta, riportando alla luce invece l'antica basilica medioevale. Gli scavi continuarono agli inizi del Novecento quando furono ritrovate anche le antiche vestigia romane. L'odierna facciata della basilica (nella foto a destra) è quella del XVIII secolo e, scandita da lesene con capitelli corinzi, presenta un finestrone centrale  ed è conclusa da un timpano, mentre accanto vi è un piccolo campanile (nella foto sotto). Attraverso un protiro (nella foto sotto il titolo) si accede ad un quadriportico costituito da colonne del XII secolo, dove è situata una elegante fontana con vasca ottagonale (visibile nella foto a destra): da qui si accede alla basilica, divisa in tre navate terminanti in altrettanti absidi e divise da antiche colonne che il Fontana ornò con capitelli ionici in stucco. Il pavimento è cosmatesco a intarsi marmorei formanti disegni geometrici mentre splendidi appaiono i tre soffitti lignei delle campanilenavate. Nella navata di destra importante è la Cappella di S.Domenico affrescata con "Storie della vita del Santo" di Sebastiano Conca, mentre nella navata di sinistra vi si trova il "monumento funebre del cardinale Antonio Venier", opera di Isaia da Pisa, con colonnine e marmi del tabernacolo provenienti dalla basilica inferiore e la bellissima Cappella di S.Caterina, uno dei più preziosi gioielli della pittura del primo umanesimo italiano per la presenza delle "Storie della Santa", opera quattrocentesca di Masolino di Panicale. La navata centrale ospita la Schola Cantorum, un candelabro cosmatesco, il ciborio a forma di tempietto sostenuto da quattro colonne di marmo pavonazzetto e, nell'abside maggiore, la sedia episcopale. Splendido il mosaico del catino absidale con "Cristo crocefisso tra la Madonna e S.Giovanni

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mercoledì, 27 settembre 2006
Cimitero dei cappuccini - Roma.
"..Noi eravamo come voi e voi sarete come noi..." Questa è la scritta che ci introduce in luogo dove è impossibile non riflettere... in silenzio. Il Coemeterivm si trova di fianco al sontuoso ingresso della Chiesa dell'Immacolata Concezione in via Veneto 27. Sicuramente famoso per esser stato riprodotto su innumerevoli copertine anche di gruppi a noi cari come un bootleg dei Cure e più recentemente sul primo cd di Sopor Aeternus. Nel Coemeterivm si trovano i resti di circa 4000 frati morti tra il 1525 e il 1870 a Roma. Non si sa bene chi fu l'artefice di tanto splendore macabro. Si sono formulate varie ipotesi, comunque la più probabile è quella che furono i frati cappuccini stessi. Il Coemeterivm consta di 5 Cappelle e un corridoio di 60 metri. Difficile descrivere ciò che si prova visitando questo luogo, le Cappelle sono decorate con ossa, femori, vertebre, rotule e falangi che compongono sulle pareti ghirlande e stelle, lampadari. Gli scheletri sono vestiti con i sai originali dei frati, trattati chimicamente per resistere nel tempo. All'ingresso si possono trovare cartoline, diapositive e libri che spiegano la storia di questo luogo incantevole. Per accedere al Coemeterivm bisogna lasciare un'offerta, è aperto tutto l'anno fino alle 18, credo. Altri luoghi del genere a Roma si possono visitare nella chiesa di S.Maria delle Stigmate in largo Argentina, l'oratori dei Sacconi Rossi adiacente alla chiesa di San Bartolomeo sull'Isola Tiberina ed altri che presto scopriremo...
   
Coemeterivm - Corridoio

Soffitto V Cappella

III Cappella

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venerdì, 15 settembre 2006


Nicola Lagioia

Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj
minimum fax
pp. 108
Euro 8,26 Lire 16.000


Il testo di copertina
 
Pur non essendoci legami apparenti tra le tante cose che compongono il mondo, questo pomeriggio,alle cinque in punto, mi è squillato il telefono. Era Giulia. Minacciava di venire a vivere da me. Non la sentivo da cinque anni.
So che Tolstoj non sarebbe d'accordo. Lui adesso vive in un appartamento sulla Nomentana. Ha abbandonato la moglie dietro mio consiglio. E' finalmente felice. Ogni tanto va alla Feltrinelli.



L'incipit

Il termine barbaro, fatto discendere dal latino barbarus, quindi dal greco bárbaros, utilizzato per indicare gli stranieri, gli oltre confine, e in particolare frigi, parti, persiani, avrebbe in realtà un’origine più antica. Bisognerebbe risalire al sanscrito bar bar, voce onomatopeica, raglio, cigolio del linguaggio, disastro sintattico, ascritta con biasimo a “coloro che balbettano”, che “si esprimono come cani”, che “non si fanno capire”, di conseguenza a chi, in un tempo lontano, non aveva ancora varcato i confini della Storia.

