Il “Carver country”, dell’autore culto e punto di riferimento imprescindibile della letteratura americana del Novecento, è un puzzle inquietante, popolato di brava gente che ce la mette tutta per sopravvivere ad una disperata e straniante quotidianità.
Attraverso una prosa bruciante e asciutta, Carver tratteggia i suoi personaggi colti nella drammaticità della ripetitività di gesti, nella sensazione di attesa, nella rassegnata alienazione del mal di vivere. La rapidità e l’essenzialità espressiva traghettano la narrazione, mai corredata di orpelli estetici fini a se stessi, verso situazioni fotografate all’interno di scene di vita tristemente ordinaria.
Di certo la vicenda biografica dello scrittore ha plasmato almeno i primi personaggi dei suoi racconti, tinteggiati soprattutto dall’incomunicabilità, affetti deteriorati e alcolismo, degli antieroi presso i quali, tuttavia, si coglie la vita reale, una vita inerte che avanza incontro al suo disfacimento.
Nel 1981 esce il secondo libro dello scrittore, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore e, da allora, prende il via una fase del tutto diversa per la letteratura.
Già nel primo racconto, Perché non ballate?, da subito si tocca con mano una pacata e ben dissimulata disperazione, in quell’uomo che vende tutti i suoi mobili nel giardino di casa. Lo si legge in controluce da una sospirata descrizione iniziale di un meticoloso ordine nella sistemazione degli oggetti all’esterno, ordine che riproduce la “parte di lui e la parte di lei”, unico indizio che ci vien dato per rintracciare una pista dell’amarezza.
Eppure, di contro, sembra quasi sollevato di poter vendere quello stralcio di vita vissuta a due ragazzi di passaggio. Non vede l’ora di liberarsene e lo fa con unaserenità irreale, spingendo a decidere cosa comprare e quanto pagarlo: “Dite una cifra” […] “È tutto in vendita”.
E liberatoria sembra l’ebbrezza finale del racconto. Si beve, si balla tra l’incredulità di sguardi dei vicini, sguardi, anzi, cercati dall’uomo con un compiaciuto ostentare l’insolito.
La stessa incomunicabilità di quel “non detto”, che fa etichettare dalla ragazza quel signore come “disperato o qualcosa del genere”, viene poi a ricrearsi nell’ansia della giovane stessa, che tenta di tinteggiare ai suoi conoscenti la bizzarra vicenda vissuta e ciò che trapelava: “Non smetteva di parlarne. Lo raccontava a tutti. C’era qualcos’altro da dire e lei tentava di tirarlo fuori. Ma dopo un po’, smise di provarci”.
Il fascino dell’essenzialità di Carver sta nel suggerire, mai indicare a piena luce la solitudine alienata dei suoi personaggi. Il lettore coglie spie e deve poi scegliere di immergersi in questa umanità desolata, quasi partecipando con la propria sensibilità al lavorio creativo abbozzato appena.