giovedì, 22 giugno 2006

Caldo e occhi arrossati... un delirio in questi giorni!!!

Pendolare o vagabonda come al solito? Credo che la seconda mi appartenga comunque di più... Potenza-Roma, Roma-Potenza: corso per redattore editoriale con ritmi stressanti. Lavori da consegnare in tempo... Tutto molto stimolante, ma che stress...

oggi Potenza-Roma. Corso da venerdì a domenica inclusa. Poi, se tutto fila liscio, lunedì Roma-Ferrara. Mercoledì, invece, Ferrara-Genova, finalmente!

e sì, decisamente vagabonda per scelta!

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giovedì, 22 giugno 2006
 
Il “Carver country”, dell’autore culto e punto di riferimento imprescindibile della letteratura americana del Novecento, è un puzzle inquietante, popolato di brava gente che ce la mette tutta per sopravvivere ad una disperata e straniante quotidianità.
Attraverso una prosa bruciante e asciutta, Carver tratteggia i suoi personaggi colti nella drammaticità della ripetitività di gesti, nella sensazione di attesa, nella rassegnata alienazione del mal di vivere. La rapidità e l’essenzialità espressiva traghettano la narrazione, mai corredata di orpelli estetici fini a se stessi, verso situazioni fotografate all’interno di scene di vita tristemente ordinaria.
Di certo la vicenda biografica dello scrittore ha plasmato almeno i primi personaggi dei suoi racconti, tinteggiati soprattutto dall’incomunicabilità, affetti deteriorati e alcolismo, degli antieroi presso i quali, tuttavia, si coglie la vita reale, una vita inerte che avanza incontro al suo disfacimento.
Nel 1981 esce il secondo libro dello scrittore, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore e, da allora, prende il via una fase del tutto diversa per la letteratura.
Già nel primo racconto, Perché non ballate?, da subito si tocca con mano una pacata e ben dissimulata disperazione, in quell’uomo che vende tutti i suoi mobili nel giardino di casa. Lo si legge in controluce da una sospirata descrizione iniziale di un meticoloso ordine nella sistemazione degli oggetti all’esterno, ordine che riproduce la “parte di lui e la parte di lei”, unico indizio che ci vien dato per rintracciare una pista dell’amarezza.
Eppure, di contro, sembra quasi sollevato di poter vendere quello stralcio di vita vissuta a due ragazzi di passaggio. Non vede l’ora di liberarsene e lo fa con unaserenità irreale, spingendo a decidere cosa comprare e quanto pagarlo: “Dite una cifra” […] “È tutto in vendita”.
E liberatoria sembra l’ebbrezza finale del racconto. Si beve, si balla tra l’incredulità di sguardi dei vicini, sguardi, anzi, cercati dall’uomo con un compiaciuto ostentare l’insolito.
La stessa incomunicabilità di quel “non detto”, che fa etichettare dalla ragazza quel signore come “disperato o qualcosa del genere”, viene poi a ricrearsi nell’ansia della giovane stessa, che tenta di tinteggiare ai suoi conoscenti la bizzarra vicenda vissuta e ciò che trapelava: “Non smetteva di parlarne. Lo raccontava a tutti. C’era qualcos’altro da dire e lei tentava di tirarlo fuori. Ma dopo un po’, smise di provarci”.
Il fascino dell’essenzialità di Carver sta nel suggerire, mai indicare a piena luce la solitudine alienata dei suoi personaggi. Il lettore coglie spie e deve poi scegliere di immergersi in questa umanità desolata, quasi partecipando con la propria sensibilità al lavorio creativo abbozzato appena.
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martedì, 13 giugno 2006
 Cimitero Ebraico
Cimitero Ebraico
Quartiere Ebraico - Praga
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martedì, 13 giugno 2006


Factotum

"L'anima libera è rara, ma quando la vedi la riconosci, soprattutto perchè provi un senso di benessere quando gli sei vicino". Charles Bukowski


