venerdì, 31 marzo 2006

"Quando arrivi in cima alla montagna,

continua a salire...!"

 

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"Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati.

Dove andiamo? non so, ma dobbiamo andare"

Una schermata dal CD-ROM

La Città Illumina Il Bookstore Fondato in 1953 da Lawrence Ferlinghetti e da Peter D. Martin, le luci che della città il bookstore a San Francisco è uno dei pochi bookstores indipendenti vero grandi in unito Dichiara; un posto in cui gli amanti del libro attraverso dal paese ed intorno al mondo vengono passare in rassegna, colto e si impregna appena nel ambiance di unico "limite letterario della coltura alternativa." Anche se è stato di più di quaranta anni dalla nascita della generazione di battimento, l'eredità dei battimenti della politica anti-autoritaria e di pensare insurgent continua ad essere un'influenza forte nel deposito, più evidente nella selezione dei titoli.

 

 

 

 


Recensione di: Simona    
Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo
( BEN, £4000, 1994 )
UNA STORIA CHE POTREBBE ESSERE FILOSOFIA INVECE SEMBRA UN FILM

In Delitto e Castigo Dostoevskij mette in scena la rappresentazione delle più profonde pulsioni dell’animo umano. Ogni personaggio rappresenta non solo un carattere ma un’idea, (per esempio Sonja, personificazione dell’amore; Svidrigàilov, lussurioso e abbietto; Razumichìn che rappresenta il buon senso e la lealtà; e poi c’è la famiglia Marmeladov a raffigurare l’umanità più misera e sciagurata). La costruzione della trama è lineare e perfetta verso un crescendo di angoscia e disperazione. Il protagonista Raskòlnikov, attorno alla cui figura ruota tutto un mondo di uomini disperati, puri, gretti, meschini, oppure lucidi, perversi o giusti, è megalomane e spietato ma la sua enorme sofferenza, che egli prova pur rifiutandola, fa si che si senta pietà per lui e si speri nella sua espiazione.
In questo, come in tutti i suoi romanzi, l’autore indaga la tragedia della libertà umana. E’ lecito uccidere una persona per fini superiori? Raskòlnikov, imbevuto di idee superomistiche, ne è fermamente convinto. Tuttavia quando deciderà di oltrepassare il limite estremo nel nome del proprio libero arbitrio, egli negherà il valore stesso dell’individuo e di ciò che più lo caratterizza: la libertà. In questo modo si troverà di fronte a un muro di nonsenso. E’ quasi un'altra cacciata dall’Eden: mangiata la mela, commesso il peccato, l’uomo conosce la disperazione. La narrazione procede inesorabile, opprimente. Incombono i destini tragici dei personaggi. Ma in questo lento percorso di tormento interiore e sofferenze fisiche Raskòlnikov si ostina a non pentirsi dell’azione commessa. “Egli si attribuiva un unico torto: quello di non avere sopportato il peso del proprio delitto ed essersi andato a costituire”.
In Delitto e Castigo si rappresenta la natura dell’animo umano nei suoi istinti più estremi, eternamente in bilico fra Male e Bene, fra Giusto e Sbagliato, eternamente dubbiosa se auto-esaltarsi o credere in un ideale religioso, incerta fra il dubbio nichilistico e la fede. E forse proprio il popolo russo, così intrinsecamente spinto agli eccessi, è il soggetto ideale per simboleggiare i diversi istinti di questa umanità variegata. La girandola di ubriachi, pazzi, idioti e suicidi, miserabili e lussuriosi che animano una fosca San Pietroburgo oppressa dall’afa, forse è così credibile proprio perché si tratta di San Pietroburgo. “I russi hanno in generale delle vedute larghe, Avdòtja Romànovna, delle idee grandi come la loro terra e sono straordinariamente inclini al fantastico, al caotico. E’ però una sventura aver vedute larghe senza una vera genialità.”
Ma quello che bisogna sottolineare è che qui non si racconta il delitto e la sua espiazione. Raskòlnikov possiede intelligenza e un tempo, forse, possedeva anche purezza, tuttavia lo vediamo cadere nella disperazione e non pentirsi; quasi perdere la ragione per via dell’angoscia e non pentirsi; lo vediamo mentire, delirare, soffrire e ostinatamente non pentirsi. Proprio la mancanza di pentimento è la chiave che mette l’uomo di fronte a sé stesso. Raskòlnikov si costituisce non perché redento ma perché oramai conscio del proprio fallimento: infatti egli non ha saputo accettare la sofferenza, anche se il solo fatto di provarne rileva la contraddizione. Infatti, se Raskòlnikov avesse davvero creduto alla propria teoria, non avrebbe sofferto perché lo scopo che l’aveva animato era un “fine superiore”. Allora, per l’autore l’uomo non può mentire a sé stesso ed è costretto a fare i conti con i propri impulsi trascendenti. Non siamo fatti di sola ragione.
Così, ciò a cui si arriverà al termine di questo viaggio non sarà redenzione ma solo, finalmente, Consapevolezza, suggerita dalla luminosa immagine della steppa sconfinata e immutabile nell’aria fredda di un mattino siberiano: annunciazione della possibilità di una rinascita che, però, si intuisce non immediata, bensì futura. Immagine consolatoria, sì, tuttavia non rassicurante.

Oh, come sarebbe stato felice se avesse potuto sentirsi colpevole! Avrebbe allora sopportato tutto, anche la vergogna, anche il disonore. Ma. sottoposta a un esame severissimo la propria coscienza, non aveva scoperto nel suo passato nessuna colpa specialmente orrenda, all’infuori del suo “fiasco”, cosa che poteva accadere a chiunque. (…) E, se almeno la sorte gli avesse donato il pentimento, il pentimento che brucia, che spezza il cuore, che scaccia il sonno, uno di quei pentimenti che spingono l’uomo a impiccarsi o ad annegarsi! Con quanta gioia l’avrebbe accolto! Tormenti, lacrime… anch’esse sono una manifestazione di vita. Ma egli non era pentito del suo delitto…
 
Fëdor Dostoevskij (Mosca 1821–San Pietroburgo 1881), a causa delle sue convinzioni socialiste nel 1849 venne condannato a morte. La pena fu poi commutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia e nell’esilio fino al 1859. Di Dostoevskij ricordiamo, tra gli altri, L’adolescente, Il giocatore, L’idiota, Memorie dalla Casa dei morti, Memorie dal sottosuolo, Povera gente

L'uomo senza qualità

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

 

L'uomo senza qualità è un romanzo dello scrittore austriaco Robert Musil che racconta di Ulrich, un uomo ideale che, riassumendo in sé tutte le qualità o le non qualità del principiante Novecento, vive privo di reali interessi; questa situazione è descritta come come vera e propria malattia della volontà. L'opera afferma l'importanza del senso della possibilità arrivando a sostenere che nel futuro le azioni si svolgeranno sempre di più nel pensiero piuttosto che non "nella vita pratica".

Lontano da Oblomov, altro celebre svogliato letterario protagonista dell'omonimo romanzo di Ivan Goncharov, Ulrich rappresenta una critica a tutte le filosofie dei suoi compagni nella vita-romanzo, uomini archetipi del nuovo secolo, che a giudizio di Musil cercano di fuggire dal mondo; è certo che fa parte (in quanto personaggio) del "gruppo degli inetti", che ha come esponenti nella letteratura italiana ad esempio Zeno (protagonista de "La coscienza di Zeno" di Italo Svevo) o nei personaggi di Tozzi. È palese la vuotezza della cosidetta "azione parallela", dove un grande comitato deve decidere con anni di anticipo quel qualcosa di grandioso che l'impero austroungarico dovrà realizzare per celebrare un suo importante anniversario che non potrà mai concretizzarsi; questo perché la data attesa cade dopo la prima guerra mondiale e dunque la dissoluzione dell' impero stesso (Musil inizia a scivere il romanzo nell'immediato dopoguerra nell'ambito della Finis Austriae). Azione parallela è anche la trama esteriore del romanzo che è un accumulo di gesti velleitari e inconcludenti.

