giovedì, 27 aprile 2006


stilidivita          Locandina di Delicatessen

Cast
Pascal Benezech, Dominique Pinon, Karin Viard, Ticky Holgado, Bobam Janevski, Michael Todde, Edith Ker
Regia
Marc Caro
Sceneggiatura
Gilles Adrien, Marc Caro
Data di uscita
1990
Genere
Grottesco


"DELICATESSEN" Sinossi

In un fatiscente edificio, tra gli stravaganti condomini: i fratelli Robert e Roger Kube dediti a fabbricare curiosi souvenir; l'isterica Aurore; la vogliosa Plusse; la famiglia Tapioca, i cui componenti (padre, madre, figli e nonna) sono sempre affamati; lo stralunato Potin, dedito all'allevamento di rane e lumache, la giovane violoncellista Julie con suo padre, il macellaio Clapet, un folle individuo intento ad accumulare mais e lenticchie avuti dai suoi clienti in baratto di carne umana. Vittima predestinata del macellaio è il candido Louison, un clown disoccupato che ha chiesto a questi vitto ed alloggio in cambio di lavori di pulizia e manutenzione. Julie, innamoratasi di Louison, per salvarlo dal suo triste destino, trova aiuto in misteriosi trogloditi vegetariani, una genia di teppisti che vivono nel sottosuolo metropolitano, i quali sperano così di impossessarsi dei legumi del macellaio. Dopo curiosi e grotteschi avvenimenti, questi muore involontariamente per propria mano, dopo aver lanciato un boomerang tagliente contro Louison.

 

Note

- VINCITORE DEL PREMIO CESAR COME MIGLIOR FILM, MIGLIORE SCENEGGIATURA, MIGLIOR MONTAGGIO E MIGLIORE SCENOGRAFIA.

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martedì, 25 aprile 2006
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martedì, 25 aprile 2006
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martedì, 25 aprile 2006

L'ISOLA
(Seom - The Isle)

REGIA:    
KIM Ki-Duk

PRODUZIONE:  SudCorea   -   2000   -   Drammatico

DURATA:  86'

INTERPRETI:
Jung Suh, Kim Yoo-Suk, Park Sung-Hee, Cho Jae-Hyung, Jang Hang-Sun

SCENEGGIATURA: Kim Ki-Duk

FOTOGRAFIA: Hwang Seo-Shik

SCENOGRAFIA: Kim Ki-Duk

MONTAGGIO: Kyeong Min-Ho

COSTUMI: Joo Eun-Jung

MUSICHE: Jeon Sang-Yun

Trama

Hee-Jin vive in una piccola casa su un lago attrezzato con piccole abitazioni galleggianti, vendendo ai pescatori cibo di giorno e il proprio corpo di notte. Un giorno arriva il misterioso e turbato Hyun-Shik e tra i due si creerà un forte legame di passione e dipendenza psicologica.

Recensioni

 

 

 