Duemilacinquecento anni dopo. Riflettete sul fatto. Un’altra parola fonosimbolica, un suono rapido, pulito, si pone parimenti ai margini della civiltà. Una parola che pure sta a indicare un balbettio, un farfuglio, un contrattempo della lingua. Solo che, questa volta, non si tratta di esitare davanti al monumento del progresso. Ma digerirlo con il minimo sforzo. Evacuarlo. Tra flatulenze divine. Sospiri di sollievo. Alleggerirsi. Il nuotatore che, dopo un lunghissimo inabissamento, riemerge dall’altro capo della vasca. Questa parola è Dada.

Difficile stabilire se il contenuto delle prossime pagine risuoni da da più che bar bar o, verosimilmente, si muova alla deriva di entrambe le poetiche. La cosa certa è che l’Autore, il 13 agosto 1998, dopo la quotidiana assunzione di codeina, mescalina, nembutal e psilocybe, si incapricciò del vecchio, vecchissimo gioco del “sacchetto di carta”. Predispose ogni cosa con qualche variante. Diede inizio a quanto segue.

Prendete: 1) un sacchetto di carta, 2) un paio di forbici, 3) un fazzoletto, 4) un’edizione qualsiasi della Garzantina di Letteratura. Riducetevi in uno stato di inoffensiva ebrietà. Strappate a caso dalla Garzantina un centinaio di pagine. Ritagliate dalle suddette pagine le voci composte in neretto. Mettetele nel sacchetto di carta. Prendete il fazzoletto. Bendatevi. Effettuate con gesto ispirato una estrazione. Prima di effettuare l’estrazione ripensate con cinica voluttà al sacco di Roma del 410 a.C. Bar bar. Toglietevi la benda. Avrete tra le mani: un premio Nobel, un movimento letterario, il titolo di un romanzo, una voce di metrica, il nome di un autore.

Un nome che, del tutto casualmente, risponde a quello di un pessimo modello per le generazioni che verranno.


Il vecchio Tolstoj



Una recensione
di Sergio Pent

Oggi Tolstoj vive a Roma e si fa di Coca (Cola)

La tentazione di fare letteratura attraverso la letteratura sembra aver trovato ultimamente terreni poco fertili. Le lezioni dei Manganelli e degli Arbasino restano in cattedra, ma la proliferazione ormai quasi endemica del giallismo onnivalente tiene in ostaggio una buona metà dei nuovi narratori. L’altra metà risulta spesso impegnata in una collettiva cura omeopatica contro troppi intercambiabili maldipancia da stress benestante. Una specie di "chi siamo e dove andiamo" sminuito al coattismo di certi personaggi suburbani alla Verdone. Accettiamo di buon grado, quindi la sperimentazione – forse solo poco azzardata, come per timore di un possibile sbracamento ripetitivo - del ventottenne romano d’adozione Nicola Lagioia, che [con Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi] in un centinaio di paginette veloci si confronta con l’intera struttura del grande romanzo del Novecento. Tolstoj, ma anche Proust e Joyce – con accenni a Kafka e Musil - in una sorta di manualetto di sopravvivenza per affrontare – o superare – le lezioni dei Maestri e cercare una nuova identità. Il tentativo ha il sapore – ovvio – di una intelligente goliardata talora necessaria per imboccare nuove strade.

Tolstoj vive a Roma, in un monolocale sulla Nomentana, si fa di coca - Cola - e gioca a scopa, offre consigli al narratore per superare indenne le proprie fobie, di natura intellettuale ma più ancora sentimentali. Occorre però disfarsi di Tolstoj battendolo a dama, ridelineando la struttura tentacolare di «Guerra e pace» – «il più grande capolavoro non letto della letteratura mondiale» – attraverso un ridimensionamento della sua forza epica e sociale. Ma è arduo sbarazzarsi dei Grandi Padri, perché la sostanza delle loro ispirazioni è il lievito di tutta la nostra storia recente: i temi sono universali, i personaggi si adeguano a quotidianità minori sbozzate tra droga e amori forse meno melodrammatici, ma l’impressione è che tutto si ripeta solo cambiando abito e stagione. Il tentativo di Lagioia si risolve in un confronto letterario e generazionale, in cui le due componenti del tema non risultano disgiunte, ma tendono a legarsi attraverso un’iconografia un po’ metafisica, ipertestuale, dove ciò che si invita a distruggere si ricrea abbigliato alla moda dei nostri tempi.