L'influenza del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche è evidente: quando Ulrich "desidera" salvare il criminale Moosbrueger è guidato da una filosofia prima che da un senso della realtà, totalmente alienato dal senso comune. Il romanzo, monumentale, vede l'autore non rinunciare mai alla propria onniscienza o inseguire sperimentalismi come quelli provati degli stessi anni dall'irlandese Joyce; Musil dubita della capacità e del senso di una narrazione: l'inizio del romanzo da lui giudicato arbitrario (trattandosi in effetti di un romanzo del Nulla)lo definisce una specie d'Introduzione così come il finale sarebbe stato una specie di Conclusione.

Musil muore prima di concludere il proprio capolavoro mentre Ulrich abbandonava il comitato dell'Azione Parallela, e chiuso in casa con una sorella gemella improvvisamente comparsa, cominciava esistenziali discorsi sull'Amore e il Sentimento sull'ombra di grandi suggestioni come l'ermafroditismo e il viaggio mistico. Il flusso del romanzo sembrava ormai approdato alla palude di una spettacolare immobilità, il tempo era trascorso nel mondo di Musil e dalla Finis Austriae negli ultimi anni di composizione erano già apparsi sulla scena il Nazismo e l'ideologia del Regno Millenario. Il Regno millenario di Ulrich è stasi, "mentalità delle vacanze", paura del vuoto, della morte, distruzione della comunicazione. Il particolare atteggiamento narrativo di Musil che lui stesso definisce del Saggismo contribuisce a rendere questo straordinario libro una vera Bibbia del Nichilismo e dunque del Decadentismo.

Oblomov -  1858 -  Oblomov, un proprietario provinciale che vive a Pietroburgo, è caduto nell'apatia.  Il suo amico d'infanzia Stolz, figlio di un immigrato tedesco in Russia, cerca di sollevarlo da questo stato e lo presenta a una famiglia amica, dove è una giovinetta  Olga, della quale Oblomov s'Innamora.  Anche Olga,  interessatasi di Oblomov attraverso le parole di Stolz prima e attraverso la conoscenza del suo animo poi, se ne innamora o crede d'esserne Innamorata.  L'idillio sembra salvare Oblomov dalla sua terribile propensione all'apatia e all'ozio ma è un'Illusione. poiché egli viene ripreso dal suo male e, invece di sposare Olga, sposa la propria padrona di casa.  Olga a sua volta diventa moglie di Stolz.  

 


Savrasov, La primavera è tornata - 1871


Shishkin, La foresta della Contessa Mondrinova - 1891

La critica

 « La storia del buono e pigro Oblomov, che dorme e se ne sta sdraiato e che nemmeno l'amicizía e l'amore riescono a scuotere e a liberare dall'apatia, non è certo una storia molto importante.  Ma in essa si riflette la vita russa, in essa ci è presentato un tipo russo contemporaneo, vivo, scolpito con un rigore e una sincerità spietati; in essa è detta la nuova parola del nostro sviluppo sociale. Una parola pronunciata con chiarezza e fermezza, senza disperazione e senza puerili illusioni, ma con piena coscienza della verità. 

Questa  parola è l'oblomovismo; esso è la chiave per decifrare numerosi fenomeni della vita russa e dà al romanzo di Goncharov un'importanza assai maggiore di tutta la nostra letteratura smascheratrice. In che cosa consistono i tratti fondamentali dei carattere di Oblomov?  In un'inerzia totale, derivante dalla sua apatia per tutto ciò che accade nel mondo.  La causa della stessa apatia è racchiusa in parte nella sua condizione sociale, di proprietario terriero, in parte nella forma dei suo sviluppo intellettuale e morale. [...] Oblomov non è una natura ottusa, apatica, priva di aspirazioni e sentimenti, ma un uomo che cerca qualcosa nella vita, pensa a qualcosa.  Se non che l'odiosa abitudine di soddisfare i propri desideri non attraverso i suoi sforzi, ma attraverso quelli degli altri, ha sviluppato in lui un'immobilità apatica e lo ha gettato in uno stato pietoso di schiavitù morale. 

 Il motivo è che Oblomov, come signore, non vuole e non sa lavorare e non comprende i suoi effettivi rapporti con il mondo circostante. E' pronto ad agire finché l'attività è un miraggio e rimane lontano dalla realizzaione: così egli elabora un piano di organizzazione della sua proprietà e se ne occupa con zelo; ma i dettagli, i preventivi e le cifre lo atterriscono ed egli li lascia sempre da parte, perché avrà il tempo di sbarazzarsene! 

 La sua pigrizia e apatia sono il risultato dell'educazione e delle circostanze.  L'essenziale qui non è Oblomov, ma l'oblomovismo.  Egli avrebbe potuto forse anche lavorare se avesse trovato un'occupazione di suo gusto; ma perché ciò accadesse avrebbe dovuto svilupparsi in condizioni abbastanza diverse da quelle in cui è stato educato. Nella sua situazione presente non può trovare in nessun luogo il lavoro che lo interessi, perché egli non ha compreso il senso della vita, in generale, e non è riuscito a concepire in modo razionale i suoi rapporti con gli altri uomini"

 

da Nicola Dobroliubou ,Che cos'é l'oblomovismo, Milano 1952  

 

L'incipit del romanzo

 

"Una mattina Il'ja Il'iè Oblomov se ne stava a letto nell'appartamento che occupava in uno di quei casermoni di via Gorochovaja i cui inquilini sarebbero bastati a popolare un intero capoluogo di distretto.

          Il'ja Il'iè era un uomo di circa trentadue-trentatré anni, di statura media, gradevole d'aspetto, con occhi grigio scuro; ma i tratti del volto rivelavano un'assoluta incapacità di determinazione e di concentrazione. Il pensiero volubile trascorreva senza guida sul suo viso, gli svolazzava negli occhi, si arenava fra le labbra semiaperte, si nascondeva fra i solchi della fronte, poi si dileguava di botto, e allora il volto restava rischiarato solo del vago lucore dell'indolenza. Dalla faccia, l'indolenza si propagava a tutto l'atteggiamento del corpo, addirittura alle pieghe della vestaglia.

          Di quando in quando, un'espressione che si sarebbe detta di stanchezza o di noia gli offuscava lo sguardo; ma la stanchezza o la noia non potevano scacciare nemmeno per un momento la mitezza, che era la caratteristica essenziale e dominante non solo del volto, ma di tutta l'anima; e l'anima risplendeva aperta e chiara negli occhi, nel sorriso, in ogni movimento della testa o della mano. Un osservatore distaccato e superficiale, dopo una rapida occhiata a Oblomov, avrebbe potuto dire: «Deve essere un tipo semplice e di buona pasta!». Ma un osservatore più acuto e partecipe, che lo avesse osservato a lungo, si sarebbe forse allontanato sorridendo, immerso in gradevoli meditazioni.

          Il colorito di Il'ja Il'iè non era né roseo, né olivastro, né decisamente pallido, ma smorto; o forse così sembrava perché Oblomov era troppo floscio, per l'età che aveva, a causa della mancanza di moto o di aria, o probabilmente di entrambi. Nell'insieme il suo corpo, a giudicare dal colore scialbo e troppo bianco del collo, delle mani piccole e paffute, delle spalle cascanti, appariva eccessivamente femmineo.

          Anche i suoi movimenti, perfino quando era inquieto, venivano frenati dalla fiacchezza e dalla pigrizia, non priva, nel suo genere, di una certa grazia. Se la nube nera di una preoccupazione saliva dall'anima ad addensarsi sul viso, lo sguardo si offuscava, la fronte si corrugava, e dubbio, afflizione e timore iniziavano il loro girotondo; ma raramente questa inquietudine si coagulava in un'idea precisa, e ancor più raramente si trasformava in un proposito concreto. Tutta l'inquietudine si risolveva in un sospiro e si estingueva nell'apatia o nella sonnolenza.

          Come armonizzava l'abito da casa con i tratti sereni del volto di Oblomov e con la mollezza del suo corpo! Indossava una vestaglia di stoffa persiana, una autentica gabbana all'orientale, senza nulla di europeo, senza nappe, senza velluto, senza vita, tanto ampia che Oblomov ci si poteva avvolgere dentro due volte. Le maniche, secondo l'immutabile moda asiatica, andavano allargandosi dalle dita alle spalle. Malgrado avesse perduto l'originale freschezza, e la prima, naturale lucentezza fosse stata soppiantata qua e là da un lustro d'altro genere, determinato dall'uso, la gabbana conservava pur sempre la vivacità dei colori orientali e la solidità del tessuto.