Il Canto della Sirena

Ostaggio delle case colorate che increspano il cristallo dell’acqua, una torma di pescatori si lancia in scherzi camerateschi sull’obliquo sfondo lunare; il buio cosmico partorisce una sagoma di donna, che racconta in silenzio un normale abuso quotidiano. La figura michelangiolesca di lei, venere lesa abbandonata alla sua isola (l’imbarcazione), introduce il quarto lungometraggio di Kim Ki-Duk, oggi riscoperto dopo l’ascesa del suo autore (nell’augurio di ricomporre presto una filmografia completa), che si presenta nella forma di uno spiazzante depistaggio sentimentale per la platea: nel classico microcosmo del coreano (un eremo, una casa vuota) la poesia si nutre della violenza, la donna sfama l’uccellino del suo amato subito dopo il massacro d’un altro animale. Partendo dall’antico abbraccio tra Eros e Thanatos, il regista segue meticolosamente la propria deviazione tratteggiando un amore veicolato dal dolore: gli amanti sono capaci di struggenti tenerezze (la scultura di latta) e crudeltà impronunciabili (la gabbia nell’acqua), instaurando un rapporto duale di sottomissione/dominazione. L’uomo tenta l’abuso della donna ma verrà “pescato” da lei (letterale), la sofferenza ferina si rigetta nel masochismo (lo sfregio vaginale), unico a rimuovere il groppo di silenzio nell’urlo lancinante. Metafora di una condizione mutilata (l’assenza del verbo) è un pesce deforme, piegato all’umana perfidia, che diventa specchio per il protagonista e lo riduce istantaneamente alle lacrime.
Kim Ki-Duk, prima della presunta svolta nel suo cinema (in verità solo formale), mira dritto allo stomaco con volute sequenze di crudissimo disturbo, volte a sviluppare già pienamente le ossessioni delle opere successive: uno sguardo retroattivo sottolinea sotterranee corrispondenze, dall’umanità ascetica in fuga dal passato come in PRIMAVERA... (il rimando è anche visivo) sino alla maschile arroganza borghese (il ciccione e la prostituta) che umilia l’intimo della donna formando un dittico del silenzio col capolavoro FERRO 3. Pur lontano da tale picco di commovente perfezione, L’ISOLA è un apologo crudele sull’amare e le sue privazioni, nella forma del bacio toccante di due pennelli gialli, di un gioco di visuale attraverso vetri appannati, ora sporco ma tenero ora severo e rivoltante; esplicitare la violenza nel tessuto narrativo, elevarla a vette insopportabili, più che provocazione salottiera è testimonianza della folle depravazione della love story che, per farsi più estrema e toccante, nella scelta della protagonista attinge dal patrimonio mitico (Hee-Jin non è umana, si muove nell’acqua come sulla terra, il suo bacio è l’omicidio). Coerente con la poetica della Natura, volta accuratamente a fondersi in osmosi con l’intreccio, è inevitabile che spunti l’elemento ciclico: il tentato suicidio dell’uomo ritorna nella mutilazione della donna, l’amore violento in campo lungo si appaia al gracile sesso in primo piano. Sullo sfondo la mano del Fato: all’interferenza del ritrovamento dei cadaveri (innescata da un evento puramente “casuale”) si risponde recuperando il tessuto narrativo e biforcandolo in un doppio finale. La vita e la morte, la fuga e la tragedia: l’acqua placida accompagna l’abitazione galleggiante, i protagonisti la dominano, l’acqua immobile ricopre un nudo di sirena sovrastandolo. L’alba tersa si leva nel sangue.

Emanuele Di Nicola


Ami da esca e passione

Parte bene il film coreano di Kim Ki-Duk, con un'atmosfera che cresce gradualmente e personaggi enigmatici, che nel silenzio delle parole ben esprimono il loro profondo disagio e la grande difficoltà di riuscire a comunicare. Le immagini sono bellissime e costruite con cura e perizia tecnica. Poi, però, il taglio narrativo e visivo cambiano, e il regista pare volere a tutti i costi violentare lo spettatore con immagini sempre più crude e fastidiose che prevaricano la storia e l'atmosfera, anche intima, raccontata. Peccato, perché l'amore dei protagonisti era tutt'altro che banale e la gratuità di certe scelte visive e narrative riesce ad annacquarlo.

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lunedì, 24 aprile 2006
Eventi Musica
Ludovico Einaudi - La Scala: Concert
Con un doppio disco dal vivo torna uno dei compositori italiani più apprezzati. Ludovico Einaudi presenta live alla Feltrinelli di Milano e Roma "La Scala: Concert". Due appuntamenti imperdibili!

 

einaudi_la_scala
- Circa una decina d'anni fa, dopo avere composto a lungo per diverse formazioni strumentali, ho cominciato a sentire il desiderio di suonare io stesso le mie musiche dal vivo. Limitarmi a scrivere isolato in uno studio mi sembrava un lavoro troppo astratto e distante; sentivo la necessità di un rapporto più immediato con la musica e con chi la ascolta. Avevo bisogno di verificare in prima persona il senso di quello che stavo facendo, trovare un filo di comunicazione diretto con il pubblico, essere al centro della magia e dell'emozione che si possono creare solo durante un'esecuzione dal vivo. E' più o meno con queste motivazioni che ho cominciato a fare concerti, un po' con lo spirito di uno che canta le proprie canzoni. Nel pianoforte ho trovato una casa, che mi sembra di aver costruito con le mie mani, disegnandone una a una le stanze e scegliendone con cura i materiali e dettagli, con la libertà di metterci dentro l'essenza di tutte le esperienze che ho vissuto, delle cose che ho amato -

(Ludovico Einaudi)