Il Grande Romanzo è una costante minaccia, ma anche la sicurezza a cui riallacciarsi in ogni empito sperimentale, luogo di critica ma anche di ritrovo, dove cambiano solo le prospettive ma non le ideologie comuni alla normalità dei sentimenti delle ribellioni. La distruzione dei cliché letterari avviene attraverso l’analisi impietosa dei grandi luoghi comuni in cui sono proliferate le derivazioni successive. Ma il testo di Lagioia è più un omaggio all’inarrivabilità dell’autore-icona che non un tentativo di demolizione. Dopo tutti questi veloci passaggi di consegna viene voglia, davvero, di prendersi un mese di ferie per immergersi in quel romanzo totale – mai veramente letto per intero, lo confessiamo avallando l’ipotesi dei Lagioia - che è «Guerra e pace». Non ci sbarazzeremo mai di Tolstoj, per fortuna

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giovedì, 14 settembre 2006
L'insostenibile leggerezza dell'essere   

L'insostenibile leggerezza dell'essere


Milan Kundera


Chi è pesante non può fare a meno di innamorarsi perdutamente di chi vola lievemente nell'aria, tra il fantastico e il possibile: mentre i leggeri sono respinti dai loro simili e trascinati dalla 'com-passione' verso i corpi e le anime possedute dalla pesantezza. Così accade nel romanzo: Tomas ama Tereza, Tereza ama Tomas: Franz ama Sabina, Sabina (almeno per qualche mese) ama Franz; quasi come nelle "Affinità elettive" si forma il perfetto quadrato delle affinità amorose.
Pietro Citati