All'anagrafe il suo nome per intero era Henry Charles Bukowski ma come lui stesso spiegò "Henry mi ha stancato perché i miei genitori mi chiamavano solo per fare qualche commissione o perché volevano picchiarmi. Charles è ok solo sulla pagina scritta. È un gran pasticcio. Così dico alla gente di chiamarmi Hank. Il bravo vecchio Hank". Il mondo lo ha conosciuto attraverso il significato dei suoi eccessi (alcool, scommesse e sesso), mentre le sue parole nude nella loro crudezza quotidiana e attuale, rappresentative di un universo invisibile alla letteratura classica hanno segnato l'inizio di un "aliterary style", capace di infervorare ed accendere di passione intere generazioni. Facile introdurlo nella nicchia della beat generation il cui unico scopo sembra essere stato quello di irrompere negli schemi e distruggerli, eppure Bukowski ed il suo alter ego Chinaski sono al di fuori di qualsiasi classificazione, perché se una qualche rivoluzione è nata dal loro stile è stata del tutto involontaria e non programmata. Fuori dalle esigenze di una letteratura volta al successo, "il bravo vecchio Hank" ha risposto unicamente alla sua esigenza di narratore attraverso l'unico mezzo espressivo a sua disposizione, «Perché un uomo o è un artista o una mezza sega e non deve rispondere a niente altro, direi, se non alla propria energia creativa».



Fino ad ora il cinema si era lasciato catturare dal sogno e dalle suggestioni del poeta maledetto (Storie di ordinaria follia, Barfly, Crazy Love) ma, probabilmente, Factotum di Bent Hamer con l'ottima interpretazione di Matt Dillon, è l'opera che più abbandona la ricerca e l'utilizzo di immagini precostituite per rincorrere ed agguantare l'essenza stessa di Bukowski. Realizzato in "low-budget" questo film è la prova concreta che, di fronte ad un buon progetto e ad un grande impegno interpretativo non esiste nessun problema economico capace di inficiare il risultato finale. Nonostante Hamer insegua passo dopo passo Henry Chinaski tra bar, sbronze a buon mercato e donne facili da abbordare, non è alla ricerca del sensazionalismo e non si lascia mai andare al piacere d'ingrandire ed esasperare l'immagine dell'eroe perdente e perduto. Aiutati dai ricordi della vedova Linda, Hamer e Dillon hanno scoperto un'immagine inedita dello scrittore macho ed ubriacone tanto osteggiato dalle femministe durante gli anni Settanta.



Il ritratto che giunge fino a noi è quello di un essere umano, ben lontano dal cercare la santificazione nel paradiso degli scrittori rinnegati ed autolesionisti. L'uomo timido, decisamente sovrappeso, ironico e tendenzialmente silenzioso che si aggira goffamente tra gli "ultimi" che lo circondano, ha come unico scopo quello di vivere a suo modo come se niente altro gli fosse possibile. Accetta la vita e la morte, trascrivendone le sensazioni ed il significato attraverso la sua capacità espressiva perché per lui «Scrivere è tirare fuori la morte dal taschino, scagliarla contro il muro e riprenderla al volo». Forse per alcuni questo ritratto potrà sembrare superficiale e perfino semplicistico, ma se si pensa all'uomo Bukowski, alla sua non necessità di stupire e scandalizzare per "contratto", alla stessa inevitabilità della sua vita e a quella capacità sensazionale di rendere essenzialmente visibili e comprensibili anche i lati più oscuri del mondo, si comprende quanto forte e naturale sia la somiglianza con l'originale. Perché come lui stesso disse: «Il genio è un uomo capace di dire cose profonde in modo semplice».


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sabato, 10 giugno 2006
Corpo, sesso e felicità
La gioia di vivere nasce dall'appagamento del desiderio. Il nomadismo erotico non è una colpa, ma la chiave per liberare la condizione umana. Con le sue teorie neo libertine e ultra edonistiche, il filosofo Michel Onfray ha conquistato la Francia. Ora il suo 'Trattato del corpo amoroso' sta per uscire anche in Italia
 

