martedì, 30 maggio 2006

 

 

Non uno di Meno

"Non uno più di meno" di Zhang Yimou offre una rappresentazione realistica della povertà nella Cina rurale, ma è egualmente un film con una dimensione comica particolare. Comincia con un tono di delicato divertimento, dove l`eroina tredicenne diventa l' insegnante peggio equipaggiata nella storia dell'educazione e termina con ironia quando lei si trasforma accidentalmente in un celebrità della TV. Durante, "Non uno più di meno" è una storia che parla di quella parte lasciata indietro dall'esplosione dell'economia della Cina contemporanea.
Questo racconto d'un`impossibile odissea di una giovane maestra alla ricerca d'un alunno perso unisce tecnica e tema in un realismo che va oltre i clichés "del film del villaggio." per creare un'opera la cui umanità è irresistibile, persino gioiosa, accessibile.
La storia. L' insegnante Gao ama gli allievi della scuola del suo villaggio rurale ed è dedito ad istruirli nella speranza di futuri migliori per loro. Quando è chiamato per un mese al capezzale della madre gravemente malata, il sindaco del villaggio chiama come rimpiazzo l`inesperta tredicenne Wei Minzhi, non senza preoccupazione del maestro. L`insegnante non può sopportare il pensiero di perdere altri allievi: ne ha già persi dodici in un logorio sempre crescente e promette a Wei 10 yuan supplementari se riuscira` ad assicurargli al suo ritorno lo stesso numero - ce ne saranno non uno di meno-. La difficile missione di Wei per compiere il desiderio dell' insegnante Gao e la sua preoccupazione per il benessere dei bambini sono il motore della storia.

Meglio conosciuto per splendidi melodrami come Ju Dou (1990) e Lanterne rosse (1992), Zhang ha gia` affrontato con successo il neo-realismo con la storia di Qiu Ju (1993). Anche se Gong Li (la partner del regista all`epoca e l`attrice principale delle sue prime sei pellicole) interpreta una moglie testarda, Zhang ha principalmente lavorato con locali non professionisti e frequentemente li ha filmati ad una distanza con le macchine fotografiche nascoste alla ricerca di verosimiglianza.

Ha ripetuto questo metodo anche con Non uno di meno, questo volta lavorando esclusivamente con non-professionisti, che essenzialmente recitano se stessi, mantenendo per altro I propri nomi. Tra di questi Wei Minzhi e` la giovane insegnante, Zhang Huike l`undicenne dispettoso che e` scappato via per ottenere un lavoro con cui sostenere la sua famiglia piena di debiti e Tian Zhenda il sindaco, meno interessato allo svuotamento della sua scuola che la sua supplente teenager.
Il film ha vinto il Leone d`oro all`ultimo festival di Venezia bissando il successo ottenuto dal regista con "La storia di Qiu Ju" nel 1992.

Giudizio 4 su 5

Alessandro Righini

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martedì, 30 maggio 2006

 

Volver - Tornare locandina del film

"VOLVER - TORNARE" Sinossi

Madrid. Raimunda è una gran lavoratrice, fanatica della pulizia, che sopravvive a un marito fannullone e alcolizzato e si prende cura della figlia adolescente. Sua sorella Sole, invece, è separata dal marito e sbarca il lunario come parrucchiera abusiva. Le due donne sono orfane, hanno perso entrambi i genitori durante uno dei tanti incendi provocati dal "solano", il vento che devasta La Mancha, il loro paese d'origine e dove vive l'anziana zia Paula - sorella di Irene, la madre delle due donne - che da qualche tempo si comporta in modo insolito. Paula parla di Irene come se fosse viva, mentre è morta da anni, e nel quartiere giurano di aver visto il suo fantasma aggirarsi in casa di Paula. Quando il cuore di Paula smette di battere, incominciano ad accadere cose strane, qualcuno ritorna, qualcuno sparisce e la vita di Raimunda e le altre non sarà più la stessa.