 
L'insostenibile leggerezza dell'essere
Milan Kundera
Adelphi 1985

Un libro molto noto e molto amato. Giustamente.
Tomáš è un chirurgo che ha nella vita due grandi passioni: il suo lavoro e le donne. A queste dedica tutto se stesso, senza dubbi o intime lacerazioni. "L'uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima volta è già la vita stessa?" Tomáš conosce Tereza che, innamorata di lui, gli si offre con dedizione totale. Si amano, si sposano, si posseggono, ma in modo, per entrambi, diverso: Tereza è divorata dalla gelosia e dal desiderio di possesso totale, pur sapendo che Tomáš, tradendola spesso, le è sempre fedele. Dalla Cecoslovacchia, invasa dai Russi, sono costretti a fuggire, ma Tereza non resiste a lungo. "Chi vive all'estero cammina su un filo teso in alto nel vuoto senza la rete di protezione offerta dalla propria terra dove ci sono la famiglia, i colleghi, gli amici, dove ci si può facilmente far capire nella lingua che si conosce dall'infanzia. A Praga Tereza dipendeva da Tomáš soltanto nelle cose del cuore. Quì dipende da lui in tutto. Se lui l'abbandonasse, che ne sarebbe di lei? Deve dunque passare tutta la vita con la paura di perderlo?"
Tereza torna e Tomáš la segue: a Praga conducono adesso una vita da operai improvvisati, tra carri armati e polizia segreta. Lui fa il lavavetri e lei lavora in un bar.
Parallela a questa loro storia, corrono le vicende di Sabine e Franz, un professore di Ginevra, col quale la donna, una pittrice ceca in esilio, amica di Tereza e di Tomáš, ha una relazione. I loro mondi si sfiorano senza capirsi: troppo diversamente sentono la vita, se stessi e gli altri. "Per Sabine vivere nella verità ... è possibile solo a condizione di vivere senza pubblico. Nell'istante in cui qualcuno assiste alle nostre azioni, volenti o nolenti, ci adattiamo agli occhi che ci osservano, e nulla di ciò che facciamo ha più verità ... Franz, invece, è convinto che nella divisione della vita in sfera privata e sfera pubblica sia contenuta l'origine di ogni menzogna ... Per lui 'vivere nella verità' significa abbattere la barriera tra il privato e il pubblico."
Franz è sposato e solo a fatica riesce a confessare alla moglie la relazione con Sabine. Ma, mentre la prima sta ad ascoltare con rancorosa freddezza (e lui aveva tentato di proteggerla per anni, pensando a chissà quale disperazione!), Sabine si rende conto che il loro amore, reso pubblico, sarebbe presto diventato un peso insostenibile e lo lascia. Franz non ritorna a casa, ritrova una dimensione più vera in una solitudine non prevista nè cercata, si innamora di un'altra, ma finirà col morire in Cambogia durante una missione umanitaria. Il funerale sarà gestito imperiosamente dalla moglie, unica legittima titolare dello stato di vedovanza. Tra una storia e l'altra, le vicende della Cecoslovacchia, la Primavera di Praga, l'invasione russa, la polizia segreta, le persecuzioni, i ricatti. Le angosce personali dei protagonisti si intrecciano alle angosce di un popolo.
"Le domande veramente serie sono solo quelle che possono essere formulate da un bambino. Sono domende per le quali non esiste risposta." Il nuovo regime sovietico sconvolge ancora una volta la vita di Tomáš e Tereza. "I regimi criminali non furono creati da criminali ma da entusiasti convinti di aver scoperto l'unica strada per il paradiso."
Nè Tomáš nè Tereza credono a quest'unica strada: accettano entrambi di fuggire via dalla città e di rifugiarsi in campagna, dove, tra i più umili lavori, ritrovano una parvenza di libertà e di serenità. Intanto lontana, prima in Francia poi in America, Sabine si sentirà sempre più estranea alla realtà del suo paese. Sarà accusata di essere troppo indifferente alla storia e nemica del comunismo.
"Il mio nemico non è il comunismo, è il Kitsh!" Un concetto interessante.
Se si crede che il mondo è stato creato in maniera giusta si è raggiunto "l'accordo categorico con l'essere". L'ideale estetico corrispondente è il Kitsh che elimina "dal proprio campo visivo tutto ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile." Dai tempi della Rivoluzione francese, una metà dell'Europa viene chiamata sinistra e l'altra destra e non in base a principi teorici dato che "i movimenti politici non si fondano su posizioni razionali, ma su idee, immagini, parole, archetipi che tutti insieme vanno a costituire questo e quel Kitsh politico. L'idea della Grande Marcia ... è un Kitsh politico che unisce la gente di sinistra di tutte le epoche e di tutte le tendenze." Ecco da cosa Sabine, Tereza e Tomáš vogliono vivere lontani. Sabine sarà in California quando riceverà la notizia della morte dei due amici, in un incidente stradale.
"Prima di essere dimenticati, verremo trasformati in Kitsh. Il Kitsh è la stazione di passaggio tra l'essere e l'oblìo."
Il testo a questo punto potrebbe essere concluso, ma l'autore che ha giocato col tempo (andando avanti e indietro coi suoi personaggi) ci congeda con un ricordo di Tereza, di Tomáš e di Karenin, la loro inseparabile cagna. E' l'ultimo periodo della loro vita, anche se loro stessi non lo sanno. Tereza chiarisce finalmente a se stessa il senso del suo rapporto col marito. "Siamo tutti pronti a vedere nella forza il colpevole e nella debolezza la vittima innocente. Ma ora Tereza si rende conto che nel loro caso è stato tutto il contrario! ... La sua debolezza era aggressiva e lo costringeva ad una continua capitolazione, fino a che lui non aveva smesso di essere forte e si era trasformato in un leprotto tra le sue braccia." Riconciliata con se stessa e la sua sofferenza, Tereza chiederà scusa all'uomo che, amandola, le è stato sempre vicino, rinunciando a tutto. "Il tempo umano non ruota in cerchio, ma avanza veloce in linea retta. E' per questo che l'uomo non può essere felice, perchè la felicità è desiderio di ripetizione."
Ho citato molti brani del testo perchè è un libro ben scritto, padroneggiato con sicurezza, affascinante per la varietà dei motivi e dei personaggi. Gli nuoce forse un'elegante sentenziosità: le considerazioni dell'autore sul comunismo e sul Kitsh della Grande Marcia mi sembrano troppo generiche pur avendo la pretesa di essere valide una volta per tutte. Anche i rapporti sentimentali sono analizzati con una buona dose di ovvietà, non è un caso che Sabine, la personalità forse più interessante, rimanga uno schizzo, un ottimo schizzo.
E infine: l'uomo può essere felice Basta mettersi daccordo sulla parola "felicità". Diceva B. Russell, che si intendeva un po' di roba del genere, che le più complesse questioni filosofiche sono in fondo problemi di grammatica e di lessico

 