di Fabio Gambaro


È giunto il tempo del libertinaggio solare e leggero. Figlio "del vitalismo, della carne gioiosa e della sessualità liberata da ogni colpa" che trova fondamento nella massima di Chamfort: "Godere e far godere senza fare del male né a sè né agli altri". È questo il libertinaggio difeso a spada tratta dal francese Michel Onfray. Onfray in Italia è famoso per il suo 'Trattato d'ateologia' (Fazi), un manifesto d'orgoglio dei senza Dio. In realtà il filosofo, oltre i nostri confini, e soprattutto in Francia è da un po' un maître à penser e una vera star del sistema dei media. Autore di saggi importanti che vendono centinaia di migliaia di copie ('Politica del ribelle' e 'Cinismo'), i suoi corsi all'Università popolare di Caen registrano il tutto esaurito. Agli studenti e ai lettori Onfray spiega di essere apostolo di un "edonismo materialista, libertino e libertario", condizione indispensabile di una vita piena e liberata. Perché "il libertino è colui che si è liberato", decidendo di "non porre niente al di sopra della propria libertà", rifiutando qualsiasi autorità esterna "sul terreno della religione come su quello dei costumi". La sua morale è libera e svincolata da quella dominante, in nome di una metafisica "dell'istante e del puro godimento dell'esistenza".

Una volta Onfray predicava nel deserto. Ma oggi tutto è cambiato. E gli indizi non mancano. Nel recente film di Laurence Dunmore, 'The Libertine', Johnny Depp, spalleggiato da John Malkovich, indossa i panni di un focoso libertino settecentesco, rilanciando una tipologia umana che i tempi di recessione economica e di depressione generale sembravano aver cancellato del tutto. In libreria, romanzi come 'Une vie divine' di Philippe Sollers (Gallimard) o 'Aimer tue' di Marcela Iacub (Stock) collocano il libertinaggio al centro della vita contemporanea e delle sue preoccupazioni. Saggi come 'L'avènement du corps' di Hervé Juvin (Gallimard) o il terzo e conclusivo volume della 'Histoire du corps' di Alain Corbin, Jean-Jacques Courtine e Georges Vigarello (Seuil) testimoniano di una rinnovata curiosità per la centralità del corpo e dei suoi usi. Non ultimi quelli finalizzati alla libera sessualità che nasce "da una libido libertaria e dal piacere nomade", come direbbe Onfray.

Il bisogno di un rinnovato edonismo, insomma sembra conquistare nuovi spazi, specie tra le giovani generazioni, le quali, in nome di una vita da non votare esclusivamente al sacrificio e alla rinuncia, rivendicano oltre al pane, anche le rose (un'espressione degli anni Settanta non a caso tornata in auge di recente, assieme alle manifestazioni di protesta a Parigi di queste settimane). "Non si può attendere la fine della miseria per condurre una vita improntata al piacere", proclama Onfray e sembra il profeta dei giovani ribelli. Fuori dalla contestazione, nell'epoca il cui il corpo è diventato oggetto di culto, il filosofo Yves Michaud, sottolinea che "abbiamo assistito alla congiunzione di due tendenze di fondo: il trionfo dell'estetizzazione dei corpi e l'esibizione tranquilla dell'intimità". Due fattori che favoriscono l'edonismo 'solare' di Onfray, il quale si presenta come un erede di tutti quei filosofi che, ricorda Jean-Jacques Courtine, "nel corso del XX secolo hanno inventato il corpo dal punto di vista teorico".

Certo, Onfray trova anche degli alleati che non gli piacciono. Ad esempio i raeliani, una setta che proclama la necessità di clonare gli esseri umani in una visione edonistica del mondo liberata da ogni vincolo etico. I raeliani hanno insignito Onfray del titolo di 'sacerdote onorario', ma il filosofo ha rifiutato con sdegno. Però l'edonismo e la sessualità legati alla clonazione (e alla paura della morte) trova riscontro nella produzione letteraria di Michel Houellebecq (vedi riquadro a pag. 129).