La Critica - Rassegna Stampa

"Due incesti, una resurrezione, un parricidio, un doppio uxoricidio, una malattia terminale, un funerale, una sepoltura segreta... A farne la lista 'Volver' sembra un gran mélo pieno di tragedie e prodigi. Invece il nuovo e bellissimo film di Almodóvar è incredibilmente lieve, solare, generoso, toccante. Come Penélope Cruz, al suo massimo storico per bellezza e bravura, e le altre magnifiche protagoniste di questa storia fatta di sentimenti, di mestieri, di arti così femminili che gli uomini nel film quasi non ci sono o comunque non contano. (...) Naturalmente ci vuole Almodóvar per inventare un mondo in cui un problema così metafisico convive con faccende ordinarie come permanenti e tinture. Così come solo in un film di Almodóvar può accadere che l'altra sorella (Cruz), mentre risolve a suo modo alcuni drammatici problemi di famiglia, trova il modo di improvvisare un pranzo per trenta persone grazie anche al sostegno di una piccola rete di solidarietà femminile. Sempre sfoggiando un garbo assoluto, ampie scollature e un sorriso sfrontato e incantevole che a tratti ricorda davvero la Loren. Il tutto, ecco la vera sorpresa, evitando gli eccessi, le citazioni e i trucchi di regia cui il cinema di Almodóvar ci aveva abituato, anzi dimostrando una sobrietà, una semplicità, una sicurezza che sono il segno di una nuova maturità. Quella che permette al regista spagnolo non solo di mescolare i generi e i toni più diversi con naturalezza miracolosa, ma di distillare sentimenti così profondi che anche la trama più feuilletonesca diventa metafora degli affetti, dei dubbi, dei rimpianti che circolano più o meno apertamente in ogni famiglia. Con la semplicità delle cose di tutti i giorni cui finiscono per mescolarsi le grandi domande dell'esistenza. 'Cose di donna', dice Penélope Cruz in una scena per tagliar corto. Come dire niente. Ma in quel niente c'è tutto." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 19 maggio 2006) "Raccontando se stesso e la sua ascendenza, Almodóvar parla di noi. La forza dell'autore sta nel tradurre la complessità in semplicità; e il suo divertimento nel proporci dei misteri che amabilmente finisce per spiegare. 'Volver' non è solo bello e toccante, ma è uno dei casi in cui non servirebbero le interviste e chiose che formano il contorno dell'apparizione a un festival. Un film così lo capiscono e possono amarlo tutti, provare per credere." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 20 maggio 2006) "Il senso di 'Volver' sta tutto nella prima sequenza. Una carrellata da musical inquadra una schiera di donne di varie età che puliscono le tombe di un cimitero di campagna con lo slancio e l'energia con cui potrebbero rassettare la casa: come dire che nel suo magnifico film Pedro Almodóvar tratterà alla stessa maniera i vivi e i morti, esplorerà le emozioni immediate e quelle rimpiante, creerà un ponte tessuto d'immagini tra i rapporti umani concreti e carnali e quelli spirituali e ineffabili. Oltre a confessare, naturalmente, la sua totale dipendenza artistica da un microcosmo femminile che non ha niente di ideologico e attiene, piuttosto, al primato biologico-societario della mater mediterranea. Ci troviamo, insomma, di fronte a un racconto intenso e scorrevole che fonde i colori, i sapori, i climi, i suoni vividi e insieme arcani della natia e profonda Mancha con la struttura dei melò americani e italiani incardinati sulle mitiche performance delle Bette Davis, Lana Turner, Anna Magnani, Sofia Loren anni Quaranta e Cinquanta. La toccante semplicità che ne scaturisce è, così, in grado di abolire ogni enfasi edificante: insieme alla forza, al coraggio, al buon senso e alla solidarietà, Almodóvar vuole valorizzare anche la fragilità e la follia, in una parola quel tipo particolare d'ambiguità che esalta, anziché minimizzare, i sentimenti, i mestieri, le «arti» delle sue tre generazioni di donne. (...) Almodóvar, dopo lo scivolone de 'La mala educación', è di nuovo padrone e signore della sua scena primaria: una tela romanzesca convinta e mai surrettizia, sulla quale si ricamano in filigrana le normali anormalità della vita; una catena d'inquadrature folgoranti per naturalezza, in cui il dettaglio microscopico ha lo stesso peso drammaturgico degli enigmi metafisici; un vortice hitchcockiano di eroismi involontari e viltà occulte, nel quale sprofondano i pensieri finissimi e le azioni sanguigne di personaggi credibili perché paradossali, e viceversa. 'Volver', tornare, può allora significare che persino i temi dell'infanzia offesa, della ricerca delle radici, del desiderio crudele e delle pulsioni d'amore e di morte possono e debbono materializzarsi in una finzione infinita." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 20 maggio 2006) "Fedele alla sua malinconia e all'educazione di beato tra le donne, il regista della Mancha rimuove il lutto materno con una meravigliosa storia di vivi e morti che convivono nella dimensione della memoria e degli affetti. La morte della madre e il ritorno come fantasma fa scoppiare un confronto fra tre generazioni di donne, sulle cui orme l'autore entra in una sfera affettiva che lo riguarda e che il periodo del kitch-pop-gay-camp aveva travestito. Pedro apre le porte della sua solitudine con una commedia triste e allegra che ruota intorno ai ricordi ma chiacchiera in cucina, fa la permanente, cucina, pulisce il sangue per terra. Certo che c'è ancora il melò hollywoodiano, ma va alle radici della sua terra e l'uso strepitoso delle star complici è la più bella prova per tutte, dalla Maura alla Cruz che si muove bella e felina come una maggiorata ' 50."