          Agli occhi di Oblomov, quella gabbana aveva un mucchio di pregi inestimabili: era morbida, adattabile; non te la sentivi addosso; e si sottometteva al più piccolo movimento del corpo come un docile schiavo.

          Oblomov girava sempre per casa senza cravatta e senza panciotto, perché gli piacevano la libertà e la comodità. Le sue pantofole erano lunghe, morbide e larghe: cosicché i piedi, quando egli scendeva dal letto senza nemmeno guardare dove li mettesse, andavano immediatamente a infilarvisi dentro.

          Per Il'ja Il'iè la posizione orizzontale non era una necessità, come per un malato o per chi desideri dormire, né un fatto accidentale provocato dalla stanchezza, né un piacere da individuo pigro: era il suo stato normale. Quando era a casa - ed era quasi sempre a casa - se ne stava sempre coricato, e sempre nella stessa camera dove lo abbiamo trovato, che gli serviva da stanza da letto, da studio e da salotto. Aveva altre tre camere, ma ci entrava di rado, magari al mattino, e anche questo non tutti i giorni, ma solo quando gli rassettavano lo studio, il che non capitava spesso. In quelle stanze i mobili erano coperti con le fodere e le tende abbassate.

          A prima vista, la camera in cui Il'ja Il'iè se ne stava sdraiato sembrava molto ben arredata. C'erano uno scrittoio di mogano, due divani ricoperti di seta, bei paraventi su cui erano ricamati uccelli e fiori mai visti in natura. E c'erano tendaggi di seta, tappeti, alcuni quadri, bronzi, porcellane e un'infinità di graziosi ninnoli.

          Ma l'occhio esercitato di una persona di buon gusto avrebbe scorto in quell'insieme nulla più che il desiderio di mantenere alla meno peggio il decorum imposto dalle convenienze, pur di levarsi il pensiero. Senza dubbio, solo questa era stata la cura di Oblomov al momento di arredare lo studio. Un padrone di casa dal gusto raffinato non si sarebbe contentato di quelle sedie di mogano pesanti e sgraziate, di quegli scaffali traballanti. Lo schienale di un divano aveva ceduto, e il legno si era scollato in parecchi punti.

Quadri, vasi e ninnoli erano nelle identiche condizioni.


Lo stesso padrone, peraltro, guardava l'arredamento del suo studio con occhio freddo e indifferente, come a chiedersi: «Chi ha trascinato e ammucchiato qui tutta questa roba?». Forse perché Oblomov considerava i suoi beni con tanto distacco, e forse perché il suo servitore Zachar li considerava con un distacco ancor maggiore, l'aspetto dello studio, a guardarlo con più attenzione, colpiva per il disordine e la trascuratezza.

          Ragnatele cariche di polvere pendevano a guisa di festoni dalle pareti, vicino ai quadri; gli specchi erano tanto polverosi che, invece di riflettere gli oggetti, avrebbero potuto servire come tavolette su cui annotare le cose da non dimenticare. I tappeti erano pieni di macchie. Sul divano era abbandonato un asciugamano; al mattino era un caso raro non trovare sul tavolo, non sparecchiato la sera prima, il piatto, la saliera, un osso rosicchiato e briciole di pane un po' dovunque.

          Se non fosse stato per questo piatto e per la pipa ancora calda posata sul letto, e per lo stesso padrone che stava dentro il letto, si sarebbe potuto pensare che in quella casa non vivesse nessuno, tanto le cose erano polverose, scolorite e non lasciavano intuire una sola traccia di presenza umana. E vero che sugli scaffali c'erano due o tre libri aperti e un giornale spiegazzato e che sullo scrittoio c'era il calamaio con le penne; ma le pagine a cui i libri erano aperti erano velate di polvere e ingiallite: prova evidente, che i volumi erano stati buttati lì da un pezzo; il giornale era dell'anno prima e, se si fosse intinta la penna nel calamaio, forse ne sarebbe uscita solo una mosca ronzante di paura..."

 

Il Bovarismo di Flaubert
di Sabina Marchesi
Madame Bovary, Gustave Flaubert, 1856

Gustave Flaubert con il suo Madame Bovary apre le porte a un nuovo filone letterario, a metà precisa tra l’espressione dell’autore onnisciente di Alessandro Manzoni e il flusso di coscienza interiore di James Joyce.

Madame Bovary è forse il personaggio letterario meglio riuscito di tutta la storia della narrazione. Dotato di caratteristiche tridimensionali la sua essenza ci viene riportata indirettamente, il suo monologo interiore, le sue crisi, le sue sensazioni affiorano da tutti i dettagli, dal portamento, dai gesti, perfino dalle caratteristiche del paesaggio circostante.

Emma Bovary vive tra le pagine e il suo autore si immedesima in lei a tal punto da dichiarare “Madame Bovary c'est moi”, affermazione certo non da poco per un autore del suo tempo.
 
Non a caso infatti questa creatura fragile e inquieta permea l’opera a tal punto da meritare come in Anna Karenina, Moll Flanders, Manon Lescaut, e altri capolavori imperituri della letteratura, il titolo del romanzo.


Madame Bovary in una raffigurazione dell'epoca

Madame Bovary ha la caratteristica di invadere tutte le pagine della narrazione, comprese quelle in cui non è presente, la sua emanazione comunque si sente sempre, quando sta per arrivare, e quando è già andata via. La sua famiglia sarà distrutta a causa delle sue sconsiderate azioni, eppure essi l’ameranno fino all’ultima malinconica pagina, così sruggente nella sua compostezza.
 
Nessuno osa condannarla, anche se non l’hanno mai capita.
 
Perché Emma è l’incarnazione stessa del malessere del nostro tempo, allora appena annunciato, e oggi sempre più dilagante.
 
Le laceranti contraddizioni tra quello che si possiede e quello che si anela, tra la semplicità della vita quotidiana e gli spasmi violenti della passione, la tendenza tanto precipua dell’animo umano di idealizzare e romanzare gli aspetti banali della propria esistenza, elevandoli verso vette di piacere, autoesaltazione e gloria, assai poco corrispondenti all’atto pratico.
 
Il Bovarismo, così appena accennato agli inizi del XIX secolo, ha preso oggi materialmente piede, in quella disincantata espressione dello snobismo che ci circonda, del congestionato consumismo, che ci porta a desiderare sempre qualcosa di più e qualcosa di meglio di quel che si possiede, condannando l’uomo all’infelicità perpetua, perso nel desiderio costante dell’irrealizzabile e dell’impossibile.
 

Così è Emma, che nel tentativo spasmodico di elevarsi socialmente ed economicamente, di raggiungere vette di amore sublime, mai corrisposte, e di vivere costantemente in quella esaltazione isterica che le è propria, spende la propria intera vita fino al consumarsi della tragedia finale, disperdendo al vento quel che è rimasto dei suoi affetti familiari e dei suoi cari.
 
Eppure non c’è nessuno, nemmeno l’autore, che si senta di condannarla, perché ella è espressione della straordinaria fragilità tipica dell’animo umano, più presente in certi soggetti che in altri, ma sempre terribilmente conosciuta e diagnosticata come una malattia inguaribile, se e quando colpiti, capace di consumarti e di distruggerti senza cure o rimedi possibili.
 
Vediamo dunque Emma, con una lettera stretta convulsamente in mano, che osserva l’infrangersi di tutte le sue speranze, librandosi sul ciglio di un abbaino, sospesa verso il vuoto, protesa verso la morte, fermarsi a un soffio appena dal suicidio, perché il marito la chiama, la domestica la cerca, “la minestra è in tavola”. 
 
Non c’è forse un altro passo in tutta la straordinaria opera di Flaubert capace di sintetizzare meglio la straordinaria capacità di questo autore così “moderno” di contestualizzare le emozioni del protagonista attraverso una semplice descrizione oggettiva.
 


Gustave Flaubert

Stile e sentimento al servizio della narrazione, in quest’opera immortale del grande Flaubert, dove l’autore si districa in uno stile narrativo inconsueto, transando continuamente tra le descrizioni oggettive e le focalizzazioni interiori, che da sole descrivono il personaggio, il tutto riportato in uno stile indiretto in terza persona che invece di distaccare, travolge il lettore dentro la scena. 
 