In un simile contesto non stupisce che le riflessioni del quarantasettenne filosofo - che vive isolato in Normandia, lontano dai salotti parigini, non disdegnando però l'arena radiotelevisiva - seducano un pubblico sempre più vasto. Lo conferma l'immediato successo dei primi due volumi della sua recente 'Contre-histoire de la philosophie' (Grasset), nei quali tenta di sottrarre all'oblio quei filosofi, che, sconfitti nel corso della battaglia vinta dall'idealismo sul materialismo, sono stati relegati negli angoli più bui delle biblioteche. A cominciare dagli autori del "cristianesimo edonista", tra i quali, accanto ai nomi di Ficino, Erasmo o Montaigne, Onfray propone una galleria di gnostici licenziosi, epicurei secondari e libertari ante litteram. Tutti predecessori di quella filosofia "materialista, sensualista, esistenziale, pragmatica, atea, corporea e incarnata" che è la sua fin dai tempi di 'l'Art de jouir'. Una filosofia proposta con entusiasmo anche in 'Teoria del corpo amoroso' (in uscita sempre da Fazi), un saggio scritto qualche anno fa e oggi proposto per la prima volta ai lettori italiani. L'autore lo presenta come "una dichiarazione di guerra contro tutte le forme assunte dalla pulsione di morte nell'ambito delle relazioni sessuali". Vero e proprio "trattato del libertino moderno", questo atto d'accusa contro la monogamia, la fedeltà, la famiglia, recupera la lezione dei classici, da Epicuro a Lucrezio, da Orazio a Ovidio. Lo scontro frontale con la Chiesa di Ratzinger non poteva essere più violento. Per Onfray è necessario "decostruire l'ideale ascetico" e "scristianizzare la morale", lasciandosi alle spalle le tradizionali associazioni tra amore, procreazione, sessualità, monogamia e fedeltà, e soprattutto la vecchia opposizione tra corpo e anima che da sempre organizza e legittima la morale dominante costruita attorno alla dicotomia "tra una positività spirituale e una negatività carnale".

Utilizzando Democrito contro Platone, il filosofo difende la desacralizzazione dei corpi, e cerca di definire una genealogia del desiderio come eccesso e una logica del piacere come dispendio, che poi sono le premesse di una possibilità d'amare che non rinunci alla libertà. Da qui l'invito al "nomadismo amoroso", al "libertinaggio solare e leggero" inscritto "nel quadro della pura immediatezza", le cui radici si trovano nel 'carpe diem' di Orazio. Un libertinaggio che, rielaborato in chiave moderna come "l'arte di restare se stessi nelle relazioni con gli altri", si contrappone sia alla sessualità triste di Houellebecq sia all'arida ripetitività di Sade. Meglio allora Casanova, "una macchina desiderante che coltiva il piacere dei sensi". Ha scritto il critico François Busnel su 'Lire': "L'edonismo di Onfray non ha niente a che vedere con il consumismo ad oltranza. Si tratta di un tentativo di sfuggire all'infelicità. Per Onfray, il dolore incarna il male assoluto".

Naturalmente, non tutti approvano questa celebrazione del corpo. C'è chi rimprovera a Onfray la demagogia e la disinvoltura. Altri non sopportano il suo successo o l'arroganza di certe provocazioni. Di recente sono stati pubblicati due libri che sparano ad alzo zero contro il suo sistema di pensiero. Ed è naturalmente dal mondo cattolico che giungono le condanne più severe: "Il caso Onfray merita d'essere meditato non per quello che egli pensa, ma per ciò che rivela del nostro tempo", ha scritto Jean-Marc Bastière, su 'Famille chrétienne". Per lui, Onfray "non è né Marx né Nietzsche né Schopenhauer, né Freud né Sartre. È solo un figlio tardivo dell'era del sospetto, un istrione mediatico della 'morte di Dio'". Certe frange del femminismo più radicale lo hanno invece accusato di essere un maschilista. Accuse che Onfray respinge, invocando un "femminismo edonista e libertario" che permetterebbe a uomini e donne di combattere per la stessa causa: "la libertà e l'uso di sé sottomessi al puro e semplice capriccio soggettivo". E la post-femminista Marcela Iacub, sembra fargli eco nel suo 'Antimanuale d'educazione sessuale' dove dice "la cosa più bella della sessualità è la somma di possibilità che essa offre sul piano della creatività e dell'immaginazione".
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sabato, 10 giugno 2006
Omaggio a Erica Jong, scrittrice americana, nata a New York nel 1942.
 
1.   Qual e' la differenza fra la bigamia e la monogamia ? Nessuna, in ambedue i casi si ha una donna di troppo.
2.   Guardati dall'uomo che sa cucinare, ti lascera' la cucina piena di pentole unte.
3.   Diffidate dell'uomo che inneggia alla liberazione della donna: sta meditando di lasciare il lavoro.
4.   Che sia benedetta la moda che ci mantiene volubili e leggere, anche quando vorremmo essere profonde.
5.   Quando un uomo dice ‘no’ è no ! Quando una donna dice ‘no’ è si, o almeno forse.
6.   Il guaio è che se non si rischia niente si rischia anche di più.
7.   Il consiglio è ciò che chiediamo quando conosciamo già la risposta ma desidereremmo non conoscerla.
8.   Quello che distingue una scopata dall'altra non e' tanto la scopata in se' quanto la fantasia.
9.   Vivi o muori, ma per amor di Dio non avvelenarti con l'indecisione.
10.                     Si può davvero comprendere la vita soltanto guardando indietro, ma bisogna sempre viverla guardando avanti.
 