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martedì, 30 maggio 2006
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martedì, 30 maggio 2006
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sabato, 20 maggio 2006

Il mio mito adolescenziale è stato Kerouac, ma non ero pronta all’epoca a sognare, nella pienezza trasbordante, la route 66 on the road e una Frisco leggendaria… in seguito i miei viaggi hanno abbandonato momentaneamente l’immaginario degli States per dirottare verso l’Oriente o posti più selvaggi e remoti. Mi affascina la dimensione lenta del tempo che hanno le culture asiatiche, la ciclicità delle stagioni, i ritmi stantii e la filosofia mistica, le tinte forti e contraddittorie…

Buddha significa “colui che si è ridestato”, l’essere umano cosciente di sé, che va oltre la superficie fino ad arrivare alle proprie radici.
Osservando da vicino la vita delle persone, è strano come molte siano deste solo per metà: per lo più non hanno alcuna idea, non sanno che fare, né quali siano conseguenze del loro agire. Sanno come farsi strada, ma se è in gioco la loro vita sono inesperte, deste meno della metà… in dormiveglia!
In stato di sonno e di follia, abbiamo una maggiore percezione di noi come soggetti. Il torpore fa vivere senza essere vivi, fa essere svegli, senza essersi mai risvegliati!
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sabato, 20 maggio 2006
A lungo ho creduto che la mia migliore amica fosse la tazza del cesso… poi è stata declassata solamente a semplice confidente da frequentare, con costanza, ma da frequentare con distacco.
Mentire mi è sempre venuto bene, come un talento naturale: tradire, trovare alibi, tacere verità scomode, specialmente per me!
mi sento una borderline, ai margini… ma ritengo anche che si percorrono molte strade nella vita e non è detto che debbano essere per forza sempre asfaltate.
Le mie letture, la mia musica, il mio cinema mi esaltano e riempiono. Soffro del malessere dell’arte e mi sento una madame Bovary che si districa tra le sue fasi umoral-evolutive. Gusti “saporiti” e intensi, niente mezze misure, la pienezza. Il non detto spesso ha molto più
spessore del detto… e questo mi turba perché lo sento profondamente mio. Sento e spesso non riesco a rendere le emozioni vulcaniche che mi si agitano o quanta emozione mi travolga.
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sabato, 20 maggio 2006
La vita è un gioco d’equilibrio, una fune tesa su cui barcollare e sotto niente. Si può Essere senza essere “qualcosa”?
Siamo macchie di colore sulla tela di un quadro che non ci appartiene, e non ce ne rendiamo conto…!
La vita è come il deserto: in entrambi i casi devi cercare la tua pista da percorrere, devi trovare una direzione. Potrà sembrare che intorno non ci sia nulla, ma, in realtà, c’è tutto ciò che si è in grado di immaginare, creare, conquistare. Molti si perdono e non ce la fanno…il deserto non perdona chi si smarrisce e neanche la vita lo fa! Una direzione, tutte le direzioni: il deserto e la vita. Spazio ingannevole, sorprendente, pauroso, ma sempre ugualmente diverso. Spazio senza confini e limiti: libertà nel deserto.
Metropoli, civiltà, alienazione: niente orizzonti, spazi limitati, prigionia. Nessun contatto con sé e con gli altri…spreco, esasperato consumismo, egoismo, falso perbenismo. I fast food sono il simbolo stereotipo di civilizzazione e “mordi e fuggi” che tende a provincializzarsi, o si illude di riuscirci…
Un barbone è un non uomo ormai, uno che la società ripudia e non vede più. Non ha retto il “gioco” e ritorna al suo essere primitivo, semplice… uomo. Gli uomini si cuciono addosso un frenetico benessere che sta loro stretto.
E più lo cercano più sta loro stretto, spogli, in realtà, di vita vera. Il barbone è inutile, alienato, ai margini, inesistente. Essi sono, invece, in quanto possiedono e ostentano poi. Hanno paura se sono nudi e soli con loro stessi…
Io viaggio spesso nel deserto, nelle metropoli, a contatto con barboni e cercatori di oro, alchimisti che forgiano pietre filosofali. Sono tutto e niente. Mi perdo nel deserto, poi mi ritrovo nella mia pista e supero le dune, medito sotto il cielo stellato. A volte vago per grandi città, alienata, ma pur sempre con il mio deserto interiore, libertà e vasti orizzonti. Straniamento e pienezza insieme… e sono un barbone. Amo i barboni.
La mia macchina fotografica è una piccola coperta di Linus per girare il mondo, angoli lontani e vicini, e sentirmi protetta, schermata. Fermare l’attimo per illudersi di possederlo e spesso non riguardarlo neppure per timore di mistificarlo…
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sabato, 20 maggio 2006