Teresa Batista stanca di guerra   

Teresa Batista stanca di guerra


Jorge Amado


Jorge Amado, TERESA BATISTA STANCA DI GUERRA
foto

Tra i capolavori di Amado figura la storia appassionata di Teresa Batista, ambientata nella prima metà del Novecento in Brasile, nelle terre del Rio Real, nel Sertão, sul confine tra gli stati di Bahìa e Sergipe. La storia si snoda come un racconto a flashback, in cui un uomo racconta, forse ad un giudice, la storia di Teresa, soffermandosi su momenti particolari della sua vicenda o tratti del carattere, che vengono più ampiamente delineati nei vari capitoli. Il narratore comincia a parlare notando come sull’origine di Teresa sia difficile dare un giudizio: nata nel Sertão, al confine tra Bahìa e Sergipe, forse di origine africana, zingara secondo altri. Nei primi anni di vita Teresa, rimasta orfana di padre e di madre, viene ospitata dalla zia materna Filipa. La sua infanzia trascorre piuttosto tranquilla e felice: amica dei ragazzini del vicinato gioca con loro alla guerra. Non ha ancora compiuto i tredici anni quando la zia la vende per millecinquecento cruzeiros al capitano Justiniano Duarte Da Rosa, soldato mercenario "gagliardo e irascibile", allevatore di galli da combattimento. Zia Filipa è immediatamente pronta all’affare con capitano Justo, grazie al dono di un bell’anello con una finta pietra. A nulla valgono le parole del marito Rosalvo, che la rimprovera di essere senza cuore a vendere la nipotina, ma l’uomo aveva anch’egli delle segrete mire su Teresa quando la sera la contemplava dormiente nel suo lettino pensando che bel fiore sarebbe diventata tra pochi anni.Teresa Batista parte così per il suo destino, che Amado specifica subito: "peste, fame e guerra". A casa di Justo viene scaraventata in una camera squallida, con una piccola finestra in alto da cui entra la luce. Justiniano Duarte Da Rosa aveva allora trentasei anni, aveva avuto infinite ragazze tra i tredici e i quindici anni, e per ognuna teneva un anello d’oro legato alla collana. Il capitano era anche sposato con la quattordicenne Doris Curvelo, figlia del Dottor Ubaldo e di dona Brigida, madre giunonica e rigorosa, quanto Doris era magra e timida. Fanciulla apparentemente senza attrattive, provoca lo sconvolgimento della madre quando Justo la chiede in sposa. Dona Brigida trascorre notti in bianco, intere giornate a valutare i pro e i contro. Considera la giovane età e l’inesperienza della figlia, ma anche le ristrettezze del piccolo paese e la difficoltà di trovare un marito. Le comari dicevano che Justiniano era un mostro di crudeltà, che violentava le bambine, abbandonandole sulla via della prostituzione, ma dona Brigida non avrebbe certo creduto a queste voci: "il capitano era scapolo e aveva il diritto di divertirsi". Del resto Justo, di solito così tirchio e freddo, era stato molto gentile verso Brigida e Doris durante il periodo di fidanzamento: munifico e generoso, aveva pagato l’ipoteca sulla casa del Dottor Ubaldo, comperato un ricco corredo a Doris e dunque, pensava dona Brigida, "la munificenza è una prova sufficiente d’amore". Dona Ponciana de Azevedo aveva tentato di avvertire con una lettera anonima dona Brigida sul fatto che Justo aveva varie amanti, ma Chico Mezza-Suola, sgherro al servizio del capitano, la avverte, puntandole il coltello, di non ficcare il naso negli affari altrui. Doris, già prima del matrimonio fragile costituzionalmente, rischiava di ammalarsi ai polmoni. Il dottor Davìd le aveva raccomandato di rimandare la cerimonia, ma dona Brigida non intendeva perdere la sua scommessa con la vita. Nove mesi dopo Doris dava alla luce una bambina, morendo di parto. Justo le usava ormai da tempo ogni violenza davanti agli occhi allibiti della suocera. Dopo la morte di Doris, Brigida si dedica alla nipotina, ormai l’unico bene che le rimanga, ma la sua mente è sempre più offuscata dal dolore dei ricordi troppo vivi delle sofferenze di Doris, della cui sorte si sente la principale artefice. Le sue notti sono di nuovo insonni, ma ora la donna va riflettendo non più sulla convenienza del matrimonio con Justo, ma su "fatti e accuse", sull’amara sorte di Doris, ridotta ad una larva, uccisa dentro e poi fuori dalla propria dabbenaggine e dalle ambizioni di sua madre. Il racconto torna quindi alla storia di Teresa, violentata da Justo, che arriva a bruciarle i piedi con un ferro da stiro arroventato, pur di spezzarla dentro, di renderla obbediente e sottomessa. Nessuno interviene in suo aiuto in una casa di schiavi. Per vari anni è l’amante ufficiale di Justo. Abbandonata da lui, entra nella casa di prostituzione di Lulù Santos e diventa la favorita del dottor Emiliano Guedes, padrone dello zuccherificio cittadino e già padre di figli sposati. Egli la tratta con dolcezza, ma la costringe all’aborto quando resta incinta. A casa di Emiliano, Teresa conosce Daniél, il suo primo vero amore, il primo a trattarla con gesti d’affetto, a regalarle una rosa. E, nella prima vera notte d’amore della sua vita, Teresa conosce l’abbandono di un affetto sincero. Qualche tempo dopo, Justo torna ad avere pretese su di lei e riprenderebbe il solito ferro arroventato se Teresa non lo uccidesse. Intanto scoppia il vaiolo, Teresa rischia la vita prodigandosi tra gli ammalati, specie tra le prostitute sue amiche. Sembra che la morte si voglia impossessare di lei, di "Teresa che ha vinto la paura", "Teresa favo di miele", la morte che dopo l’aborto non voluto sembra si porti dentro, ma il destino sta per concederle pace. Da giovane aveva amato Januario Gereba, da anni in prigione per debiti di gioco, ex pescatore di perle finito in malora, ma ecco che Janù torna, la brezza soffia leggera sul Golfo di Bahìa a notte alta. Teresa risuscita. Si confida con Janù: si sente dentro due colpe, ha ucciso un uomo e un bambino. Gereba le dice di "gettare la morte in mare", tra le onde i suoi incubi spariranno. Teresa gli chiede un figlio. Teresa Batista stanca di guerra è la favolosa e avvincente storia di una rinascita, in un mondo chiassoso e vivo, ricco di lingue e tradizioni, multietnico, ma pieno del dolore e della violenza che i conquistadores e la schiavitù negra hanno iniziato, che si traduce in guerriglia, fame, sincretismo religioso e pregiudizi della più bassa specie, in questo capolavoro della letteratura sudamericana, testimonianza di un ambiente ancora sotto certi aspetti immutato. Due storie di donne, quelle di Doris e Teresa, di sorte opposta: la prima si trascina dietro una scia di morte che sprofonderà dona Brigida nella follia, la seconda riesce a riscattarsi nell’amore e nella speranza di una nuova vita.