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giovedì, 08 giugno 2006
...ha troppa luce la parola sempre...!
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lunedì, 05 giugno 2006

Die Geschichte vom weinenden Kamel

Documentario, Germania, 2003

Regia
Byambasuren Davaa, Luigi Falorni

Cast
Janchiv Ayurzana, Chimed Ohin, Amgaabazar Gonson, Zeveljamz Nyam, Ikhbayar Amgaabazar

Distribuzione
Fandango

Uscita
27/05/2005
La storia del cammello che piange

  Un film davvero fuori dal comune. Fuori dai nostri luoghi, fuori dai nostri schemi, quasi fuori dal mondo.
  In Mongolia, nel deserto dei Gobi, vivono famiglie di pastori nomadi.
  La loro vita è scandita da eventi precisi e momenti unici. Quando arriva il periodo delle nascite dei cuccioli di cammello, risorsa principale dei popoli del deserto, tutte le energie, i pensieri e le speranze sono rivolte ai piccoli nascituri.
  L'occhio attento della telecamera diretta dalla mongola Byambasuren Davaa e dall'italiano Luigi Falorni ci rende testimoni unici del faticoso parto di uno degli esemplari più belli. Il piccolo non riesce ad uscire dalla madre e i pastori sono costretti ad intervenire tentando di salvare madre e figlio. Ci riescono. I due sono vivi ma non si amano. La madre rifiuta il figlio e questi, un cucciolo bianco bellissimo e fragile, non vuole in alcun modo nutrirsi artificialmente. La situazione è grave e necessita di un rito musicale.
  Il rito musicale, racconta Byambasuren Davaa, è un'antica usanza delle tribù nomadi che ella stessa, cresciuta in città, non aveva mia visto praticare dal vivo e che invece ha voluto proprio cercare nel momento in cui ha deciso di realizzare il suo film.
  "Vidi il rituale in un lungometraggio agli inizi degli anni '80. Era bellissimo. Ogni volta che sentivo parlare del Deserto di Gobi rivedevo le immagini del film e credo che sarà così per sempre".
  Ma cos'è in pratica questa usanza?
  In perenne equilibrio tra arte e magia, saggezza antica e esigenze del presente, le popolazioni del deserto sanno che il naturale distacco madre-figlio è un momento di grande difficoltà che, se mal affrontato, può trasformarsi in vera tragedia. Come per gli esseri umani, così per i cammelli questa separazione porta con sé un trauma. Attraverso il canto e la musica gli uomini posso aiutare il cucciolo a ritrovarsi e la madre a superare il dolore del parto.
  Non c'è un vero testo da seguire. Si tratta della ripetizione di una sequenza di suoni. Quattro lettere che ognuno pronuncia come vuole o come si sente.
  Il lungometraggio è questo: è il reportage di un viaggio nel deserto che parte dall'interno di un nucleo familiare e attraversa le lande sabbiose sul dorso dei cammelli (proprio come fanno i due fratellini che, incaricati di cercare il musicista che li possa aiutare, entrano in contatto con altri centri vicini confrontandosi e subendo il fascino della tv o dell'elettricità che essi non conoscono).
  Interessante è infatti la riflessione, in realtà appena accennata e lasciata quasi ad una fantasia di bambini, sulla potenza pericolosa della tecnologia e sul totale rifiuto, da parte della gente del deserto, di subirne il fascino.
  Non c'è giudizio di valore nell'opera realizzata dalla coppia italo-mongola. C'è solo una sana curiosità intellettuale nei confronti del diverso e un naturale amore per la tradizione in tutte le sue forme.
  La trama del film è tutta qui. Si tratta di un documentario narrativo sul modello di quelli storici di Robert Flaherty come Nanuk l'eschimese (1922) e Man of Aran (1934) in cui la regola da seguire e a cui attenersi è: "Devi mostrare quanto profuma una rosa!"
  Il montaggio è lento e le inquadrature ampie. La storia del cammello che piange è un film per pochi.
  Unico lavoro italiano giunto alle nomination nell'ultima edizione degli Oscar e vincitore indiscusso nella categoria "documentario" dei Festival più prestigiosi, questo film ha accumulato tra il 2003 e il 2004 un'ingente quantità di riconoscimenti.
  Il German Film Prize Award, il Miami International Film Festival, il San Francisco International Film Festival, il Toronto International Film Festival sono solo alcune delle manifestazioni in cui sia critica che pubblico hanno riconosciuto la qualità di un lavoro sul campo puntuale e meticoloso unito alla poesia di una storia antica e segreta.
  Carico d'amore e rispetto per il fenomeno analizzato che come sempre nei migliori documentari altro non è che la vita in tutte le sua sfaccettature, questo film è un prezioso esempio di genere e un interessante studio antropologico.
  Sottolineiamo comunque che la visione può risultare non molto avvincente e necessita di un pubblico consapevole e interessato alle culture "altre".