Nei paragrafi di Flaubert è lo stesso paesaggio circostante a parlarci dei sentimenti, sono le condizioni atmosferiche che decidono il mutarsi dei comportamenti, è il succedersi dei dettagli che sancisce il ritmo della disperazione e del dolore. L’autore non narra, non riassume, non racconta, egli “mostra”. Flaubert ci prende per mano e ci conduce verso Emma, ci dice una sola parola “guarda”, e in quell’atto è compreso tutto. Noi vediamo Madame Bovary, sentiamo il suo dolore, la sua ansia, la sua disperazione folle, comprendiamo la genesi e l’epilogo della sua condanna, entriamo dentro di lei e di lei conosciamo il carattere, il coraggio, la follia, l’esaltazione, e la finale quieta, ma sempre indomita rassegnazione, di chi sa che ormai tutto è finito.
 
“Di fronte, sopra i tetti, la piena campagna si stendeva a perdita d'occhio. In basso, sotto di lei, la piazza del paese era vuota, le pietre del marciapiede brillavano, i segnavento delle case stavano immobili; all'angolo della strada, da un piano inferiore partì una sorta di ronzio a modulazioni stridenti. Era Binet che girava la ruota.


Una pagina autografa dell'opera di Flaubert

Essa si era appoggiata contro la cornice della finestra della mansarda e rileggeva la lettera con degli sghignazzamenti di rabbia. Ma più ci si fissava, più le sue idee si confondevano. Lo rivedeva, lo risentiva, lo riabbracciava tutto; e i battiti del cuore, che la colpivano sotto il petto come dei grandi colpi di ariete, acceleravano uno dopo l'altro, a intermittenza irregolare. Essa gettava lo sguardo intorno a sé con il desiderio che la terra crollasse ai suoi piedi. Perché non farla finita? Chi mai la tratteneva? Era libera. E avanzò di un passo, guardò il pavimento dicendosi:

— Su! Su!

Il raggio luminoso che saliva direttamente dal piano inferiore tirava verso l'abisso il peso del suo corpo. Le sembrava che il suolo, nella piazza, oscillando si alzava lungo le mura, e che il pavimento si inclinasse in fondo, come un veliero che beccheggia. Essa rimaneva sull'orlo, quasi sospesa, attorniata da uno spazio enorme. L'azzurro del cielo invadeva la sua persona, l'aria circolava all'interno della sua testa vuota, non le restava che cedere, che lasciarsi prendere; e il ronzio della ruota non finiva, come una voce furiosa che la chiamava.

— Moglie mia! Moglie mia! gridò Charles.

Essa si fermò.

— Dove sei? Vieni!

L'idea che veniva di scampare alla morte rischiò di farla svenire dal terrore; chiuse gli occhi; poi rabbrividì al contatto di una mano sulla sua manica: era Félicité.

— Il signore la aspetta, signora; la minestra è in tavola.”
 
Vediamo come una narrazione in terza persona, spassionata e impersonale, distaccata e razionale ci mostri attraverso le sole descrizioni, i rumori e i gesti, le condizioni interiori  del personaggio. Non un solo pensiero ci viene riportato direttamente, tutto filtra, come in un caleidoscopio, attraverso le mille luci della ribalta, perché in quel momento, sola sopra il vuoto, sospesa sul davanzale della mansarda, Emma è nel suo palcoscenico, e sta per chiudere la scena.
 

I rumori che giungono dall’esterno, la vita che scorre fuori, nella piazza del villaggio, sotto di lei, nel vuoto che la separa dall’annullamento, le quotidiane attività familiari dentro casa, il marito che la chiama, la minestra che è in tavola, la domestica che sale a cercarla, tutto questo riflette contro Emma e come in un gioco di specchi ci riporta l’immagine tridimensionale delle sue sensazioni, della sua fragilità, della presa di coscienza del suo completo fallimento.
 
Emma ha scoperto che il mondo non era quello che lei sognava, che la realtà non era l’apparenza, che i voli pindarici non l’hanno portata dove voleva, ma anzi le hanno sottratto anche quel poco o tanto che aveva, e che non sapeva apprezzare.
 
Ma naturalmente è troppo tardi, e il Romanticismo Nero di Flaubert si tinge di foschia nell’epilogo goticheggiante da tragedia epica.
 
Sola nello spazio e nel tempo, sospesa sopra il nulla della sua esistenza, incapace di comunicare con la realtà circostante, la protagonista in questa scena magistrale si libra a mezz’aria, tra il concreto pragmatismo del villaggio, la quiete degli affetti familiari, e il ripetersi quieto e monotone delle attivitià quotidiane.
 


Isabelle Huppert nel ruolo di Madame Bovary

Così sta per morire, Madame Bovary, sola e incompresa, in questo mondo parallelo che non l’ha toccata, mentre il segno del suo passaggio rimane indelebile nelle vite di quelli che l’hanno conosciuta e, anche se per poco, profondamente amata.
 
E non sarà un piatto di minestra, questa volta, a fermarla.

postato da: quinoa alle ore 09:32 | Permalink | commenti
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giovedì, 30 marzo 2006

"Luisa pensa che la sicurezza è tutta nelle risposte che uno riesce a dare alle proprie domande:

nella rapidità con cui può farlo, nei margini di dubbio che rimangono..."

 Van Gogh Vincent - Starry Night

 

 

Soggetti e temi ricorrenti nelle opere di Vincent van Gogh.
Sei versioni degli Uliveti (1889)

 

 

 

Vincent van Gogh, "Uliveto", 1889, Rijksmuseum Kröller-Müller, Otterlo

Vincent van Gogh
Uliveto
1889
Rijksmuseum
Kröller-Müller
Otterlo

 

 

 

Vincent van Gogh, "Olive Orchard (Uliveto)", 1889, The Nelson-Atkins Museum of Art, Kansas City (MO)

Vincent van Gogh
Olive Orchard
(Uliveto)

1889
Nelson-Atkins
Museum of Art
Kansas City (MO)

 

 

 

Vincent van Gogh, "Olive Orchard (Uliveto)", 1889, National Gallery of Art, Washington (DC)

Vincent van Gogh
Olive Orchard
(Uliveto)

1889
National Gallery of Art
Washington  (DC)

 

 

 

Vincent van Gogh, "Olive Trees with the Alpilles in the Background (Ulivi con le Alpilles sullo sfondo)", 1889, Museum of Modern Art (MoMA), New York

Vincent van Gogh
Olive Trees with the Alpilles
in the Background
(Ulivi con le Alpilles
sullo sfondo)

1889
Museum of Modern Art
New York

 

 

 

Vincent van Gogh, "Uliveto", 1889, Van Gogh Museum, Amsterdam

Vincent van Gogh
Uliveto
1889
Van Gogh Museum
Amsterdam

 

 

 

Vincent van Gogh, "Olive Trees with Yellow Sky and Sun (Ulivi con cielo giallo e sole)", 1889, The Minneapolis Institute of Arts (MIA), Minneapolis (MN)

Vincent van Gogh
Olive Trees with
Yellow Sky and Sun
(Ulivi con
cielo giallo e sole)

1889
Minneapolis
Institute of Arts
Minneapolis

 

 

 

 

 

 

Vincent van Gogh, "Le semeur au coucher du soleil (Seminatore al tramonto)", 1888, Stiftung Sammlung E.G. Bührle, Zurigo (Zürich)

Vincent van Gogh
Le semeur
au coucher du soleil
(Seminatore
al tramonto)

1888
Stiftung Sammlung
E.G. Bührle
Zurigo

 

 

 

Vincent van Gogh, "Le semeur au coucher du soleil (Seminatore al tramonto)", 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam

Vincent van Gogh
Le semeur
au coucher du soleil
(Seminatore al tramonto)

1888
Van Gogh Museum
Amsterdam

 

 

 

Vincent van Gogh, "Aardappeleters (Mangiatori di patate)", 1885, Rijksmuseum Kröller-Müller, Otterlo

Vincent van Gogh
Aardappeleters
(Mangiatori di patate)

1885
Rijksmuseum
Kröller-Müller
Otterlo

 

 

 

Vincent van Gogh, "Aardappeleters (Mangiatori di patate)", 1885, Van Gogh Museum, Amsterdam

Vincent van Gogh
Aardappeleters
(Mangiatori di patate)

1885
Van Gogh Museum
Amsterdam

  

 

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giovedì, 30 marzo 2006

                                                        “Tu chiedi, Lesbia, quanti baci tuoi

per me siano abbastanza e troppi.