La mia è stata come una corsa ad ostacoli in cui, tra l’altro, devi raccogliere più oggetti possibile, pur non vedendo bene ciò che raccogli. Raccogli e qualcosa ti cade. Nelle braccia non contieni tutto… finisci poi di correre e che diamine hai raccolto? Ti volti, che confusione, non ho visto bene cosa ho perduto! E così finché senti che il Tempo è finito…

non si vince nulla, ma è solo uno dei tanti modi per tenersi occupati mentre si vive. Bisognerebbe, invece, vivere per vivere, come ci viene, come ci piace, come ci riesce… il momento…non per usarlo in vista di un ipotetico domani!
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sabato, 20 maggio 2006
Nel giro di un paio d’anni quanti traslochi avrò affrontato? Quanti cambi di prospettive? Viaggi, tanti viaggi e scoperte. Fughe, anche! Esperienze accumulate e qualche volta assaporate, gustate raramente…era troppa la fame di conoscenza!

Quando chiudo gli occhi e mi lascio accarezzare dai raggi del sole, mi esalto… se guardo le stelle o uno stormo di uccelli che squarciano il cielo grigio all’alba mi sento libera… mi emoziono di fronte alle cose semplici, quelle che ti sorprendono per la loro bellezza e ti spiazzano x la loro riconoscibile magia dimenticata dalla maggior parte della gente troppo superficiale e di fretta sempre!