Claudia Russo (26.05.2005)
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venerdì, 02 giugno 2006


 

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venerdì, 02 giugno 2006
L'enfer
Il regista polacco, Krzysztof Kieslowski e il suo sceneggiatore, Krzysztof Piesiewicz avevano, nel 1996, iniziato ad elaborare un progetto per una trilogia, intitola: "Inferno", "Purgatorio" e "Paradiso".
Nel 2002, Tom Tykwer, regista di "Lola corre", aveva portato sullo schermo, con esito poco felice, la parte relativa al paradiso nel film "Heaven"; ora Danis Tanovic, il regista premio Oscar di "No man's land", ha deciso di dar vita alla sceneggiatura de "L'inferno".
L'idea dell'inferno, per Kieslowski e Piesiewicz, risiede tutta nella famiglia. La storia racconta la vita di tre sorelle: Sophie, Céline e Anne, che hanno avuto l'infanzia segnata da una tragedia familiare. Ormai adulte si sono perse di vista e ognuna vive e rielabora il dramma in modo personale.
Sophie, la bellissima Emmanuelle Beart, è annientata dal dolore per il tradimento del marito. Celine è sola, non ha amici né amori ed è l'unica che va a trovare la madre inferma, una donna dura e fredda, con cui le altre figlie non vogliono più avere rapporti. Anne, studentessa universitaria, non si vuole rassegnare alla fine della relazione col suo professore. Anche se vivono tutte e tre a Parigi non si vedono e non si sentono da anni, finché l'arrivo di Sébastien nella vita di Céline, sconvolgerà le loro esistenze, le darà l'occasione di ritrovarsi e di confrontarsi con il passato, rivelando loro una lontana verità...
"Quello che voglio mostrare" diceva Kieslowski "è che i problemi non sono mai pratici o politici. I veri problemi sono sempre dentro di noi". E' interessante che sia proprio un regista come Tanovic, passato per l'inferno della guerra, a raccontare questa storia di drammi borghesi, intimi e familiari.
"Dopo aver conosciuto anni di guerre"racconta "sono scioccato nel constatare come in un ambiente in cui tutti gli elementi potrebbero concorrere alla nostra felicità, le persone vivono e si creano un loro inferno personale".
Dal film si capisce perfettamente che queste angosce, questi tormenti, non sono sentiti dal regista, ne è affascinato ma non riesce a penetrarvi, li osserva freddo e distaccato. Ed è questa la sensazione che restituisce. Non si crea, perciò, l'empatia necessaria tra i protagonisti e lo spettatore, quel legame emozionale, che permette di partecipare al dramma, di assaporare i tempi dilatati della narrazione.
Non si tratta di lamentare la mancanza di una buona confezione, ma è una bellezza estetica priva di sostanza; alcune scene si protraggono eccessivamente, come il pedinamento di Sophie che arriva a diventare improbabile e la didascalicità di certe affermazioni e di certi dialoghi irrita a lungo andare.
Insomma anche questa volta non si è riusciti ad onorare la memoria di Kieslowski.

La frase: "La tragedia è lo scontro tra la sfera mortale e quella divina. Nella nostra società, che ha abbandonato Dio, non esistono più tragedie ma solo grandi drammi".

Elisa Giulidori














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