 

Quanti sono i granelli di sabbia sulle spiagge di Libia […]

 

O quante le infinite stelle, nella silente notte,

 

spiano degli uomini gli amori segreti,

 

di tanti baci ti baciare devi

 

perché per l’invasato Catullo siano abbastanza e troppi,

 

e che ai guardoni non sia lecito contarli

 

e lanciare malefici male lingue”

 

 

 

(CATULLO, 7)

 

 

 

“ Viviamo, Lesbia, facciamo all’amore,

 

lascia che i vecchi seriosi sbavino

 

tutti quei loro discorsi da un soldo.

 

Il sole tramonta, ma dopo torna:

 

noi, una volta spento il lume,

 

un’unica eterna notte ci addormenta.

 

Dammi mille baci, poi cento,

 

ancora mille, ed altri cento,

 

ancora altri mille, e dopo cento.

 

Infine, giunti a tante migliaia,

 

ne faremo un dolce guazzabuglio,

 

per non contarli più, o uno scalogno non possa invidiarci

 

sapendo quanti mai sono i baci”.

 

 

 

(CATULLO, 5)

 

 

 

 

 

“ Odio e amo. Forse mi chiederai come sia possibile;

 

non so, ma è proprio così, e mi tormento”.

 

 

 

(CATULLO, 85)

 

 

 

 

 

 

 

“Non indagare (non si può), Leucònoe,

 

la nostra sorte, lascia stare i calcoli

 

babilonesi, accetta quel che capita,

 

che tu viva altri inverni o che sia l’ultimo

 

 

 

questo che fiacca il mare contro gli argini.

 

Sii saggia, pensa a bere e non illuderti.

 

Mentre parliamo il tempo ingordo scivola:

 

carpe diem e del domani infischiati”

 

 

 

(ORAZIO, Odi, XI)

 

 

 

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giovedì, 30 marzo 2006

L'arco

di Kim Ki-duk


Jeon Sung-hwanDopo la meritata ovazione veneziana per "Ferro 3", Kim Ki-duk si presenta per la prima volta al Festival di Cannes con quello che è forse il suo film meno riuscito. Perfettamente inserito nella corrente stilistica che ha caratterizzato le opere più recenti del quarantacinquenne regista coreano, "L'arco" ha in realtà l'unico difetto di arrivare dopo gli altri suoi 11 film. Kim fa soprattutto l'errore di non provare a staccarsi da quanto ci ha già raccontato in passato, finendo per citare se stesso in più d'una occasione e creando pochissime scene davvero riuscite (quella del cappio è la migliore).

Il regista Kim Ki-dukUn uomo di oltre sessant'anni vive su una barca in mezzo al mare con una ragazzina di 16, che non vede la terraferma da quando ne aveva 10 - da quando cioè l'uomo l'ha trovata e presa con sé. L'idea del vecchio è quella di sposare la ragazza il giorno del suo diciassettesimo compleanno, ma è difficile tenere lontani da lei gli uomini che usano la sua barca per fare pesca d'altura. Quando è però la ragazza a provare interesse nei confronti di un giovane pescatore, l'ossessione del vecchio per lei diviene davvero esagerata...

Poche parole - come sempre nel cinema di Kim Ki-duk; molta musica - e molto bella anche se invadente; tanti silenzi. Ma manca la poesia, stavolta. L'intreccio è troppo labile e i personaggi troppo poco approfonditi per poter reggere lo stile con cui il film è girato e i momenti che non convincono sono diversi (compreso il brutto finale).
Certo non un film disprezzabile, ma una pellicola che non riesce a lasciar nulla agli spettatori che già conoscono l'opera del regista.


Percorsi tematici

Ferro 3 - La casa vuota W O W - di Kim Ki-duk; con Jae Hee, Lee Seung-yeon.
Indirizzo sconosciuto - di Kim Ki-duk; con Yang Dong-kun, Kim Young-min, Ban Min-yung.
L'Isola - Seom - di Kim Ki-duk; con Jung Suh, Kim Yoo-Suk.
Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera - di Kim Ki-Duk; con Oh Yeong-su, Kim Ki-duk.
La Samaritana - di Kim Ki-duk; con Kwak Ji-min, Lee Uhl, Seo Min-jung.


La locandinaTitolo: L'arco (Hwal)
Regia: Kim Ki-duk
Sceneggiatura: Kim Ki-duk
Fotografia: Jang Seung-baek
Interpreti: Han Yeo-reum, Jeon Sung-hwan, Seo Ji-seok
Nazionalità: Corea del Sud, 2005
Durata: 1h. 30'

La Samaritana

di Kim Ki-Duk


Seo Min-jung e Kwak Ji-min in una scenaYeo-jin e Jae-young sono due studentesse del liceo che sognano di fuggire da Seul per andare in Europa. Per mettere insieme i soldi necessari a comprare i biglietti dell'aereo, le due si sono organizzate bene: Jae-young si prostituisce, mentre Yeo-jin le trova i clienti e fissa gli appuntamenti. Essendo però le ragazze minorenni, devono stare attente ai controlli della polizia nel motel in cui Jae-young incontra gli uomini. Un giorno Yeo-jin si distrae dalla guardia che sta facendo all'ingresso del motel e Jae-young non fa in tempo a scappare prima che due agenti entrino nella sua stanza...

Lee Uhl con Kwak Ji-min sullo sfondoDiviso in tre capitoli - che narrano le tre diverse "età" che Yeo-jin attraversa - il film è pienamente convincente solo nell'episodio di mezzo, quello che da il titolo alla pellicola. E' quello l'unico momento in cui Kim Ki-duk ritrova quella vena dura e cattiva che ha contraddistinto le sue prime otto regie. Senza eccedere in momenti grafici e usando la giusta quantità di parole, Kim Ki-duk ci racconta con grande efficacia la disperazione di un padre per le azioni della figlia. Prima, però, quello che ci viene mostrato appare pretestuoso e poco ispirato, mentre ciò che avviene nel terzo capitolo è poco bilanciato nel suo voler essere poetico. Ma "La Samaritana" è pienamente un film di Kim Ki-duk, seppur diviso tra le due anime del regista coreano. Proprio per questo, però, è difficile possa soddisfare davvero chi conosce entrambe queste anime, soprattutto se si apprezza maggiormente quella sporca e cattiva.

 

LA DOPPIA VITA DI VERONICA

Anno

1991

Titolo originale

LA DOUBLE VIE DE VERONIQUE

Durata

100

Origine

FRANCIA

Colore

C

Genere

DRAMMATICO

Formato

PANORAMICA

Produzione

SIDERAL PRODUCTIONS, PARIGI - TOR PRODUCTION, VARSAVIA - NORSK FILM, NORVEGIA

Distribuzione

MIKADO FILM (1991) - PENTAVIDEO, CECCHI GORI HOME VIDEO

Regia

KRZYSZTOF  KIESLOWSKI      

Attori

IRENE  JACOB      VERONIQUE/VERONIKA
PHILIPPE  VOLTER      ALEXANDRE FABBRI
CLAUDE  DUNETON      PADRE DI VERONIQUE
SANDRINE  DUMAS      CATHERINE
LOUIS  DUCREUX      IL PROFESSORE
ALEKSANDER  BARDINI      IL DIRETTORE D'ORCHESTRA
PHILIPPE  CAMPOS      NICOLE PINAUD
THIERRY  DE CARBONNIERES      IL PROFESSORE
GUILLAUME  DE TONQUEDEC      SERGE
LORRAINE  EVANOFF      CLAUDE
ALAIN  FREROT      POSTINO
GILLES  GASTON DREYFUS      JEAN-PIERRE
HALINA  GRYGLASZWSKA      LA ZIA
JERZY  GUDEJKO      ANTEK
YOUSSEF  HAMID      FERROVIERE
KALINA  JEDRUSIK      DONNA VARIOPINTA
WLADYSLAW  KOWALSKI      PADRE DI VERONIKA
WANDA  KRUSZEWSKA      LUCYNA ZABAWA
PAULINE  MONIER      BERNADETTA KUS
CHANTAL  NEUWIRTH      RECEPTIONISTA
JACQUES  POTIN      UOMO CON CAPPOTTO GRIGIO
NAUSICAA  RAMPONY      NICOLE
BOGUSLAWA  SCHUBERT      DONNA COL CAPPELLO
JAN  STERNINSKI      L'AVVOCATO
DOMINIKA  SZADY      BATA MALCZEWSKA
JACEK  WOJCICKI      BARBARA SZALAPA