Apparire, possedere, dimostrare, parlare, parlare e non aver nulla da dire… vuoto e alienazione! Straniamento! E ascoltare? E i fragorosi rumori dei silenzi? Queste cose adoro…. Amo i tramonti e le albe, la luna, la natura e gli animali. Pelle d’oca per buona musica e buoni film, gioia mozzafiato per l’arte e il senso estetico, la creatività…spiazzare, mostrare carisma e originalità, imprevedibilità.
Per troppo tempo ero stata semplicemente Angioletta. Poi fui “fiorellino” e “Tata”, ma giusto l’arco di un soffio…divenni presto “amore”, più generico, più impersonale, incolore! Quindi una sfilza di cose poco più avanti: “gioia”, “kore”, “cucciolo”,  “amazzone”, “Circe”, “girasole”, “bambolina”, “micia”… definita in svariati modi, ma ogni volta li sentivo come contenitori vuoti in cui far risuonare un’eco che non mi apparteneva! “randagia” mi sarei detta io se avessi dovuto e potuto scegliere (ma già amazzone mi calzava meglio).
Gli uomini danno un nome a tutto perché è rassicurante e credono di possedere l’oggetto nominato. Tuttavia io non mi sono mai sentita “posseduta” da loro… aridità di sentimenti? Mah…
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sabato, 20 maggio 2006
Voracità atavica d’affetto, inquietudine, tormento… com’è che lo chiamava Baudeleire? Ah, sì, lo spleen!
La mia malinconia ha una banda di colore che oscilla dall’indaco al viola. I miei occhi, grandi e intensi, mostrano una lunare vitalità e guizzi di una disperata e nebbiosa ribellione. Follia e sregolatezza: questo vorrei si cogliesse, invece, dal mio sorriso vagamente accogliente…
Mi hanno sempre definito (benedette etichette!) una ispiratrice di serena calma, “beata” me!!? Ma che cazzo di presunzione, poi, ritenere di “tener letta” una persona, come si dice dalle mie parti, dalla maschera che, alle volte come tutti, indossa per sopravvivere…
Complessa e complicata, così mi definirei io se proprio dovessi farlo! Per nulla equilibrata, sbandata e spesso inconcludente. Contraddittoria e incoerente, ma mai scontata o banale. Odio la banalità e la fuggo più della solitudine. Il senso estetico che rincorro nelle cose e nelle persone mi impedisce di trovarmi a mio agio con la prevedibilità e il qualunquismo, la mediocre superficialità. Molto spesso ho rinvenuto stimoli, complicità ed empatia maggiormente in sconosciuti, o poco più che tali, rispetto a benpensanti e presunti amici di annosa età.
Anche le mie mani rivelano la mia incoerenza: lunghe unghie laccate, ma martoriate da un costante lavorio di mangia mangia inflitto con dovizia e pazienza sulle pellicine…
Istinto e impulso, da un lato, e cervellotica problematicità, dall’altro. Ma si può, dico io?
Non so più, ormai, quanti anni siano che il cibo è diventato per me un oggetto di ossessiva e bellicosa lotta: desiderio e ripulsa. Controllo e bestiale perdita dello stesso! Dipendenza e fedele compagno di “sbornie”… sfogo di noia e gioia, effetto-cura del dolore e causa di esso. Sensi di colpa e di dovere verso il mio oggetto… mi sento nuda e sconosciuta aldilà della mia compulsiva droga!
Da dove iniziare per ricomporre tutte le variegate e deformate tessere del mosaico che ha nome Angela ?
Immagini percorrono la mia memoria e il mio presente. Odori assalgono la mente. Luoghi, suoni, luci e ombre…Due figure contrapposte, contorte e spiazzanti, ma complementari, puntellano l’edificio terremotato che mi contraddistingue.
In mezzo, terra di conquista, terra di nessuno, l’essere sbandati, il non equilibrio, la non serenità, la ricerca incompiuta di una Angela C che concilii e faccia convivere gli opposti. Sì, perché Angela dovrebbe instaurare una libera convivenza tra la prima e la seconda, senza guerre e faide aperte…
Angela scalcia, urla, fa i capricci! Rinnega e odia la zona apollinea, cervellotica e problematica. Ha tirato fuori a fatica dal cantuccio la zona dionisiaca, istintiva e impulsiva, che ha sempre soggiornato in potenza in lei, l’hinc et nunc, il carpe diem, il godere del momento, senza domande e proiezioni. Ora cammina in bilico, in punta di piedi come un equilibrista, tra puro e individualistico edonismo spesso censurato da un vecchio bisbiglio di rancoroso stoicismo…
Non credevo di essere tanto femminile e sensuale, dolce, accattivante, seduttiva! Ogni mia conquista era volta alla affermazione di me e alla dimostrazione quasi vendicativa di essere all’altezza…
Una bimba indifesa e fragile, ma che lotta con i denti. Una bimba vulnerabile che non vuol crescere, proprio perché a suo tempo era cresciuta troppo in fretta, senza mai chiedere niente a nessuno!
Quella “bimba” che da bimba era già “donna”, ora si riscopre “donna” che sa essere “bimba” e trionfa…
Il dramma è che non sarebbe più ora, è “anacronistico”!
Il GAB mi ha visto essere genitore di me stessa e poi bambino capriccioso. Ma l’adulto?
Paura di deludere e di non saper rispondere alle aspettative!
L’affettività, del resto, era sempre passata al setaccio del “produrre” risultati, effetti, dimostrare: valere, essere efficiente, responsabile, matura, perfetta…mai problemi e preoccupazioni… Brava a scuola (spesso anche senza troppo impegno), seria e posata, giudiziosa… quindi meritevole! Poi non ho retto più! Non ero così, ma anche tutto il resto… volevo, dovevo cambiare per sopravvivere con orgoglio con me stessa! Ed eccomi nel polo opposto, irresponsabile, che dà problemi, che non si cura degli altri, inaffidabile, depressa, fragile, immatura, ribelle…
L’effetto-sfogo di tutto ciò, quello che all’esterno spaventa di più, ma che, ripeto, è solo dipendenza ed effetto, è l’anoressia e bulimia. La cause sono tutto il resto!
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