JORGE AMADO: DONA FLOR E I SUOI DUE MARITI
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JORGE AMADO: DONA FLOR E I SUOI DUE MARITI BY MAYA-WWW.VALCHISONE.IT Quarto appuntamento dei recensiti per voi: dopo il cinema dell'ultimo samurai, la pubblicità in tivù tocca a Jorge Amado, un fenomeno grande della letteratura mondiale. Presto costruiremo una rubrica letteraria autonoma: rinnovo l'invito per chi volesse segnalare un libro o scrivere direttamente la recensione. JORGE AMADO. Jorge Amado nacque nel 1912 a Pirangi e morì nel 2001 a Bahia. A 19 anni ottenne il successo con il paese del Carnevale, negli anni dominati dalla figura di Getulio Vargas, leader populista. Da Cacao del 1933 fino ai sotterranei della libertà del 1954 la letteratura di J.Amado è contraddistinta da un forte impegno politico e dalla militanza nel partito comunista, impegno che le costò il carcere e poi l'esilio. Dopo il ritorno in Brasile nel 1958 fu pubblicato Gabriella, garofano e cannella che segnò l'inizio della mutazione stilistica: una letteratura meno impegnata e se vogliamo fantastica più vicina alle tradizioni del paese, incentrata principalmente su figure femminili di grande carattere e personalità. A seguire furono scritti i giardini della notte del 1964 e due anni più tardi Dona Flor e i suoi due mariti. L'ultimo grande romanzo di questo genere risale al 1988, Santa Barbara dei fulmini. DONA FLOR E I SUOI DUE MARITI. Bahia, calore, passione, voglia di vivere la vita. Dona Flor, giovanissima e bellissima bahiana resta improvvisamente vedova: suo marito, Vadinho, per la suocera uno scavezzacollo, ballerino, donnaiolo, sempre alla ricerca disperata di denaro, amante del gioco, muore durante il carnevale. Vittima di se stesso e della vita dissipata che ha scelto. Matrimonio infelice?. Niente affatto nei ricordi postumi di Dona Flor accanto alle tante seccature e a qualche sofferenza ci sono momenti intensissimi di passione: il loro era vero amore, ricambiato a suo modo dallo strambo marito. Vadinho amava Flor con la stessa intensità. Era la vita, la passione per un'esistenza al limite in ogni senso ad averlo spinto verso quella fine: anche quando Dona Flor rimembra il Vadinho che vagava talora minaccioso alla ricerca di soldi non emerge alcun tipo di risentimento. Il libro vive principalmente su questi due passaggi, la morte ed il ricordo. Passato il periodo del dolore (nel frattempo la bellissima ha aperto una scuola di cucina) decide di risposarsi, per la felicità della madre, con Teodoro, farmacista, tranquillo, posato e benestante, completamente diverso per carattere e personalità dal debordante Vadinho. Anche il matrimonio diviene occasione di confronto: veloce, con pochi invitati il primo, nascosti dalla curiosità del mondo, lento, accurato e preparato il secondo. Passione furente per Vadinho, forse affetto e amore per Teodoro. Ma, a questo punto rientra in scena magistralmente Vadinho: la sera prima delle nozze riappare in sogno alla moglie e le rimprovera il tradimento. L'ultimo dispetto dell'ex marito?. Donna Flor ne è scossa, fatalmente impreparata alla ricomparsa del fantasma. Turbata decide dopo mille domande di ricorrere alla magia ed ottiene che il suo Vadinho torni in vita solo ed esclusivamente per lei. Vivrà a questo punto con due mariti, uno reale, tranquillo, l'altro scatenato anche da morto/vivo per lei ad ideale compensazione di entrambi. GIUDIZIO. Da leggere. Amado è sempre soffice, non turba, prepara psicologicamente il lettore a quello che era e doveva essere il vero finale, l'unico possibile, benchè irreale e fantastico. Inoltre è bravissimo a caratterizzare in punta di piedi i suoi personaggi e a rendere nitida la psicologia di ognuno.