Soggetto

KRZYSZTOF  KIESLOWSKI
KRZYSZTOF  PIESIEWICZ

Sceneggiatura

KRZYSZTOF  KIESLOWSKI
KRZYSZTOF  PIESIEWICZ

Fotografia

SLAWOMIR  IDZIAK

Musiche

ZBIGNIEW  PREISNER

Montaggio

JACQUES  WITTA

Scenografia

PATRICE  MERCIER

Trama

Due ragazze molto belle, che non si conoscono e vivono lontane, una, Veronika, a Cracovia, l'altra, Véronique, a Parigi, si somigliano come fossero gemelle, e studiano canto ambedue. Senza saperlo, Véronique, recatasi a Cracovia per un viaggio di studenti, ha fotografato da lontano Veronika fra altri giovani. Veronika ha un legame amoroso con un giovanotto, ma la sua vera passione è la musica, perciò, nonostante intuisca la gravità della malattia che le provoca forti dolori al petto ogni volta che con la sua splendida voce raggiunge note particolarmente acute, continua a studiare canto, vince un importante concorso e viene scelta come solista per un grande concerto in teatro. Qui, mentre canta una melodia triste e suggestiva, composta da un antico maestro, davanti ad un pubblico entusiasta, la giovane cade a terra morta. In quello stesso momento Vèronique, che stava vivendo a Parigi un felice incontro d'amore, prova improvvisamente una profonda tristezza, come se le fosse accaduta una sciagura, ode dentro di sè la melodia che Veronika stava cantando, e rinuncia improvvisamente a diventare cantante, dedicandosi invece all'insegnamento della musica in una scuola. Qui incontra un giovane e sensibile artista, Alexandre Fabbri, che è un raffinato marionettista e ha scritto molti poetici racconti per bambini; quel giorno egli rappresenta per i piccoli allievi la storia di una ballerina che, rottasi una gamba, diventa una farfalla. In seguito, dopo che Alexandre le ha inviato molti strani messaggi, Véronique risponde al suo appello e si lega a lui con un profondo legame. Un giorno egli scopre fra le foto fatte a Cracovia da Vèronique quella in cui appare Veronika, e la mostra alla sua innamorata, credendo che ritragga lei. Con grande turbamento, Véronique vede così, finalmente, "l'altra", tanto uguale a lei, e della quale ha sempre indovinato l'esistenza, in modo che spesso le è sembrato di vivere contemporaneamente in due posti diversi.

Critica

"Il film intreccia cabala e riferimenti filosofici, razionalità e surrealismo in un gioco finissimo ed elegante, seducente e reso ancor più suggestivo dalla sofisticata fotografia. Un film sussurrato, suggerito, che meriterebbe di essere visto e rivisto." (Enzo Natta, Famiglia Cristiana)

"Molti i temi affrontati, con esercizio acrobatico di alto virtuosismo. Né si fa fatica ad enumerarli, poiché l'inconscio, la difficoltà di comunicare, la Morte e l'impero del Caso sono ben presenti nel film. L'esistenza dell' 'altro', del sosia o doppio (motivo di per sé non nuovo) appare in fondo, più che una coincidenza poiché determina una sensazione di disagio per essere separati da un gemello, nato altrove e altrove radicato, morto o vivente che sia. Da qui impressioni, premonizioni e legami oscuri, che la sola ragione non riesce ad afferrare, ma che la vita si incarica di fare uscire a sorpresa dal 'grande bussolotto' in cui sta rinchiusa l'Umanità. Nell'ombra, un burattinaio (che qui potrebbe essere il creativo Alexandre) che stende la trama e tira i fili, perché durante le spettacolo, dice lui, "una ballerina può sciuparsi e la sua gemella è indispensabile". (...) Difficile non soggiacere al fascino del film e altrettanto difficile decifrarne ogni dettaglio, perché la simbologia è permanente fino all'ossessione, talché a volte il film si chiude nell'ermetismo più assurdo.(...) La chiave di lettura del lavoro può riconoscersi con fondamento nella breve frase del burattinaio, a riguardo delle due marionette che gli sono necessarie: quella che da farfalla iridescente torna nel buio del Mistero e l'altra che è condannata a portare comunque a termine lo spettacolo della Vita." (Segnalazioni cinematografiche, vol 112, 1991)

Note

IRENE JACOB HA VINTO AL FESTIVAL DI CANNES 1991 IL PREMIO PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE FEMMINILE.

 

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giovedì, 30 marzo 2006
Crocodile
Wild Animals
Birdcage Inn
The Isle
Real Fiction
Address Unknown
Bad Guy
The Coast Guard
Samaritan Girl
Distribuito da Mikado
Sinossi
 


Sinossi ridotta

Primavera: un piccolo monaco per capriccio lega pietre sulla schiena di una rana. Estate: il monaco, divenuto adolescente, si innamora di una ragazza giunta al monastero per rimettersi da una malattia. Autunno: il monaco, ormai uomo, ritorna al tempio dopo aver compiuto un omicidio. Autunno: il monaco, ora nella sua piena maturità, si ritira su di una montagna innevata per imparare le arti del buddismo. Ancora Primavera: il monaco cresce un bambino nella pace del tempio. Il cerchio della vita continua.

 

Sinossi estesa

PRIMAVERA
Le porte in legno di un cancello si aprono su un piccolo monastero buddista galleggiante sulla quieta superficie di un lago artificiale tra le montagne. I soli abitanti del monastero sono un vecchio monaco e un bambino suo allievo. Mentre esplora il mondo intorno al monastero, il monaco bambino si abbandona alle capricciose crudeltà tipiche della fanciullezza: dopo avere legato pietre a un pesce, una rana e un serpente, il piccolo monaco si sveglia un giorno con una grossa pietra che il vecchio monaco gli ha legato addosso. Con pacatezza il vecchio gli ordina di liberare gli animali e lo ammonisce: "se anche una sola delle creature che hai torturato è morta, sarai condannato a portare nel cuore un peso per il resto della tua vita".

ESTATE
Le porte si aprono di nuovo. Il monaco ora ha 17 anni. Una donna affida la giovane figlia bisognosa di cure al monastero. "Quando troverà la pace nell'anima", dice il vecchio monaco alla madre, "il suo corpo tornerà in salute". La ragazza è attratta del monaco adolescente e il rapporto fra i due culmina in un appassionato amplesso. Dopo un furtivo convegno amoroso sulla barca a remi del monastero, i giovani amanti sono scoperti dal vecchio monaco. La ragazza, ora guarita, viene rimandata dalla madre. Il ragazzo, innamorato, abbandona il monastero per seguirla.

AUTUNNO
Dopo una lunga assenza dal monastero il monaco, ormai trentenne, vi fa ritorno dopo aver commesso un terribile crimine, spinto dalla gelosia. Quando il giovane monaco, furente di rabbia e di dolore, tenta di espiare la sua colpa infliggendosi pene severe, il vecchio monaco gli insegna ad incidere il sutra buddista Pranja Paramita sul pontile in legno del tempio per trovare la pace nel suo cuore. Due poliziotti arrivano al monastero per arrestare il giovane monaco, ma grazie alle intercessioni del vecchio lasciano che il giovane continui ad incidere il sutra. Quando il monaco giovane, esausto per la lunga fatica, perde i sensi, i due poliziotti finiscono di decorare le incisioni prima di arrestarlo. Di nuovo solo, il vecchio monaco si prepara a morire.

INVERNO
Le porte si aprono sul lago gelato e sul monastero in abbandono. Il monaco, ormai uomo, vi fa nuovamente ritorno per allenarsi nella penultima stagione del suo ciclico viaggio spirituale. Una donna con il viso coperto da un velo giunge al tempio e affida un bambino alle cure del monaco. Il monaco intraprende un pellegrinaggio e si ritira su di una delle montagne innevate attorno al lago per imparare le arti del buddismo.

... E ANCORA PRIMAVERA
Ancora una volta le porte del tempio si aprono su una bella giornata di primavera. Ancora una volta un vecchio monaco cresce un bambino nella pace del tempio...