 

einaudi_la_scala
La Scala: Concert nasce dunque dal desiderio di fotografare un momento molto particolare della vita artistica di Ludovico Einaudi, l'esperienza live nella quale, anche i repertori creati per il cinema, per orchestra o per piccolo ensemble, ritornano magicamente all'origine, al suono semplice e ipnotico del pianoforte, che ormai rappresenta la cifra stilistica inimitabile di Ludovico Einaudi. Ormai conosciuto in tutta Europa, soprattutto in Inghilterra dove ha riscosso un eccezionale successo di pubblico e critica nel corso degli ultimi anni, Einaudi si è concesso, dopo 16 anni di carriera, un album live ed ha scelto a questo scopo il concerto del 3 marzo 2003 al Teatro degli Arcimboldi a Milano, sua città adottiva perché - La serata della Scala è particolarmente riuscita anche dal punto di vista del suono del pianoforte nella registrazione -. E forse perché ormai, oltre al suo tradizionale concerto per solo piano, la curiosità e l'amore per l'esplorazione l'hanno portato a sperimentare dal vivo nuove strade quali l'improvvisazione, assolutamente non jazzistica, insieme al virtuoso di kora Ballake Sissoko, incontrato in uno dei suoi ultimi viaggi africani. Inoltre la routine delle lunghe tournée ha inesorabilmente stratificato una serie di piccole, quasi involontarie, impercettibili variazioni sulla scrittura originale dei brani più classici di Einaudi, portandoli spontaneamente altrove, a nuove versioni che meritavano di essere fotografate nel loro lento cammino attraverso il tempo, le città, gli umori interpretativi del compositore.

(info a cura di Bmg Ricordi)


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lunedì, 17 aprile 2006

21 grammi
Il peso dell'anima

di Alejandro González Iñárritu


Benicio Del ToroPaul (Sean Penn) è un professore di matematica affetto da gravi problemi cardiaci. Jack (Benicio Del Toro) è un ex galeotto che pare aver ritrovato la via in virtù di un inatteso infervoramento religioso. Cristina (Naomi Watts) è una giovane moglie, madre di due bambine, che grazie al matrimonio e alla famiglia è riuscita a scrollarsi di dosso un passato da tossicomane. Tre binari esistenziali distinti, tre vite che non hanno nulla in comune l'una con l'altra, tre persone che non si conoscono. Non ancora...

Sean Penn e Naomi WattsE' stata da alcuni definita 'un capolavoro' (termine ormai pericolosamente inflazionato), quest'opera seconda dell'acclamato regista di "Amores Perros", Alejandro González Iñárritu. A mio modo di vedere non lo è: il giudizio globale andrebbe prudentemente ridimensionato su di un livello più basso. Lo status supremo di capolavoro non viene toccato, ma al termine della visione si ha la netta impressione che i presupposti per arrivare a tanto ci fossero. Se solo la sceneggiatura avesse pescato un po' meno nel repertorio del "già visto", forse avremmo potuto davvero assistere ad una vera gemma d'autore; e per nulla influisce in questa considerazione il fatto che l'esposizione dei fatti, delle tre storie di fondo, avvenga in maniera frammentaria, con la totale violazione dell'ordine cronologico delle singole scene, sezionate e poi sparpagliate qua e là per tutta la durata del film in una composizione dove comunque non vige, ovviamente, la casualità. Qualunque sia l'ordine con cui decidiamo di guardare ai fatti narrati, anche qualora la nostra naturale predisposizione ci porti a farlo privilegiando il criterio più agevolante: quello cronologico, permane comunque un difetto non trascurabile di originalità che non consente a questa pellicola di levarsi realmente in alto. Tuttavia, l'efficacia comunicativa della stessa rispetto al dramma che ci viene posto dinanzi agli occhi è indiscutibile, persino rara di questi tempi.

Naomi Watts"21 grammi" è, al di là delle suddette osservazioni, un film di straordinaria intensità, che inizialmente disorienta lo spettatore per via dei succitati balzi temporali, per poi lasciarlo spesso esterrefatto dinanzi a cotanto impatto drammaturgico.
E' un film che narra di vita, di morte e di redenzione, e di come le tre cose si leghino, si confondano, sino a perdersi l'una nell'altra. E' profonda la riflessione sull'oscuro significato della vita e della morte, su come l'una possa sotto certi punti di vista non escludere l'altra, in quella che è una ricerca, un'indagine interiore che sarà sempre, da qui all'eternità, parte integrante dell'esistenza di ogni singolo uomo. Iñárritu fornisce il suo personale spunto riflessivo a contributo di questa sorta di enigma irrisolvibile intrecciando e fondendo fra di loro tre storie, tre vicende di persone comuni in un'ambientazione volutamente incerta geograficamente, così concepita per dare allo spettatore quell'idea di "persona qualunque in un luogo qualunque". Efficace a questo proposito la fotografia di Rodrigo Prieto, molto curata e realistica nella sua ricercata "povertà", che da nitida diventa granulosa assecondando gli umori, i diversi stati d'animo dei personaggi all'alternarsi degli eventi.