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mercoledì, 13 settembre 2006

Lady Vendetta

di Park Chan-wook


Lee Young-aeIl capitolo conclusivo della trilogia sulla vendetta di Park Chan-wook è il più debole dei tre, ma è comunque un film notevole. "Sympathy for Lady Vengeance" non ha i colpi di genio di "Mr. Vendetta" né la forza trascinante di "Old Boy", ma la durezza della storia lascia il segno e la lucidità con la quale è raccontata colpisce al cuore. Certo lo stile di Park - il più occidentale dei registi sudcoreani - a qualcuno può sembrare piacione, mentre a qualcun altro può dar fastidio la spietatezza del messaggio. La realtà è che ci troviamo al cospetto di un regista dall'enorme talento, cui piace giocare con il mezzo filmico ma che sa dosare perfettamente gli elementi del linguaggio cinematografico, e che ha una poetica comune a pochi altri.

Choi Min-sik"Quando avevo la tua età - cioè vent'anni - e tu ne avevi sei, io ho rapito e ucciso un bambino di sei anni". Per questo la dolce Geum-ja ha passato tredici anni in prigione, tredici anni in cui ha continuato ad essere la dolce ragazza che tutti apprezzavano. Ma tredici anni alla fine dei quali Geum-ja è una ragazza completamente diversa.
Appena tornata in libertà, Geum-ja riallaccia i rapporti con alcune ragazze conosciute in prigione, alle quali ha sempre dimostrato amicizia e dalle quali è sempre stata apprezzata. E alla quali ora chiede dei piccoli favori per poter mettere in atto il suo piano di vendetta contro l'uomo che lei dice essere il vero responsabile del crimine per la quale è stata condannata.

Lee Young-aeSorretto dall'ipnotica interpretazione di Lee Young-ae e sottolineato dalle belle musiche classicheggianti di Jo Yeong-wook, "Lady Vendetta" è uno splendido trattato sul regolamento di conti e sulle sfaccettature dell'animo umano.
Ritrovare qui la protagonista di "JSA" e i due protagonisti di "Old Boy" è un chiaro segnale di come Park stia proseguendo un discorso tematico portato avanti per buona parte della sua carriera, ma anche un'evoluzione stilistica che non ha mai avuto problemi nell'utilizzare le tecnologie digitali o giocare con la linea cronologica degli eventi. Il risultato è questa volta un film duro e delicato al tempo stesso, come si conviene al personaggio della dolce Geum-ja. Ma per chi spera nell'happy ending, il cinema di Park Chan-wook non è il posto giusto.


Percorsi tematici

Old Boy W O W - di Park Chan-wook; con Choi Min-sik, Yoo Ji-tae, Gang Hye-jeong.
Three... Extremes - di Fruit Chan, Park Chan-wook & Takashi Miike.


La locandina coreanaTitolo: Lady Vendetta (Chinjeolhan Geumjasshi)
Regia: Park Chan-wook
Sceneggiatura: Park Chan-wook, Jeong Seo-gyeong
Fotografia: Jeong Jeong-hun
Interpreti: Lee Young-ae, Choi Min-sik, Yoo Ji-tae, Bae Du-na, Go Su-hee, Kang Hye-jeong, Kim Byeong-ok, Kim Shi-hoo, Lee Dae-yeon, Lee Seung-shin, Lim Su-gyeong, Nam Il-woo, Oh Dal-su, Oh Kwang-rok, Ra Mi-ran, Ryoo Seung-wan, Seo Yeong-ju, Song Kang-ho
Nazionalità: Corea del Sud, 2005
Durata: 1h. 52'

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mercoledì, 13 settembre 2006
Il settimo sigillo
 