 

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mercoledì, 29 marzo 2006

La Damigella d'Onore
Scheda

Recensione del : 01 10 2005
Regia: Claude Chabrol
Soggetto: Ruth Rendell (Il Pugnale di Vetro)
Sceneggiatura: Claude Chabrol, Pierre Leccia
Titolo italiano : La Damigella d'Onore
Titolo Originale : La Demoiselle d'Honneur
Durata: 111 min.
Nazionalità: Francia, Germania, Italia
Anno: 2004
Produzione: Alicéléo, Canal Diffusion, France 2 Cinéma,Integral Film GmbH
Distribuzione: BIM Distribuzione
Cast: Benoît Magimel
Laura Smet
Aurore Clément
Solène Bouton
Anna Mihalcea
Genere: Drammatico - Psicologico
Link interessanti : 1: Il sito ufficiale francese
2: Il sito italiano
 
 
 
Folie à Deux?
di
Fabrizio Ferrero

Ci sono film che al momento della visione non ci colpiscono immediatamente, o meglio, non depositano con fare compiaciuto i loro segreti in grembo allo spettatore aggiungendo una pacca sulla spalla ed un ammiccamento, ma insinuano una specie di virus benefico che, lasciato sedimentare e attecchire fa in modo che ci si sbarazzi di alcune perplessità che durante la visone non ci permettevano di lasciarci permeare dalle inquietudini profonde che ci aggredivano subdolamente. Alcuni lavori si travestono in questo modo e ci lasciano solo una pasta fredda e insipida e straordinariamente avara; di altri film, dopo un paio di giorni di ruminazione, si sente la mancanza. La Damigella d’Onore fortunatamente appartiene alla seconda categoria.
Presentato fuori concorso a Venezia l’anno scorso, il film pare essere un’impresa familiare che vede due figli, una moglie ed una figlioccia di Chabrol all’opera; la nota è particolare se teniamo conto del fatto che il regista, ad ogni film ormai, smantella le strutture ed i meccanismi familiari perversi a piè sospinto, come nel caso di Les Fleurs du Mal  ad esempio.
Philippe, giovane agente di commercio, vive con la madre e le due sorelle alla periferia di Nantes. Al matrimonio della maggiore conosce Senta, damigella nonché cugina dello sposo: è amore a prima vista per entrambi, ma non esattamente un amore idillico come prevederebbero le circostanze dell’incontro.
Philippe è un bambino cresciuto, pare che non abbia alcuna intenzione di separarsi dalla madre e dalle sorelle e non avverte ciò che chiunque non esiterebbe a definire come una soffocante reclusione fra buone cose di pessimo gusto, una cameretta quasi da teen-ager, tappezzerie a fiorellini, televisione, paesaggi di periferia middle-class (francesizzazione di certi paesaggi londinesi del romanzo di Ruth Rendell) e clienti della madre che, per arrotondare fa la coiffeuse a domicilio. L’altra parte della sua vita, che è rappresentata dal lavoro e null’altro, è occupata dal suo capo e dall’attività di vendita di articoli termosanitari. Il rapporto con la madre è pericolosamente al limite di qualcosa che sembra un incesto platonico o forse leggermente di più, ed è l’unico rapporto che nell’ambito della famiglia è chiaramente delineato: non si riesce ad afferrare se Philippe si consideri un coetaneo delle sue sorelle minori, forse piuttosto assente, ma che a volte abbozza goffamente un atteggiamento da fratello maggiore. L’unica cosa che sembra un tramite feticistico, provvisorio e inadeguato verso l’autonomia sentimentale ed erotica di Philippe è una testa femminile di statua verso la quale egli nutre un particolare amore: la ruba dopo che era stata regalata dalla madre ad un suo spasimante – lampo (chiaro che lei sa), la tiene nel letto quasi come fosse un incrocio fra un orsacchiotto ed un’amante o una bambola gonfiabile, la nasconde nell’armadio durante il giorno e questa pratica prosegue anche quando la storia con Senta inizia in modo fulmineo e appassionato.
Senta ha il modo di fare di una fata postmoderna, disinibita, passionale, ma allo stesso tempo è un’apparizione fuggevole, infantile, delicata e inquieta/inquietante. Vive in un antro: una cantina seminterrata di una casa padronale in semi-decadenza abitata esclusivamente da sua madre, che incessantemente danza in compagnia di un uomo più giovane di lei. Senta dice di essere “attore”, racconta strane storie sul suo passato, considera l’omicidio come atto di dimostrazione d’amore assoluto e stordisce completamente Philippe, ne recide i multipli cordoni ombelicali, ne sconvolge lo stile di vita e riesce quasi a rovesciarne ogni riferimento etico. La sensazione però è che Senta non esista affatto: come Anna in Birth  probabilmente creava di sana pianta  un bambino amante come reincarnazione del marito morto, così si direbbe che Philippe dia sostanza ad una fantasia adolescenziale che lo traghetti in un mondo di rapporti maturi al di fuori della gabbia familiare, verso una concreta definizione di sé nel mondo.
Chabrol si avvale di una freddezza quasi scientifica, documentaristica ma dal tocco delicato, nel raccontare una storia che cela elementi di gotico vittoriano nel tema della folie à deux, dello sprofondamento nell’abisso; più ancora delle atmosfere della quasi-Christie Rendell sembra di assistere alla messa in scena in punta di piedi, con garbo francese, quasi reticente, di uno scritto di McGrath sceneggiato con totale asciuttezza , senza l’inutile pretesa di stupire disseminando effetti a sorpresa e colpi di teatro: la storia di Philippe e Senta sembra una nerissima storia normale, come ce ne sono tante.

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martedì, 28 marzo 2006

"Lo stupore che mi colse quando lei mi disse mi sono innamorata di te

dura troppo poco la vanità di sentirsi amati: un po' di gratitudine, poi voglia di fuggire via...

e non riesco a immaginare qualcuno qualcosa che inizi con più dimestichezza con la fine.

e non c'è niente che mi riporti indietro...

[rit.]

Ci sarà un altro posto nel mondo, una strada che riparta da qui;

ci sarà un altro istante nel tempo per vivere tutte le vite possibili che volevo io.

Un'auto in lontananza sfocata dal sole viene verso di me.

Il caso ci porge infinite, possibili età che non possiamo cogliere e si perdono...

non serve a niente ormai guardarsi indietro...

[rit.]"

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martedì, 28 marzo 2006

                                                                           

 

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martedì, 28 marzo 2006
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venerdì, 24 marzo 2006

DE ANDRE’

 

 

 

 LE PASSANTI
Io dedico questa canzone ad ogni donna pensata come amore in un attimo di libertà a quella conosciuta appena non c'era tempo e valeva la pena di perderci un secolo in più. A quella quasi da immaginare tanto di fretta l'hai vista passare dal balcone a un segreto più in là e ti piace ricordarne il sorriso che non ti ha fatto e che tu le hai deciso in un vuoto di felicità. Alla compagna di viaggio i suoi occhi il più bel paesaggio fan sembrare più corto il cammino e magari sei l'unico a capirla e la fai scendere senza seguirla senza averle sfiorato la mano. A quelle che sono già prese e che vivendo delle ore deluse con un uomo ormai troppo cambiato ti hanno lasciato, inutile pazzia, vedere il fondo della malinconia di un avvenire disperato. Immagini care per qualche istante sarete presto una folla distante scavalcate da un ricordo più vicino per poco che la felicità ritorni è molto raro che ci si ricordi degli episodi del cammino. Ma se la vita smette di aiutarti è più difficile dimenticarti di quelle felicità intraviste dei baci che non si è osato dare delle occasioni lasciate ad aspettare degli occhi mai più rivisti. Allora nei momenti di solitudine quando il rimpianto diventa abitudine, una maniera di viversi insieme, si piangono le labbra assenti di tutte le belle passanti che non siamo riusciti a trattenere.