Sean PennEccellente la recitazione dei tre attori co-protagonisti, talmente buona da indurre a chiedersi se l'impatto emozionale di cui si parlava precedentemente sarebbe stato il medesimo qualora gli interpreti fossero stati altri. Forse no, ma questo tipo di analisi sarebbe allora da estendere ad una moltitudine di altre opere cinematografiche. Sean Penn ci consegna un'altra sentitissima prova d'attore, che fa il paio con quella offerta in "Mystic River" (quest'ultima potrebbe fruttargli l'Oscar; la nomination pare ormai scontata). Il bel film di Eastwood ha oltretutto in comune con questo "21 grammi" la profonda indagine esistenziale, che evidenzia una certa comunanza di intenti e di approccio tematico fra le due pellicole, a prescindere dai diversi contesti che le caratterizzano.
Se Penn convince appieno, Benicio Del Toro (ve lo ricordate nel capolavoro "I Soliti Sospetti"?) si conferma come uno degli attori più intensi, più consistenti attualmente in circolazione, che assieme con una struggente Naomi Watts completa un trittico di interpretazioni fra le migliori in assoluto di questa stagione cinematografica.

Il regista Alejandro González IñárrituForse non era necessario scombinare la cronologia degli eventi, probabilmente questa pellicola non avrebbe perso un briciolo di efficacia qualora fosse stato rispettato l'ordine cronologico. Direi che le velleità autoriali del regista hanno forse preso il sopravvento nelle scelte narrative da lui adottate. Ma il risultato resta comunque ammirevole. Un film sentito e accorato, visivamente efficace e splendidamente interpretato. Prestategli la vostra attenzione.

21 grammi. Il peso di cinque monetine, di un colibrì, di una barretta di cioccolata... forse dell'anima umana...

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sabato, 15 aprile 2006
macchina da scrivere.jpg
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sabato, 15 aprile 2006
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sabato, 15 aprile 2006
Maghi e viaggiatori
Presentato nella Sezione Controcorrente della 60° Mostra del cinema di Venezia, "Maghi e Viaggiatori" è, a mio parere, uno dei film migliori visti qui a Venezia.
Realizzato da Khyentse Norbu, il regista del Bhutan già noto per il suo film "La coppa" in cui si parlava di un gruppo di monaci buddisti appassionati di calcio, il film è un piccolo capolavoro di tecnica cinematografica.
Il regista del Buthan, già assistente di Bertolucci ne "L'ultimo Imperatore",- del quale Norbu dice essere il suo mentore - ha una dimestichezza innata nel manovrare la macchina da presa. Realizza inquadrature sempre appropriate, capaci di enfatizzare nella giusta misura, senza eccessivi virtuosismi, la storia che si racconta. Una trama semplice, in verità. Quella di un giovane funzionario statale, dislocato in uno sperduto paesino tra le montagne, che ha la possibilità di andare negli Stati Uniti dove ha trovato un lavoro. Si mette in marcia per raggiungere il più vicino centro abitato per poter prendere un aereo che lo conduca negli States. Ma il viaggio non sarà affatto semplice a causa della mancanza dei mezzi di trasporto. Saranno suoi compagni un monaco tibetano, un contadino che va a vendere le sue mele, un commerciante di carta di riso assieme alla figlia. Alla fine del lungo viaggio quasi totalmente fatto a piedi, il giovane funzionario vedrà le sue convinzioni circa l'irrinunciabile opportunità di volare nel paese dei sogni, minata da quello che imparato durante l'esperienza di quei pochi giorni.
Il film è impreziosito da una splendida fotografia che raggiunge gli apici della sua bellezza nelle sequenze fantastiche della storia che il monaco racconta ad i suoi compagni e che intermezza la narrazione principale grazie ad un montaggio molto originale e molto creativo. La favola raccontata dal monaco è un gioiello che si incastona brillantemente nella già raffinata architettura del film. Storia emblematica ed ancestrale nella sua costruzione, è anche caratterizzata da bellissimi effetti speciali che contribuiscono ulteriormente a valorizzare l'opera.
Gli interpreti sono tutti attori non professionisti: un produttore TV, il capo della commissione del mercato azionario del Bhutan, un colonnello che lavora come guardia del corpo del re, un bidello, una giovane studentessa di medicina. Tutti molto bravi e tutti ben diretti da Norbu che ha anche investito proprie risorse finanziarie nella produzione del film.
Un film da vedere. Speriamo che la distribuzione abbia l'occhio lungo e lo proponga in maniera convincente.

Daniele Sesti













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