 
Cast

Nils Poppe

Bengt Ekerot

Gunnel Lindblom

Max von Sydow

Gunnar Bjornstrand

Bibi Andersson

 
Trama
In compagnia di uno scettico e pragmatico scudiero (G. Bjornstrand), il cavaliere Antonius Blok (M. von Sydow) torna dalle Crociate, tormentato dai dubbi, si trova in un paese dove imperversano la peste e il fanatismo e incontra la Morte (B. Ekerot) che lo sfida a scacchi. Una famiglia di saltimbanchi gli fa tornare la fiducia. E, in definitiva, un'allegoria scandinava sull'uomo in cerca di Dio con la morte come unica certezza. Come negli spettacoli medievali, il tragico convive con il comico. Ispirato a Pittura su legno, atto unico dello stesso Bergman, fu girato a basso costo in 35 giorni interamente in studio. Non privo di pecche né di negligenze, non zoppica da nessuna parte ed elabora il suo tema con desiderio e passione: "E una delle ultime espressioni di fede, delle idee che avevo ereditato da mio padre e che portavo con me fin dall'infanzia" (I. Bergman). Anche perciò, forse, "attraversò il mondo come un incendio".
 
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mercoledì, 13 settembre 2006

I Quattrocento Colpi

di François Truffaut


Antoine Doinel è un vivace tredicenne che vive con la madre ed il padre illegittimo in un piccolo appartamento di Parigi. Convinto che la madre non lo ami, e incapace di inserirsi nel sistema scolastico, Antoine scappa di casa ma viene ripreso il giorno dopo. Ancor più deluso da come gli vanno le cose a scuola, scappa nuovamente, con l'idea di andare a vedere finalmente il mare. Finirà in riformatorio, ma riuscirà a coronare il suo sogno.

Ideato inizialmente come una serie di cortometraggi che dovevano raccontare il concetto di infanzia che aveva François Truffaut, "I Quattrocento Colpi" ("fare il diavolo a quattro", in gergo francese) è poi diventato il primo lungometraggio dell'apprezzato critico dei "Cahiers du Cinéma". Il film risente di questa origine, essendo strutturato in capitoli piuttosto rigidi, ma questo non gli impedisce di avere una struttura scorrevole ed efficace, di grande impatto emotivo. Basandosi fortemente sulla propria esperienza di ragazzo terribile, infatti, Truffaut realizza un film forte, a tratti divertente e spesso commovente.
Ma Antoine Doinel non è solo la versione filmica di Truffaut: insieme con lo sceneggiatore Marcel Moussy il regista rende la storia un po' meno personale ed il personaggio principale un ragazzo come tanti, inserendo nella pellicola eventi non capitati a lui ma che sarebbero potuti accadere (e che sono certamente accaduti) a qualche suo coetaneo dell'epoca. In più, il protagonista Jean-Pierre Léaud ci mette molto del suo, ed è giusto dire che il personaggio di Antoine Doinel è la fusione delle personalità di Truffaut e dell'allora quattordicenne Léaud. Perfetto esempio di questo è la splendida scena dell'interrogatorio di Antoine da parte di una psicologa, in cui per la prima volta il ragazzo racconta la verità, racconta se stesso... e racconta François Truffaut.

Dedicato alla memoria del critico cinematografico André Bazin, che fu in pratica il padre adottivo di Truffaut e morì di leucemia il primo giorno delle riprese, il film fu presentato al Festival di Cannes del 1959, dove vinse il premio per la miglior regia.
"Uno dei film più teneri e lucidi sull'infanzia incompresa" (M. Morandini).


Percorsi tematici

Baci rubati - di François Truffaut; con Jean-Pierre Léaud, Claude Jade.
Effetto notte - di François Truffaut; con Jaqueline Bisset, Valentina Cortese, Jean-Pierre Aumont.
La Signora della Porta Accanto - di François Truffaut; con Gérard Depardieu, Fanny Ardant.
L'ultimo metrò - di François Truffaut; con Catherine Deneuve, Gérard Depardieu.
L'uomo che amava le donne - di François Truffaut; con Charles Denner.


La locandina franceseTitolo: I Quattrocento Colpi (Les Quatre Cent Coups)
Regia: François Truffaut
Sceneggiatura: François Truffaut, Marcel Moussy
Fotografia: Henri Decaë
Interpreti: Jean-Pierre Léaud, Claire Maurier, Albert Rémy, Guy Decomble, Georges Flamant, Patrick Auffay, Daniel Couturier, François Nocher, Richard Kanayan, Renauld Fontanarosa, Michel Girard, Henry Moati, Bernard Abbou, Jean-François Bergouignan, Michel Lesignor, Luc Andreiux, Robert Beauvais, Bouchon, Christian Brocard, Yvonne Claudie, Pierre Repp
Nazionalità: Francia, 1959
Durata: 1h. 34'

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