 

 

 

 

 

MORIRE PER DELLE IDEE
Morire per delle idee, l'idea è affascinante per poco io morivo senza averla mai avuta, perchè chi ce l'aveva, una folla di gente, gridando "viva la morte" proprio addosso mi è caduta. Mi avevano convinto e la mia musa insolente abiurando i suoi errori, aderì alla loro fede dicendomi peraltro in separata sede moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta, va bè ma di morte lenta. Approfittando di non essere fragilissimi di cuore andiamo all'altro mondo bighellonando un poco perchè forzando il passo succede che si muore per delle idee che non han più corso il giorno dopo. Ora se c'è una cosa amara, desolante è quella di capire all'ultimo momento che l'idea giusta era un'altra, un altro movimento moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta ma di morte lenta. Gli apostoli di turno che apprezzano il martirio lo predicano spesso per novant'anni almeno. Morire per delle idee sarà il caso di dirlo è il loro scopo di vivere, non sanno farne a meno. E sotto ogni bandiera li vediamo superare il buon matusalemme nella longevità per conto mio si dicono in tutta intimità moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta, va bè, ma di morte lenta. A chi va poi cercando verità meno fittizie ogni tipo di setta offre moventi originali e la scelta è imbarazzante per le vittime novizie morire per delle idee è molto bello ma per quali. E il vecchio che si porta già i fiori sulla tomba vedendole venire dietro il grande stendardo pensa "speriamo bene che arrivino in ritardo" moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta, va bè, ma di morte lenta E voi gli sputafuoco, e voi i nuovi santi crepate pure per primi noi vi cediamo il passo però per gentilezza lasciate vivere gli altri la vita è grosso modo il loro unico lusso tanto più che la carogna è già abbastanza attenta non c'è nessun bisogno di reggerle la falce basta con le garrote in nome della pace moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta, ma di morte lenta.

 

 

 

 

 

 

 

LA MORTE
La morte verrà all'improvviso avrà le tue labbra e i tuoi occhi ti coprirà di un velo bianco addormentandosi al tuo fianco nell'ozio, nel sonno, in battaglia verrà senza darti avvisaglia la morte va a colpo sicuro non suona il corno né il tamburo. Madonna che in limpida fonte ristori le membra stupende la morte no ti vedrà in faccia avrà il tuo seno e le tue braccia. Prelati, notabili e conti sull'uscio piangeste ben forte chi ben condusse sua vita male sopporterà sua morte. Straccioni che senza vergogna portaste il cilicio o la gogna partirvene non fu fatica perché la morte vi fu amica. Guerrieri che in punto di lancia dal suol d'Oriente alla Francia di strage menaste gran vanto e fra i nemici il lutto e il pianto davanti all'estrema nemica non serve coraggio o fatica non serve colpirla nel cuore perché la morte mai non muore.

 

 

 

 

 

S'I' FOSSE FOCO (da un sonetto di Cecco Angiolieri)
S'ì fosse foco, arderei 'l mondo; s'ì fosse vento, lo tempesterei; s'ì fosse acqua; ì' l'annegherei; s'ì fosse Dio, mandereil'en profondo s'ì fosse papa, sarè allor giocondo, che tutt'i cristiani imbrigherei; s'ì fosse 'mperator, sa che farei? a tutti mozzerei lo capo a tondo s'ì fosse morte, andarei da mio padre; s'ì fosse vita, fuggirei da lui: similmente faria da mi'madre s'ì fosse Cecco, come sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre : e vecchie e laide lassarei altrui.

 

 

 

 

 

AMORE CHE VIENI, AMORE CHE VAI
Quei giorni perduti a rincorrere il vento a chiederci un bacio e volerne altri cento un giorno qualunque li ricorderai amore che fuggi da me tornerai un giorno qualunque ti ricorderai amore che fuggi da me tornerai e tu che con gli occhi di un altro colore mi dici le stesse parole d'amore fra un mese fra un anno scordate le avrai amore che vieni da me fuggirai fra un mese fra un anno scordate le avrai amore che vieni da me fuggirai venuto dal sole o da spiagge gelate venuto in novembre o col vento d'estate io t'ho amato sempre, non t'ho amato mai amore che vieni, amore che vai io t'ho amato sempre, non t'ho amato mai amore che vieni, amore che vai.

 

 

 

 

 

IL TESTAMENTO
Quando la morte mi chiamerà forse qualcuno protesterà dopo aver letto nel testamento quel che gli lascio in eredità non maleditemi non serve a niente tanto all'inferno ci sarò già ai protettori delle battone lascio un impiego da ragioniere perché provetti nel loro mestiere rendano edotta la popolazione ad ogni fine di settimana sopra la rendita di una puttana ad ogni fine di settimana sopra la rendita di una puttana voglio lasciare a Bianca Maria che se ne frega della decenza un attestato di benemerenza che al matrimonio le spiani la via con tanti auguri per chi c'è caduto di conservarsi felice e cornuto con tanti auguri per chi c'è caduto di conservarsi felice e cornuto sorella morte lasciami il tempo di terminare il mio testamento lasciami il tempo di salutare di riverire di ringraziare tutti gli artefici del girotondo intorno al letto di un moribondo signor becchino mi ascolti un poco il suo lavoro a tutti non piace non lo consideran tanto un bel gioco coprir di terra chi riposa in pace ed è per questo che io mi onoro nel consegnarle la vanga d'oro ed è per questo che io mi onoro nel consegnarle la vanga d'oro per quella candida vecchia contessa che non si muove più dal mio letto per estirparmi l'insana promessa di riservarle i miei numeri al lotto non vedo l'ora di andar fra i dannati per rivelarglieli tutti sbagliati non vedo l'ora di andar fra i dannati per rivelarglieli tutti sbagliati quando la morte mi chiederà di restituirle la libertà forse una lacrima forse una sola sulla mia tomba si spenderà forse un sorriso forse uno solo dal mio ricordo germoglierà se dalla carne mia già corrosa dove il mio cuore ha battuto un tempo dovesse nascere un giorno una rosa la do alla donna che mi offrì il suo pianto per ogni palpito del suo cuore le rendo un petalo rosso d'amore per ogni palpito del suo cuore le rendo un petalo rosso d'amore a te che fosti la più contesa la cortigiana che non si dà a tutti ed ora all'angolo di quella chiesa offri le immagini ai belli ed ai brutti lascio le note di questa canzone canto il dolore della tua illusione a te che sei costretta per tirare avanti costretta a vendere Cristo e i santi quando la morte mi chiamerà nessuno al mondo si accorgerà che un uomo è morto senza parlare senza sapere la verità che un uomo è morto senza pregare fuggendo il peso della pietà cari fratelli dell'altra sponda cantammo in coro già sulla terra amammo tutti l'identica donna partimmo in mille per la stessa guerra questo ricordo non vi consoli quando si muore si muore si muore soli questo ricordo non vi consoli quando si muore si muore soli.

 

 

 

 

 

IL SUONATORE JONES
In un vortice di polvere gli altri vedevan siccità, a me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa. Sentivo la mia terra vibrare di suoni, era il mio cuore e allora perché coltivarla ancora, come pensarla migliore. Libertà l'ho vista dormire nei campi coltivati a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato. Libertà l'ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato per un fruscio di ragazze a un ballo, per un compagno ubriaco. E poi se la gente sa, e la gente lo sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita e ti piace lasciarti ascoltare. Finii con i campi alle ortiche finii con un flauto spezzato e un ridere rauco ricordi tanti e nemmeno un rimpianto.

 

 

 

 

ANIME SALVE
Mille anni al mondo mille ancora che bell'inganno sei anima mia e che bello il mio tempo che bella compagnia sono giorni di finestre adornate canti di stagione anime salve in terra e in mare sono state giornate furibonde senza atti d'amore senza calma di vento solo passaggi e passaggi passaggi di tempo ore infinite come costellazioni e onde spietate come gli occhi della memoria altra memoria e no basta ancora cose svanite facce e poi il futuro i futuri incontri di belle amanti scellerate saranno scontri saranno cacce coi cani e coi cinghiali saranno rincorse morsi e affanni per mille anni mille anni al mondo mille ancora che bell'inganno sei anima mia e che grande il mio tempo che bella compagnia mi sono spiato illudermi e fallire abortire i figli come i sogni mi sono guardato piangere in uno specchio di neve mi sono visto che ridevo mi sono visto di spalle che partivo ti saluto dai paesi di domani che sono visioni di anime contadine in volo per il mondo mille anni al mondo mille ancora che bell'inganno sei anima mia e che grande questo tempo che solitudine che bella compagnia.

 

 

 

 

 

 

 

postato da: quinoa alle ore 10:16 | Permalink | commenti
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